“Ognuno desidera comprendere l’arte. Perché non tentare di capire il canto di un uccello? Perché amiamo la notte, i fiori, tutto ciò che ci circonda, senza cercare di capirlo? Ma nel caso della pittura la gente sente il bisogno di capire. Se solo potesse rendersi conto, prima di tutto, che un artista lavora per necessità interiore, che egli stesso è un insignificante frammento del mondo, e che non gli si dovrebbe attribuire maggiore importanza di una quantità di altre cose che ci procurano piacere, anche se non sappiamo spiegarle ….”. J. Berger, Splendori e miserie di Pablo Picasso
La Fondazione D’ARC ci accoglie con le insigni parole del genio spagnolo Pablo Picasso.
Realizzata dai coniugi Giovanni e Clara Floridi è uno spazio espositivo rivolto alla promozione e alla valorizzazione dell’arte contemporanea.
Il nome D’ARC (acronimo scomposto di Rifugio d’Arte Contemporanea) proviene dall’ex rifugio antiaereo nei pressi di Piazza Bologna a Roma in cui i coniugi conservavano fino a poco tempo fa la loro collezione nata alla fine degli anni Novanta.
Un nome, come hanno illustrato vuole anche: “presentarsi come simbologia dello spirito di un luogo dove l’ospitalità è sinonimo di passione, partecipazione e condivisione attraverso l’arte”.
Ubicata nel centro del quartiere Tiburtino, in un inedito ambiente ex industriale è stato il prodotto di una rilevante operazione di riqualificazione effettuata dall’architetto Fabrizio Capolei dello studio romano 3C+t.
La Fondazione è nell’area di una ex fabbrica di manufatti di cemento ristrutturata, è stato preservato l’assetto architettonico della destinazione d’uso originaria.
L’edificio è di circa 6000 metri quadrati, esso ospita la collezione permanente, una zona dedicata alle mostre temporanee e ad eventi culturali, un’abitazione destinata a casa studio per il programma di residenza di artisti di fama mondiale.
La Fondazione D’ARC si erge al di sopra di un’area archeologica significativa, nella parte inferiore sono stati ritrovati dei reperti del II secolo d.C. che è possibile riconoscere con la Villa che Marziale menziona propria dell’amico Aquilio Regolo.
Lo scavo archeologico che sovrasta il muro di tufo della struttura si distingue da quello che in principio doveva essere un vasto corridoio porticato, con un pavimento a tessere bianche e nere con motivi geometrici.
Su di esso è presente uno stretto ambiente decorato da marmi e mosaici e sulla cui parete di fondo era quasi certamente collocata una statua di Artemide della quale sono stati rinvenuti alcuni frammenti.
La direzione artistica dell’organismo è stata assegnata a Giuliana Benassi, storica dell’arte: “Nel caso della Fondazione D’ARC si parla di una collezione viva, essa non rappresenta la conclusione di un percorso ma di un nuovo inizio”.
All’interno della struttura vi è una esposizione permanente di capolavori contemporanei di rilievo nazionale e internazionale.
La raccolta, frutto di anni di ricerche e acquisizioni, propone un itinerario che va dal XX al XXI secolo abbracciando composizioni del secondo dopoguerra, dall’astrattismo all’arte cinetica e programmata, all’arte povera e al post moderno, giungendo ai poliedrici idiomi del nuovo millennio.
Le opere dell’allestimento permanente sono di autorevoli artisti quali Giulio Turcato, Jannis Kounellis, Alighiero Boetti, AnselmKiefer, Christo accanto a giovani emergenti: Giulia Cenci, Chiara Camoni, Emma Talbot e Rashid Johnson.
E’ stata dedicata la prima rassegna italiana personale alla polacca Aneta Grzeszykowska denominata: “Aneta Grzeszykowska. All’improvviso”, curata dalla Benassi e visitabile dall’1 marzo al 24 maggio 2026.
Ella dimora presso la Fondazione esponendo un nucleo di opere inedite che sono della produzione del suo ultimo ventennio.
Durante il suo soggiorno nell’Urbe ha analizzato il paesaggio urbano e l’atmosfera luministica della città, trasponendoli nella nuova serie fotografica Daughter, eseguita tra l’Italia e la Polonia.
Il lavoro si configura come evoluzione concettuale di MAMA (2018), serie mostrata nella 59° Esposizione Internazionale d’Arte – Biennale di Venezia e qui parzialmente presentata.
Continua la sua indagine sul simulacro e l’identità. In tale nuovo ciclo l’artista utilizza una maschera iperrealistica ricostituente i tratti somatici all’età di quattordici anni, ricreata filologicamente da archivi fotografici di famiglia, indossandola in sessioni performative insieme alla figlia.
L’incontro tra l’inanimata passività del viso dell’adolescente e la presenza fisica di un corpo maturo attua un circuito visivo di intensa ambiguità ed enigmaticità, che destabilizza le convenzioni sulle evoluzioni parentali e sulla permanenza della memoria.
La temporalità come suggerito dal titolo All’improvviso spicca come fulcro ontologico della retrospettiva funzionando da dispositivo di lettura per le rappresentazioni.
Tale profondità agisce da somma espressione nell’istallazione video Clock, opera imponente di 12 ore in cui il corpo della figlia mediante una moltiplicazione coreografica si fa lancetta vivente del tempo.
Allo scoccare di ogni ora la scena si impreziosisce di una aggiuntiva copia del soggetto, mentre i rintocchi del sonoro si diffondono nell’ambiente. Il passaggio di minuti si trasforma in una colonna sonora esistenziale che ritma la condizione umana, animale e oggettuale.
Il percorso è manifestato attraverso un rapporto incessante tra fotografia, scultura e istallazione. Accosta serie iconiche come: Domestic Animals (2022), Selfie (2014), Selfie with dog (2023) e Skinformer (2024) a sculture di odierna produzione.
L’insieme riconsegna la complessità di una pratica che, tra feticismo dei materiali e rigore concettuale, svela l’instabilità del sé e la continua ridefinizione del corpo come metafora in evoluzione tramite l’incantesimo del tempo.
Si rivela come una perenne manifestazione della temporalità dell’esistenza, della sua consistenza materica e simultaneamente include gli articolati legami che specificano l’età contemporanea.
La rassegna è stata realizzata in collaborazione con L’Istituto Polacco di Roma e in virtù del sostegno dell’Istituto Adam Mickiewicz. Il progetto è co-finanziato dal Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia, in partnership con Raster Gallery, Varsavia.
Aneta Grzeszykowska (1974), vive e lavora a Varsavia.
I media principali adoperati dall’artista sono la fotografia e il cinema esaltandone la sua funzione performatiiva, usa dinamismo e prospettiva individuando immagine e arte sotto il suo personale profilo femminile.
La sua attività è centrata sulla ricerca della autocreazione, tematica basilare artistica ma anche su quesiti essenziali riguardanti la condizione dell’attuale società post-mediatica.
Nel suo lavoro, Aneta indaga la possibilità di sfuggire agli stereotipi culturali e artistici che conformano l’identità. Distrugge la propria immagine e manovra quella corporea, arrivando a sostituti scultorei.
Artista qualificata e competente, le sue opere sono nelle prestigiose collezioni del Guggenheim Museum di New York, del Seattle Art Museum, del Rubell Museum di Miami, del Museum of Modern Art di Varsavia e della Zacheta National Gallery of Art.
