Apollo e Dafne, dal dramma al suo scioglimento

«Non appena ebbe finita la preghiera, un pesante torpore gli prese le membra; il tenero petto viene cinto da un sottile corteccia, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami: il piede poco prima tanto veloce aderisce in inermi radici, il volto sparisce in una cima; rimane in essa soltanto la lucentezza»

Questi versi in traduzione del primo libro delle Metamorfosi di Ovidio (I, 546 – 551) potrebbero bastare a descrivere l’ultimo gruppo scultoreo di Bernini che ha come soggetto un racconto mitico, presente in Galleria Borghese. Si tratta di Apollo e Dafne, una delle rappresentazioni più celebri del mito in cui lo scultore coglie, con grande teatralità (come negli altri gruppi di statue) il momento di tensione massima. L’occhio dello spettatore segue lo sviluppo della metamorfosi che si stempera in una movenza elegante, come se fosse una danza: Dafne grida mentre cerca di liberarsi dalla presa di Apollo che appena sfiora il suo corpo, già in fase di trasformazione. Tutto il dramma della scena viene edulcorato dall’armonia in cui sono disposte le figure: una linea obliqua che parte dalla gamba sinistra del dio, appena sollevata, e culmina nella mano destra della ninfa già trasformata in una fronda di alloro. L’opera esemplifica la rinnovata concezione seicentesca attraverso cui, dallo scioglimento del dramma, si esprime lo stato di meraviglia dello spettatore. «È del poeta il fin di merviglia» scriveva uno dei massimi esponenti della poesia barocca, Gianbattista Marino.

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