Albamarina, vino, ospitalità e terra in un progetto che cresce nel Cilento

Tornare alla propria terra, nella maggior parte dei casi, significa rimettersi da capo al lavoro. Significa investire, aspettare, misurare ogni passaggio con più concretezza che nostalgia. A Centola, nel Cilento, Albamarina nasce così: da un legame con le origini che a un certo punto smette di restare privato e diventa vigne, ulivi, fattoria, accoglienza. Il progetto della famiglia Notaroberto si è allargato negli anni senza strappi, aggiungendo un pezzo alla volta quello che serviva davvero.

Il centro di questa storia è Mario Notaroberto, ma non nel senso più facile del fondatore da presentare subito e da trasformare nel volto rassicurante di un’azienda. Nel suo racconto il vino arriva dopo, quando molte cose sono già accadute e hanno lasciato una forma precisa al suo modo di stare nel lavoro. Prima ci sono Napoli, i cantieri, il lavoro imparato sul campo, gli anni in cui la vita sembra chiedere decisioni più rapide della volontà. Nel 1984 ha ventinove anni e alle spalle circa dieci anni trascorsi tra lavoro, studio, responsabilità prese presto e passaggi professionali che gli hanno chiesto lucidità, adattamento e una certa capacità di leggere le persone. Vive prima a San Sebastiano al Vesuvio, poi alla Sanità, quartiere che ancora oggi ricorda con un affetto netto, quasi istintivo, come accade con i luoghi che sono stati difficili eppure restano addosso. Il lavoro lo porta tra Secondigliano e Scampia, dentro i cantieri di un’impresa di costruzioni, in una stagione segnata anche dalle conseguenze del terremoto, quando l’apertura di nuovi lavori pubblici e privati aveva rimesso in movimento denaro, urgenze, interessi, aspettative. In quel mondo bisognava capire come tenere insieme tempi, persone, richieste e responsabilità, senza perdere il controllo del lavoro quotidiano.

È una parte della sua biografia che Notaroberto non usa per costruirsi un personaggio. La racconta con la schiettezza di chi sa che certe esperienze, a distanza di anni, non hanno bisogno di essere ingigantite. Nei cantieri gli vengono affidate anche responsabilità che andavano oltre la parte strettamente tecnica: seguire rapporti, affrontare imprevisti, mediare tra esigenze diverse, capire quando una situazione richiedeva fermezza e quando, invece, serviva misura. Era un lavoro dentro il lavoro, una palestra di attenzione quotidiana, che oggi lui legge soprattutto come una scuola di resistenza e di carattere. Gli ha insegnato a non perdere lucidità sotto pressione, a non rispondere d’impulso, a trattare con persone e circostanze non sempre semplici. Non c’è nostalgia in questo ricordo, ma nemmeno rimozione.

Poi arrivò un segnale che cambiò il peso delle cose portandolo a comprendere che quella stagione napoletana aveva ormai esaurito il suo tempo. Non serve aggiungere molto altro,

e forse è proprio questo il punto: alcune decisioni maturano lentamente, ma diventano definitive in un istante. Da tempo Notaroberto viveva anche una relazione a distanza con Marina, la donna che sarebbe diventata la madre dei suoi figli. Lei si era già trasferita in Lussemburgo, dove lavorava come traduttrice al Parlamento europeo. Per quattro anni il loro rapporto era andato avanti così: lui a Napoli, lei nel Nord Europa, gli incontri ogni due o tre mesi, spesso a metà strada. A un certo punto le possibilità si riducono a tre: continuare ognuno per conto proprio, farla tornare a Napoli, oppure partire lui. Così prende la sua decisione, chiama Marina e le dice che è pronto a raggiungerla; va in Lussemburgo a cercare lavoro, poi rientra a Napoli per chiudere le pendenze e il 30 giugno presenta le dimissioni.

L’arrivo in Lussemburgo non ha il tono dell’approdo comodo. Notaroberto prova anzitutto a restare nel mestiere che conosce, quello dell’edilizia. Trova lavoro in un’impresa di costruzioni, viene nominato responsabile, comincia il mercoledì e il venerdì è già fuori. Si rifiuta di eseguire un lavoro secondo modalità che non condivide e la conseguenza è immediata: da tecnico viene retrocesso a operaio. Per otto mesi accetta quel passaggio senza viverlo come una sconfitta. Lo racconta ancora oggi quasi con distacco, come una delle tante prove che hanno formato il suo carattere. Più tardi incontra un italiano attivo nel settore dell’arredamento e comincia a lavorare con lui: monta mobili, segue l’organizzazione, copre anche mansioni di segreteria quando il titolare è in viaggio. Da quell’esperienza nascerà una sua attività nel campo dei mobili per ufficio, sostenuta anche dall’arrivo in Lussemburgo di numerose banche italiane, per le quali lavora arredando sedi e ambienti professionali.

In quella stessa fase entra anche la ristorazione, e qui il Lussemburgo diventa molto più di un luogo di passaggio. Nel 1987 Notaroberto investe in un locale insieme ad altri soci: nasce la Trattoria dei Quattro, avviata dopo che tre professionisti della cucina e della sala si erano trovati senza lavoro e non avevano il capitale necessario per ripartire. Lui entra mettendo la parte più consistente dell’investimento. L’avvio, anche qui, procede per scarti: dopo pochi mesi uno dei soci viene allontanato per comportamenti incompatibili con l’attività, un altro prende una strada diversa, e Notaroberto continua con il socio calabrese fino al 1997. Nel 1992 arriva anche un secondo ristorante, a poca distanza dal primo: uno al numero 64, l’altro al numero 76 della stessa via. Per alcuni anni porta avanti insieme l’attività nell’arredamento e quella nella ristorazione, spostandosi da un locale all’altro, da una responsabilità all’altra, con quella capacità di tenere più fronti aperti che torna spesso nel suo racconto.

Quando il settore dell’arredamento per uffici rallenta, nel 1996 decide di chiudere il negozio di mobili e di dedicarsi con maggiore continuità ai ristoranti. L’anno successivo si separa dal socio e resta con un solo locale. In seguito acquista le mura, chiude per ristrutturare e riapre con una nuova impostazione. Da quell’esperienza passano anche l’importazione di prodotti italiani, la selezione delle materie prime, il rapporto quotidiano con una clientela internazionale e, poco alla volta, una conoscenza del vino costruita non sui manuali ma sulla sala, sugli abbinamenti, sugli ordini da fare bene, sulle bottiglie da difendere davanti a chi le assaggia per la prima volta. Il riconoscimento ottenuto a Vinitaly nel 2005 per la migliore selezione di vini italiani tra i ristoratori italiani all’estero appartiene a questa traiettoria.

Conta perché aiuta a leggere ciò che verrà dopo: il produttore nasce da un ristoratore che il vino lo ha prima scelto, servito, spiegato, misurato nel rapporto diretto con le persone.

Il legame con la ristorazione non si esaurisce però negli anni lussemburghesi. In Cilento la cucina resta una presenza di famiglia anche attraverso quella che oggi porta il nome dell’Osteria del Notaro, legata al fratello Augusto e a una ristorazione più radicata nel territorio. È un passaggio laterale, ma utile per capire come il cibo e il vino, nella storia dei Notaroberto, abbiano seguito strade diverse senza perdersi di vista. Mario porta con sé l’esperienza maturata all’estero, il contatto con una clientela internazionale, l’abitudine a scegliere prodotti e bottiglie da presentare ogni giorno; il Cilento gli restituisce invece una misura più agricola, fatta di terreni da recuperare, filari da seguire, stagioni da aspettare. Il Lussemburgo resta nella biografia, nella residenza, nei figli e in alcune pratiche ancora aperte. La terra di origine diventa il punto in cui quel lavoro accumulato altrove prende forma agricola, vino dopo vino.

Il ritorno operativo appartiene alla fine degli anni Duemila. Notaroberto rientra nella sua terra con un’idea più precisa di quanto possa sembrare dall’esterno: acquistare terreni, bonificarli, impiantare vigne, creare una fattoria che non viva di un solo prodotto. Il primo terreno destinato alla vigna, due ettari e mezzo acquistati e bonificati nel 2009, entra in produzione nel 2011 con il Fiano. L’anno successivo il progetto si allarga con altri due ettari e mezzo di macchia mediterranea destinati all’Aglianico, entrato in produzione dal 2013. A questi si aggiungono dodici ettari e mezzo destinati all’olivicoltura e a nuovi impianti di Fiano e Aglianico. Il punto, però, non coincide soltanto con la crescita numerica. Conta il metodo: acquisizione dei terreni, bonifica, impianto, attesa, messa in produzione. Tutto secondo un ritmo agricolo reale, che non si lascia accelerare per necessità di racconto.

Anche il soprannome con cui viene identificato, il Brigante del Cilento, racconta qualcosa di più di una semplice immagine di carattere. Non nasce come etichetta costruita a tavolino, ma come modo diretto per descrivere un temperamento: uno che tende a fare di testa propria, che preferisce rischiare piuttosto che adattarsi, che nel lavoro cerca sempre un margine di libertà. Questo si vede nel percorso fatto all’estero e torna nelle scelte compiute a Foria di Centola, dove la vigna non viene pensata come un segno estetico di ritorno alle origini, ma come una presenza da seguire ogni giorno. Non è raro che sia proprio lui ad accompagnare le degustazioni o a raccontare i vini, senza passaggi intermedi. È un dettaglio che aiuta a capire perché la figura del “Brigante” non resta una definizione suggestiva: diventa un modo concreto di tenere insieme carattere e lavoro.

Il nome stesso di Albamarina tiene insieme due piani: da una parte le albe del territorio rivolte verso il Gelbison, dall’altra Marina, moglie di Mario, richiamata in modo diretto dentro il nome dell’azienda. Potrebbe sembrare un dettaglio privato, e invece chiarisce bene la natura del progetto: famiglia, radici e impresa non sono tre capitoli separati, ma parti della stessa costruzione. Accanto a Mario lavorano infatti i figli Livio e Dario, dentro una tenuta che con il tempo si è allargata fino a diventare una realtà agricola complessa, capace di tenere insieme produzione, ospitalità e ricerca senza disperdersi.

La proprietà si sviluppa a Foria di Centola, in provincia di Salerno, nel perimetro della DOP Cilento, e si estende per venticinque ettari tra vigneti, uliveti, castagneti, ortaggi e allevamento di capre, pecore, asini, conigli e galline. Basta questo per capire che qui il vino conta molto, ma non vive separato dal resto. La tenuta non è stata pensata come una cantina circondata da qualche elemento rurale di contorno: ha preso forma come fattoria nel senso pieno del termine. La base ampelografica conferma la stessa impostazione. Le uve su cui l’azienda si è concentrata di più sono Fiano e Aglianico. Col tempo si sono aggiunti anche Greco, Falanghina e Trebbiano tra i bianchi, poi Aglianicone, Primitivo e Merlot nei nuovi impianti. Le vigne crescono su terreni argillosi, con molta pietra, in una zona asciutta e ventilata, tra i 180 e i 250 metri di altitudine. Sono particolari che servono a capire che la costruzione dei vini parte da condizioni precise di coltivazione e da un rapporto diretto con le parcelle.

Il vino, del resto, oggi per Notaroberto ha un peso che supera la competenza professionale. Lo definisce un rapporto viscerale, quasi da padre a figlio. La mattina stessa dell’intervista era stato in cantina per seguire la preparazione dell’imbottigliamento, dopo essere passato dalla vigna. Le sue giornate si dividono tra i filari, la cantina, il punto vendita, l’agriturismo, le degustazioni. Quando gli si chiede a quale parte si senta più legato, la risposta non ha esitazioni: la vigna. Dice che se non va in vigna sta male, e nella frase non c’è teatralità; c’è il modo fisico, quasi ostinato, con cui certe persone misurano la propria giornata. Anche quando piove, anche quando il lavoro sembra sempre uguale, qualcosa va controllato. Una vite non aspetta che uno abbia tempo.

Del vino gli interessa tutto, anche ciò che viene prima dell’assaggio. Il “vestito” ha un’importanza reale: la bottiglia, il marchio, l’etichetta, la prima impressione che il vino offre prima ancora di essere versato. Non lo considera un dettaglio decorativo, ma una parte del rapporto con chi beve. Eppure, quando il discorso passa al gusto, Notaroberto rifiuta le gerarchie facili. Bianco o rosso? Per lui è come chiedere quale figlio si preferisca. Prima di produrre vino beveva soprattutto rosso, e il suo vino di riferimento era il Barbaresco. Oggi quel confine si è allargato: il bianco, il rosato, il rosso appartengono a una stessa famiglia di lavoro, e distinguere in modo netto gli affetti non gli viene naturale.

La linea dei vini merita allora di essere letta con attenzione, perché qui si concentra una parte importante del lavoro della tenuta. Agriddi, Aglianico del Cilento in purezza, arriva da vigne esposte a sud-ovest. Si vendemmia tra fine settembre e inizio ottobre. In cantina resta sulle bucce per circa venti giorni; poi passa due anni in botte grande di rovere sloveno e almeno un anno in bottiglia. È un rosso costruito per la durata, e lo si capisce già dalla scansione dei tempi. Futos, anch’esso da Aglianico ma classificato come IGP Paestum, si muove sulla stessa linea varietale e sullo stesso rigore tecnico, cambiando veste ma non impostazione. In un caso il vino resta saldamente ancorato alla denominazione del Cilento, nell’altro si apre a una collocazione diversa, ma il filo che li tiene insieme è evidente.

Sul fronte dei bianchi, Valmezzana rappresenta una delle espressioni più leggibili della tenuta. È un Fiano Cilento DOP da uve in purezza, raccolto tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, con macerazione a freddo di alcune ore, fermentazione a temperatura controllata per circa un mese, affinamento in acciaio sulle fecce fini e successivo riposo in bottiglia. Più complesso il lavoro su Palimiento, ancora da Fiano ma come IGP Paestum. Qui il percorso cambia: fermentazione in barrique nuove, lungo affinamento sulle fecce fini nello stesso legno, passaggio successivo in acciaio e ulteriore riposo in bottiglia. È un vino che prova ad allargare l’orizzonte del vitigno, a verificare quanto possa tenere una lavorazione più ambiziosa senza perdere il rapporto con il territorio da cui nasce.

Accanto a questi vini si muovono altre etichette che completano la gamma con una logica riconoscibile. Maricine, rosato da Aglianico, nasce da una macerazione molto breve sulle bucce e da un affinamento in acciaio che ne accompagna la freschezza senza complicarla. Nylos, da Greco, ed Etel, da Falanghina, lavorano su raccolte anticipate fra la fine di agosto e l’inizio di settembre, vinificazioni a temperatura controllata e affinamenti in acciaio sulle fecce fini. Sono vini che non servono a riempire una lista, ma a definire meglio l’ampiezza del progetto. A completare la produzione arriva anche Eremita, spumante brut, presenza che conferma la volontà di ampliare la gamma mantenendo però il baricentro all’interno della tenuta.

In questa direzione va anche uno degli aspetti più interessanti del progetto: la volontà di destinare un appezzamento alla ricerca sui vitigni autoctoni del Cilento, con la sperimentazione di un centinaio di viti per circa cinquanta tipologie e successive microvinificazioni, per arrivare a individuare quelle davvero adatte a una futura produzione e, nel tempo, a un possibile genotipo tipicamente cilentano. È una scelta che sottrae energie al presente e le rimette sul territorio. Meno visibile di un’etichetta, più faticosa di una nuova linea da lanciare: forse proprio per questo dice molto.

Lo sviluppo della tenuta guarda inoltre a un consolidamento ulteriore, che non riguarda soltanto i vigneti. Il progetto comprende una cantina interrata di circa novecento metri quadrati, una stalla destinata a circa duecento capi di bestiame e due laboratori, uno per la lavorazione del latte e uno per gli insaccati. Qui emerge con chiarezza il disegno complessivo di Albamarina: una fattoria organizzata in modo da far dialogare vino, allevamento, trasformazione e accoglienza. Le visite guidate in vigna e in cantina, accompagnate dalla degustazione dei vini e degli altri prodotti aziendali, rientrano in questa stessa logica. Servono a mostrare che i processi produttivi fanno parte dell’esperienza del luogo.

Il vino, comunque, non esaurisce il profilo di Albamarina. Accanto alla produzione enologica trovano spazio l’olio extravergine di oliva e un condimento all’aceto balsamico con fichi bianchi del Cilento. Anche se queste linee risultano meno sviluppate sul piano del racconto rispetto ai vini, hanno un valore preciso nel disegno d’insieme. Dicono che il lavoro dell’azienda non è pensato come una sequenza di prodotti scollegati, ma come una filiera che si allarga senza perdere coerenza. In questa prospettiva va letto anche il riconoscimento

ottenuto nel 2022 nella sezione Grappa Award del Concorso Enologico Internazionale Città del Vino, con una medaglia d’oro e una d’argento assegnate a due grappe realizzate dalle vinacce aziendali, una da Aglianico e una da Fiano. Il dato interessante non è soltanto il premio in sé, ma l’idea di proseguire il lavoro sulla materia anche oltre la vinificazione.

L’altra metà del progetto riguarda l’ospitalità. All’interno della proprietà si trova Malida House, residence costruito negli anni Novanta e poi ricondotto dentro il disegno complessivo della fattoria. Gli appartamenti sono otto, immersi tra gli ulivi e vicini alle vigne. La struttura comprende una piscina con solarium, un parco giochi attrezzato per bambini e un piccolo ristorante dove vengono serviti i prodotti della tenuta in una cucina diretta, legata al chilometro zero e alla stagionalità. Gli appartamenti, la piscina, la tavola, le degustazioni e la fattoria sembrano appartenere allo stesso paesaggio di lavoro, con un ritmo che resta agricolo anche quando accoglie chi arriva per una vacanza.

La posizione contribuisce a questa continuità. Centola mette insieme due condizioni che raramente restano in buoni rapporti fra loro: la vicinanza al mare di Palinuro e la possibilità di soggiornare in una zona appartata, immersa nella campagna. Da una parte si resta a ridosso della costa cilentana; dall’altra si ha accesso a un paesaggio di ulivi, orti, colline e animali che cambia il ritmo della permanenza. Albamarina diventa così un punto da cui muoversi verso il litorale, ma anche verso i paesi dell’interno, senza perdere il senso del luogo in cui si torna la sera. Non è poco, e non è un dato scontato in un’area dove molte strutture scelgono di puntare tutto o sul mare o sull’entroterra.

Anche il modo in cui viene pensata l’esperienza degli ospiti conferma questa linea. Le proposte legate alla cucina cilentana prevedono un percorso che unisce aperitivo di benvenuto in cantina, visita ai vigneti e pranzo o cena in agriturismo con abbinamento dei vini della casa. In questo passaggio si vede bene la natura del progetto: il vino non resta chiuso nella bottiglia, il ristorante non si limita a servire piatti, l’agriturismo non offre soltanto un alloggio. Tutto prova a rientrare in un’unica esperienza, dove la permanenza diventa un modo per attraversare la filiera. Detta così potrebbe sembrare una costruzione studiata. In realtà qui tutto parte dal lavoro della tenuta, e per questo l’insieme non appare forzato.

Accanto alla produzione resta forte anche il rapporto con la memoria del territorio. In vista dei duecento anni dalla rivolta dei briganti cilentani del 1828, Notaroberto sta lavorando a un’iniziativa dedicata proprio a quella pagina di storia. È un tema che lo riguarda anche simbolicamente, perché nella sua narrazione il brigante non è una figura folkloristica, ma un richiamo a una terra che ha conosciuto resistenza, marginalità, orgoglio, isolamento. Anche qui, però, il suo modo di procedere è più operativo che celebrativo: raccogliere energie, costruire occasioni, mettere insieme persone, fare in modo che un anniversario non resti soltanto una data.

Quando gli si chiede che cosa porti con sé del passato e che cosa, invece, rinneghi, la risposta spiazza per semplicità. Non rinnega nulla. Nemmeno gli anni più impegnativi, nemmeno il

lavoro nei cantieri napoletani, nemmeno il momento in cui, in Lussemburgo, da tecnico si è ritrovato operaio. Tutto, dice, lo ha formato. Gli ha insegnato a gestire situazioni complesse, a non perdere lucidità davanti alla pressione, a capire quando insistere e quando cambiare passo. Forse l’unico rimpianto riguarda la politica. Da giovane si era impegnato, poi con gli anni ha lasciato quella strada, assorbito dal lavoro, dalla famiglia, dalle attività. Oggi riconosce che avrebbe potuto darle più continuità, ma quello spazio non è rimasto vuoto: si è trasformato in impegno sociale, territoriale, agricolo.

È proprio su questo fronte che il racconto aggiunge una parte importante alla sua figura. Nel 2019, a ridosso del Covid, con la legge regionale che istituiva i distretti rurali, Notaroberto riesce in dieci giorni a mettere insieme 145 aziende agricole e a dare vita al Distretto Rurale Terre Basiliane del Cilento, consorzio di cui è presidente. Lo considera una struttura diversa dalle esperienze a cui il territorio era abituato, perché fondata sull’iniziativa dei privati e non sulla regia politica. I finanziamenti regionali attesi non sono ancora arrivati, e questo ha rallentato l’attività del Distretto, ma l’idea resta per lui un modo concreto di restituire qualcosa alla propria terra. Le esperienze accumulate fuori, tra Lussemburgo, ristorazione, gestione d’impresa e vino, possono diventare strumenti utili per altri. Dopo il suo lavoro, nel territorio sono nati diversi piccoli produttori, spesso con appezzamenti ridotti, due o tre ettari, incoraggiati dall’esempio della sua vigna e talvolta sostenuti anche con consigli pratici sulla gestione, sull’impianto, sulla conduzione dei filari.

La stessa iscrizione del Comune di Centola all’associazione Città del Vino è una battaglia che Notaroberto rivendica come frutto di una lunga insistenza. Dice di aver “rotto le scatole” a tre sindaci diversi prima di ottenere quel risultato. Poi, come spesso accade, l’adesione formale non si è tradotta subito in iniziative concrete. A suo giudizio è mancata la volontà di trasformare un riconoscimento in lavoro territoriale. Ma anche questa osservazione resta dentro un atteggiamento pratico, non dentro la lamentela. Se una cosa non viene fatta, per lui bisogna trovare un altro varco.

Un varco recente è arrivato attraverso il GAL e il progetto Casematte, nato anche da un’intuizione legata al Lussemburgo. Dopo aver invitato il direttore del GAL a visitare la città, Notaroberto gli mostra il percorso sotterraneo delle casematte, antiche strutture difensive lussemburghesi. Da lì prende forma l’idea di lavorare a una casa del vino, un luogo capace di raccogliere, esporre e far degustare le produzioni vitivinicole del territorio. La proposta progettuale Vinis Terrae, con il Comune di Futani capofila e il coinvolgimento del Comune di Centola, si è classificata prima tra dieci progetti presentati nell’ambito dell’avviso. Attorno all’iniziativa si è costruita una rete di piccoli produttori e aziende del territorio, circa quaranta o cinquanta realtà complessive, con una decina di viticoltori chiamati direttamente a raccolta da Notaroberto. L’obiettivo è creare uno spazio espositivo dedicato ai produttori, un angolo degustazione e una piccola cucina per accompagnare i vini con i prodotti locali.

Alla fine, il punto più convincente di Albamarina non coincide con un singolo vino, con l’agriturismo o con la figura del Brigante del Cilento considerati uno per volta. Sta piuttosto

nel modo in cui tutto torna a una stessa idea di tenuta, di permanenza, di lavoro che regge negli anni. Il vigneto rimanda agli ulivi, gli ulivi alla cucina, la cucina agli appartamenti, gli appartamenti di nuovo alle vigne. In mezzo passano il ritorno di Mario Notaroberto, la continuità familiare, i progetti di sviluppo, la ricerca sui vitigni autoctoni, il rapporto diretto con il territorio cilentano. Quando la domanda si sposta sul grazie, la risposta torna alla radice privata: Marina, prima di tutto. Poi i genitori, per l’educazione ricevuta. Sono due riferimenti diversi e complementari: la donna con cui ha costruito una famiglia e che ha segnato anche la svolta lussemburghese della sua vita; e la formazione di casa, quella che permette di attraversare lavori diversi, cadute, ripartenze, senza perdere il filo del proprio modo di stare al mondo. Dove si vede fra dieci anni? Sorride, prende tempo, e risponde soltanto che spera ancora di poter dire la sua. Il mare resta vicino, le colline fanno il loro mestiere, la fattoria continua a muoversi. Il resto, semmai, viene dopo.

 

 

https://www.fattorialbamarina.com/

 

 

 

 

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