Agostino De Romanis, l’italiano di Bali che dipinge l’anima della natura. Le sue opere sono immagini di infinita sofferenza e struggente poesia.

Padre di una pittura sapiente e taumaturgica, inno di libertà per le anime che, vive, scelgono di esprimere le proprie infinite potenzialità, Agostino De Romanis ha avuto un percorso artistico che, solcati i sentieri del magico e del religioso, è arrivato ad una concezione dell’arte intesa come redenzione dell’umanità. Nato a Velletri nel 1947, l’artista è stato definito da Vittorio Sgarbi come l’italiano di Bali che dipinge l’anima della natura e la forza mistica del mondo orientale; nel suo percorso, infatti, viaggi e soggiorni fuori dall’Occidente sono stati fondamentali.

Già durante i primi anni all’Accademia romana delle Belle Arti – dove ha conseguito brillantemente il titolo di scenografo – l’artista ha lavorato ad una fitta produzione di opere. Da qui, la sua pittura si è sviluppata grazie a due evoluzioni principali: dapprima l’arricchimento dei contenuti e l’approfondimento tematico; poi, con l’affinamento formale, l’intelaiatura compositiva delle sue opere è diventata sempre più ragionata, aperta e sostenuta da felici intuizioni cromatiche.

Veniamo dunque all’analisi della sua produzione. Caratteristica predominante del pittore è, prima di tutto, la voglia di realizzare “Grandi Opere” che, attraverso rappresentazioni originali e pregnanti, potessero interpretare i momenti significativi della cultura e della storia dell’umanità. Come conseguenza diretta degli studi intrapresi, il primo De Romanis è “Pittore scenografo”: dipinge soprattutto ambienti destinati a popolarsi, come supporti per la rappresentazione di scene. Il pittore subentra allo scenografo solo nel delinearsi delle figure, con tratti talvolta incerti o immagini marcate e rilevanti. In tale produzione la donna è sempre presente: a far scalpore già dai 70 è la serie “Modelle”, nata dalla mano veloce e già esperta del giovane e rappresentante l’idea stessa di donna, con o senza volto.

In una seconda fase, invece, De Romanis abbandona le incertezze per prendere piena coscienza della sua essenza di pittore: da questo momento fa capeggiare, sovrana sulla tela, la figura. A proposito, il critico Marcello Venturoli ha parlato di “Nuova figurazione”, da intendersi non solo come segno assunto a immagine, ma come nuova realtà di coscienza. Acquisita padronanza degli aspetti formali, infatti, l’artista si cimenta nella ricerca di contenuti emergenti dell’attualità. Da questo momento in poi la sua arte non può essere compresa senza guardare nella tela e al di là della stessa, nel quadro convulso e instabile dello scorso secolo cui partecipa con intensità.

Le creazioni di De Romanis, tuttavia, non sono mai facili: mosse dal tormento, si presentano in immagini di infinita sofferenza e di struggente poesia. Su sfondi metallici s’impongono allora potentemente volti di un’umanità autentica, anime più che elementi corporei, voci spirituali, evocatrici di paradisi perduti. Si tratta di figure assorte e problematiche, atteggiate a grido di dolore e incatenate tra le linee, ad espressione del suo brillante estro creativo.

Le opere del Pittore, tra l’altro, rappresentano a pieno le sue convinzioni: la serie “10 Tavole della vita”, ad esempio, difende i valori della vita con una delicatezza di toni e un rigore stilistico che, insieme, rivelano una sensibilità d’animo incredibile. Nei venti dipinti de “La Gerusalemme liberata”, invece, De Romanis cala in sé il dramma del poeta Torquato Tasso, riuscendo a superare la fissità della storia raccontata. Guardandola con grande rispetto ed infinita pietà, interpreta a pieno l’opera – che riplasma ponendo i personaggi fuori dalla cornice mitica – e l’anima perplessa e divisa del poeta, che prova a mettere direttamente su tela.

Come sottolineato dai critici, nella produzione di De Romanis emerge spesso un’altra peculiarità, ossia il saper dare rilievo “scultoreo” alle immagini, che nelle tele si stagliano come statue di

straordinaria potenza. Infatti, in varie occasioni, lo stesso è stato attratto dalla scultura, dando vita a opere originali in ceramica o in metallo con fusioni in bronzo.

Il critico d’arte Italo Mussa ha presentato le “Opere recenti” del pittore in una pubblicazione con De Luca Editore nel saggio “Pittura e poesia”, rivelatosi di grande importanza per la collocazione dell’artista veliterno nella “Pittura colta”, corrente artistica fondata da Mussa nel 1980. Nell’ultima serie di opere, infatti, sarebbe riscontrabile – tra l’altro come principale novità della Pittura di Agostino – la creazione di nuove iconografie neometafisiche.

In tutta la sua produzione il filo conduttore è l’inquietudine, espressa fra astrazione e figurazione. Tra le opere in cui è possibile vederlo, menzioniamo in primis la serie “Acqua Aria Terra Fuoco”, dove il Pittore si avventura negli itinerari affascinanti della storia dell’umanità partendo dal pensiero dei presocratici. Tormento ed estasi, invece, caratterizzano la serie “Carceri e vie di fuga”, nata all’improvviso nella mente dell’artista. Prodotta nel giro di parecchi anni, invece, quella dei “Ritratti”; numerosi, in particolare, i “Ritratti di Angela”, che lasciano trapelare l’intenso sentimento d’amore per la donna con la quale ha condiviso anche la passione per l’arte. “Il grande cammino”, infine, è l’atto di fede e di amore del pittore, la grande Opera dell’Anno Santo 2000 che, articolata in una serie di 21 dipinti, risente della forte emozione del passaggio dall’uno all’altro millennio sotto la guida del compianto Giovanni Paolo II.

Nella produzione di De Romanis, però, a prorompere davvero è un amore: quello per l’Indonesia, che occupa una parte considerevole della sua vita fra viaggi e i soggiorni in un lungo arco di tempo. Molto più di un mero interesse culturale e artistico, l’Indonesia esercita su Agostino un fascino esotico spesso ricorrente nei visitatori occidentali: è un amore – si può dire – nato a prima vista e restato intatto a distanza di decenni, anzi consolidatosi, responsabile di una fatale svolta nella sua vita. Lo stesso, senza dubbio, che ha contribuito al diffondersi della sua fama anche nei paesi d’Oriente, e che nel 2006 gli ha permesso di ricevere un incarico di insegnamento dall’Università di Seul (purtroppo rifiutato a causa di altri progetti).

Anche Vittorio Sgarbi ha messo in evidenza come la suggestioni di Bali e dell’Indonesia abbiano recitato un ruolo di imprescindibile nei dipinti di De Romanis, paragonando la sua scoperta dell’Oriente alla rivelazione che Gauguin aveva avuto in Polinesia. In queste opere, in particolare, Ia ritualità è l’elemento fondamentale: si riversa nei gesti, nelle pose, dei costumi, in un surreale teatro in cui le civiltà arcaiche rappresentano ancora il senso del sacro. Gli influssi orientali riversatisi sulla sua pittura, però, avrebbero portato sempre a cambiamenti parziali, mai radicali: a rafforzarsi grazie al soggiorno in oriente una vena primitiva che lo porta a conciliare immaginazione e semplicità, figure piatte e regolari, contorni arabescati e i colori netti, vitrei. Come Sgarbi sottolinea, tali inclinazioni si erano già rivelate in precedenza, con un bisogno di essenzialità primordiale non riducibile ad una semplice questione formale.

Fra le esposizioni più importanti della carriera di De Romanis, la Mostra a Roma ospitata dalla Camera dei Deputati con il titolo “La luce interiore di Agostino De Romanis”, che dopo averne ripercorso tutte le fasi pittoriche, esamina il “mutamento” avvenuto dopo l’esperienza di Bali. Inoltre, numerosi fra i suoi dipinti sono stati inseriti non soltanto in collezioni private, ma anche in Musei, Collezioni d’Italia e d’altri Paesi: in particolare San Salvatore in Lauro di Roma, i Ministeri italiani degli Esteri e dei Beni Culturali, il Gedung Arsip National di Jakarta e il Rudana di Bali. Nel 2011, infine, il maestro ha ottenuto un grande riconoscimento con la partecipazione alla cinquantaquattresima edizione della Biennale di Venezia per il Padiglione Italia.

L’arte di Agostino De Romanis riesce a sorprendere, sopra ogni cosa, per l’innata capacità di riprendere e continuare, ampliandoli e rivitalizzandoli, temi appartenenti a cicli già compiutamente conclusi. Il vero talento del pittore, dunque, è quello di usare le mirabili scritture per inserirle armonicamente in nuove composizioni, sempre pronte a stupire emotivamente chi le osserva.

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