Ad onta dei suoi non pochi detrattori (non c’è niente da fare, per certi superciliosi cinephiles la commedia resta un peccato imperdonabile, soprattutto se pretende di affrontare temi seri), Anora è un titolo che è già entrato nella Storia del cinema. Vincendo quattro Oscar in un colpo solo (Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale, Miglior montaggio), il suo regista, Sean Baker, è il cineasta più titolato di sempre. Soltanto Walt Disney se ne era aggiudicati altrettanti in una sola edizione, però nel suo caso accadde per quattro film diversi. Baker li vince tutti insieme perché di Anora lui è sceneggiatore, regista, montatore e produttore; ma anche casting director di una pellicola in cui, come vedremo, il cast conta eccome. Ma non basta: ha anche trionfato al Festival probabilmente più prestigioso al mondo, quello di Cannes, ottenendo dalle mani di un’altra campionessa del cinema indie come lui come, Greta Gerwig, la Palma d’oro dopo una standing ovation di dieci minuti. Oltre a più di cento premi vari sparsi per il mondo.
Il film di Baker racconta la storia di una spogliarellista di origine russa che arrotonda lo stipendio prostituendosi nel quartiere di Brooklyn, Brighton Beach, che è effettivamente un’enclave di immigrati russi intercettata da Baker all’inizio del millennio, quando ancora si manteneva girando video di matrimoni per coppie newyorkesi. Precisamente quando inizia la sua filmografia di lungometraggi che di lì a breve lo condurrà a diventare – appunto assieme alla Gerwig e ai fratelli Safdie – l’alfiere del cinema indipendente newyorkese, dunque americano tout court, grazie a un pugno di titoli già diventati cult: Tangerine (2015), Un sogno chiamato Florida (2017), Red Rocket (2021). Per il ruolo della protagonista non ha esitato ad affidarsi a Mikey Madison, che ha già interpretato l’assassina di Sharon Tate, Susan Atkins, nel capolavoro di Quentin Tarantino, C’era una volta a… Hollywood; e che qui si è aggiudicata il quinto Oscar vinto dal film, sbaragliando la concorrenza della Demi Moore di The Substance, data alla vigilia per quasi sicura vincente. Ci è riuscita grazie a una performance formidabile, che si deve a una sensibilità artistica spaventosa unita a un lavoro sul campo che ha prodotto i frutti sperati: per interpretare la parte, Madison preso ripetizioni di lap e pole dance; e di russo, senza rinunciare alla finezza di aggiungerci l’accento newyorkese. Finezza che potranno apprezzare i fortunati che si riusciranno a godere la pellicola in lingua originale. Quanto agli altri, no problem: uno dei tanti meriti di Anora sta pure nel lavoro di adattamento dei dialoghi italiani (curato da Gianni Galassi) e in quello della doppiatrice della Madison, Lucrezia Marricchi, che ricrea unlinguaggio credibile e cool infarcito di plausibili neologismi e capace di rendere seducente pure il reiterato accesso al turpiloquio della protagonista.
Comunque Anora è uno di quei film che si amano o si odiano, senza mezze misure (per quel che vale, chi scrive ha rischiato una crisi coniugale dopo la visione e relativo dibattito-sì-il-dibattito-sì). I motivi per cui adorarlo sono parecchi, ma ce n’è uno che per me li sbaraglia tutti di gran lunga: Anora mette d’accordo testa, cuore e pancia di uno spettatore che non sia ormai stato reso del tutto ottuso dal rumore di fondo del profluvio di immagini corrive che mitragliano oggi le nostre retine h24 da qualunque schermo/teleschermo/display; facendogli qui compiere un roller-coaster emozionale fatto per lo più di riso amaro e lacrime di gioia. E lo fa – come detto – affrontando un tema oltremodo attuale, se è vero che si tratta dopotutto di un eretico “gangster-movie” pieno zeppo di oligarchi russi, in un periodo storico in cui il conflitto planetario tra Occidente e l’ex “impero del male” eurasiatico è tornato di drammatica, se non tragica, attualità.
Però Anora non parla di questo, naturalmente, semmai affronta colle armi della più pura narrazione cinematografica un altro tema, tanto caro al suo regista tuttofare, che già lo affrontò mirabilmente in alcuni dei suoi gioielli precedenti, come il già ricordato Un sogno chiamato Florida: le conseguenze nefaste del capitalismo assoluto e globalizzato, secondo i cui dettami fallaci la ricchezza sarebbe sinonimo di felicità, e che qui (il matrimonio-lampo a Las Vegas, il vagheggiato viaggio di nozze a Disneyland, etc.) come nel precedente titolo vengono mostrati in tutto il loro luccicante squallore. Niente a che vedere, insomma, con il modello più volte evocato del più convenzionale e decisamente più rassicurante Pretty Woman (si pensi al sorprendete, meraviglioso, finale di Anora, per dire). Questo è puro cinema indipendente, che sceglie però di giocare in Serie A, vincendo pure il campionato.
Un film certamente basato sul primato di un copione meravigliosamente cesellato dal suo autore (Baker è ancora qui al contempo responsabile di soggetto, sceneggiatura e dialoghi), ma che si può al contempo considerare “character-driven”, ossia non prescindibile dall’esistenza di personaggi straordinariamente sfaccettati, che rifuggono la bidimensionalità di tanto cattivo cinema e di tanta cattiva letteratura. Personaggi cui hanno dato corpo e voce una serie di interpreti tanto misconosciuti quanto eccellenti. Anzitutto Karren Karaguilian, attore armeno che interpreta lo scagnozzo dell’oligarca; quindi Mark Eydelshteyn, nel ruolo del figlio viziato che illude la ragazza ostentando un amore fasullo come la sua vita vacua; infine Jurij Borisov, già visto e applaudito in Scompartimento n. 6 – In viaggio con il destino, che qui interpreta Igor, uno dei personaggi più compiuti della stagione, quantunque stia quasi sempre zitto. Due dei tanti attori russi presenti nel cast, che ha permesso ad Anora di ottenere un altro premio: il “Russian acting ensemble in an international project” assegnato dall’associazione dei critici russi; e che rappresenta, forse, un minuscolo ingranaggio nella complicatissima trama diplomatica tra emisferi tornati a guardarsi il cagnesco sopra un modo sul punto di esplodere.


