I Mercati di Traiano, Museo dei Fori Imperiali, ospitano “1350. Il Giubileo senza papa” una rassegna che in occasione della chiusura del Giubileo 2025 descrive un momento difficile e paradossale della storia della Roma medioevale: il secondo Anno Santo commemorato per l’assenza del pontefice a Roma.
Un evento che pur mancante della guida spirituale suprema della cristianità divenne uno dei momenti più sorprendenti del XIV secolo per impatto religioso, politico, sociale e culturale.
La mostra, visitabile fino all’1 febbraio 2026, è a cura di Claudio Parisi Presicce, Nicoletta Bernacchio, Massimiliano Munzi e Simone Pastor, ed è promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura.
L’esposizione accoglie circa 60 capolavori fra statue dipinti, epigrafi, monete, sigilli, manoscritti, bassorilievi, oggetti devozionali e rari documenti storici molti dei quali mai presentati al pubblico, giunti da rilevanti istituzioni italiane e internazionali oltre che dalle collezioni capitoline.
Il percorso espositivo è stato creato all’interno della grande sala al piano terra dei Mercati di Traiano ed è formato da otto sezioni tematiche.
La prima sezione “1300. Il primo Giubileo” si ispira a Bonifacio VIII Caetani, il papa che istituì il primo Giubileo nel 1300. Era di proprietà della sua famiglia il Castello delle Milizie con l’altissima Torre, edificato nel XII-XIII secolo inglobando anche i Mercati di Traiano.
Esposto l’acquerello su carta di Maria Barosso: Bonifacio VIII affacciato alla Loggia delle Benedizioni in Laterano (dal codice Grimaldi della Biblioteca Ambrosiana di Milano, riproduzione, Museo di Roma).
Tra le testimonianze più rare degli idiomi della città dell’epoca ricordiamo il gesso del complesso del Laterano nel Medioevo, (Museo di Roma, 1910) di Adolfo Consolani.
Lo stemma del pontefice compare sulle antiche misure per l’olio e il vino (1300 circa) che il Comune di Roma, già istituito nel 1143, adoperava per assolvere il regolare funzionamento degli scambi e dei commerci.
La pianta di Roma a forma di leone all’interno del Liber Ystoriarum Romanorum, codice di fine Duecento inizio Trecento, è presente con una riproduzione.
La seconda sezione: “Tra il primo e il secondo Giubileo. Roma senza Papa”, tratta gli avvenimenti successivi alla morte di Bonifacio VIII che portarono alla così denominata “Cattività Avignonese” cioè quel lungo periodo tra il 1309 e il 1377 in cui sette pontefici tutti francesi non risedettero più a Roma ma ad Avignone, nel bellissimo Palais Papes,.
Mostrato pertanto il plastico del Palazzo dei Papi di Avignone al tempo di Clemente VI, in legno, dell’artista francese Patrice Berger (2002).
Fra i due Giubilei vi fu una fase di inquietudine e crisi economica ma contemporaneamente una esuberante produzione artistica.
Esempio di ciò è il grande affresco con la Santissima Trinità, della metà del Trecento, giunto dalla chiesa di San Salvatore delle Tre immagini nel rione Monti e attualmente nel Museo di Roma.
L’opera fu realizzata dopo l’istituzione della festività della Santissima Trinità e promossa da papa Giovanni XXII nel 1334.
Vi fu un grave disordine sociale fra famiglie baronali, principalmente gli Orsini e i Colonna in contrasto incessante per il dominio dell’Urbe. Attestazione dei romani vissuti in tali anni, alcune lapidi funerarie e la lastra scolpita dei Boccabella.
Tra il primo e il secondo Giubileo la città includeva quasi trenta ospedali, strutture di accoglienza per persone indigenti e per i pellegrini che, nonostante in numero minore, continuavano a raggiungere Roma per pregare sulle tombe degli Apostoli e vedere il Velo della Veronica.
La terza sezione: “1342-1350. Verso il secondo Giubileo”, determina il nucleo tematico della rassegna. Sono illustrati gli anni che seguono l’elezione di Clemente VI presso cui il Comune inviò una ambasceria chiedendogli di tornare nella città e anticipare il secondo Giubileo al 1350.
Il papa non riportò la Curia a Roma ma autorizzò il Giubileo, disponendo che avrebbe avuto luogo ogni cinquant’anni invece di cento.
Nell’evento è presente un frammento dell’epigrafe della statua dedicata a Clemente VI, dal complesso ospedaliero di Santo Spirito in Sassia, è l’unica parte che resta della scultura oggi perduta e commissionata da fra’ Iacobus, membro dell’ambasceria romana ad Avignone del 1342.
“Quest’opera l’ha fatta fare il venerabile dominus Fra’ Jacopo, magister e praeceptor dell’Ospedale di Santo Spirito, a perpetua memoria del predetto papa (= Clemente VI) e degli ambasciatori romani, del cui numero il predetto dominus praeceptor fu uno”.
Presente il calco in gesso della figura giacente del sepolcro di Clemente VI di Léopold Bulla (1913, originale della metà del XIV secolo), situato ad Avignone, nel Palais des Papes.
L’esposizione ricostruisce la funzione basilare della città di Roma: nobiltà, popolo e autorità ecclesiastica e istituzioni comunali collaborarono per accogliere i pellegrini, un’efficienza eccezionale per tale età.
All’epoca vi erano, come già citato, trenta ospedali tra cui il San Giacomo in Augusta, creato nel 1339 su iniziativa del cardinale Pietro Colonna, mostrato il calco dell’epigrafe di fondazione, proveniente dal Museo Storico dell’Arte Sanitaria di Roma.
Roma fu devastata dalla peste nera del 1348 e dal terremoto del 1349, esso lese molteplici edifici come la Torre delle Milizie e la Torre dei Conti, private delle loro sommità.
Presente la statua in marmo dell’Arcangelo Michele, invocato contro la peste, riprodotto con le ali spiegate nell’azione di uccidere il drago, prestito straordinario dell’antico ospedale di San Giovanni in Laterano.
Tra gli interpreti principali dell’esposizione si distingue “Cola di Rienzo”, IV sezione, figura carismatica e controversa, simbolo del sogno di una Roma indipendente e repubblicana. Egli, anche se brevemente contrastò l’egemonia baronale e clericale, portavoce della fazione popolare, divenendo ben presto il protagonista della scena politica romana.
E’ raffigurato da composizioni che descrivono episodi desunti soprattutto da quel testo che è la Cronica dell’Anonimo Romano: la grande tela Cola di Rienzo suscita il popolo romano ad abbattere il tirannico giogo dei baroni romani (1850, Musei Reali di Torino), Cola di Rienzo che spiega le antiche epigrafi ai romani, (1829, Galleria d’Arte Carlo Virgilio di Roma), entrambe di Carlo Felice Biscarra.
Frate Acuto che annuncia a Cola di Rienzo la resa di Francesco dei Prefetti di Vico, un bassorilievo in gesso di Ettore Ferrari (Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma), e Cola di Rienzo che spiega le antiche epigrafi ai Romani in un disegno di Palagio Pelagi (Galleria d’Arte Carlo Virgilio di Roma).
Ancora due monete dagli scavi del Mausoleo di Augusto, battute dal Senato nella prima metà del Trecento e due denari emessi nei mesi del suo Tribunato (Biblioteca Apostolica Vaticana).
La V sezione è denominata “Petrarca” e la successiva “Petrarca, Roma e i Mirabilia” rivolta ad una Roma vista e sognata con al centro i Mirabilia, leggende riportate nei suoi scritti attuati a partire dal XII secolo.
Tra esse il Globo in bronzo dorato che coronava l’obelisco Vaticano reputato essere l’urna delle ceneri di Giulio Cesare e la “Visione di Augusto” scolpita sulla Lastra dell’Aracoeli davanti alla quale Cola di Rienzo si inchinò per deporre le insegne tribunizie dopo la vittoria sui Colonna del 1347, di cui è mostrato il calco frontale.
Ricordiamo poi il Busto di Francesco Petrarca in marmo del 1815 di Carlo Pinelli ( Musei Capitolini, Protomoteca).
Il fulcro del Giubileo erano “I Pellegrini”, settima sezione, giunti da molti Paesi europei arrivavano a Roma vestiti con corti mantelli, bordone e bisaccia come nella placchetta in bronzo dorato del Museo Nazionale del Bargello o nella scultura del Ritorno del pellegrino accolto dall’abbraccio della moglie del Musée Lorrain di Nancy.
Portavano con sé insegne devozionali acquistate presso i santuari, due insegne in piombo in esposizione provenienti da Chioggia con i Santi Pietro e Paolo o quelle dai Fori Imperiali con San Nicola e San Michele.
La rassegna rende la spiritualità del periodo tramite oggetti magnifici custoditi nelle chiese di Roma come la statua di Santa Veronica, vera icona di Cristo, ubicata in San
Pietro in Vaticano, emblema del Giubileo del 1350 la cui venerazione si era rivelata già nel 1200.
La Veronica è ritratta in un ducato in oro emesso dal senatus romano nel Trecento ( Biblioteca Apostolica Vaticana).
Ancora un raro codice quattrocentesco ( Biblioteca Nazionale di Napoli) la cui menzione più antica è nei Problemata di Nicola d’Oresme, vescovo di Lisieux tra il 1377 e il 1382, riferita ai primi dibattiti sulla Sacra Sindone.
La sezione ottava conclusiva è intitolata: “Dopo il Giubileo del 1350, il papa torna a Roma”.
Nel 1377 santa Caterina da Siena accompagnava il pontefice Gregorio XI nell’Urbe, presenti una stampa di metà Ottocento dal Museo di Roma e dei modellini settecenteschi per la decorazione dell’abside della chiesa di Santa Caterina da Siena a via Giulia, situati nella Venerabile Arciconfraternita di Santa Caterina da Siena.
Alla santa è dedicata anche la chiesa di Santa Caterina a Magnanapoli, eseguita nel XVI secolo nello spazio dei Mercati di Traiano, i quali dopo il castello delle Milizie accolsero un convento di suore domenicane.
L’acquerello di Ettore Roesler Franz: Chiesa di Santa Caterina da Siena e Torre detta delle Milizie, giunge dal Museo di Roma in Trastevere, (1892).
Esposta un’epigrafe in tre frammenti con il nome del cittadino che elargì denaro per la ricostituzione di due colonne dopo il terribile incendio della basilica di San Giovanni in Laterano nel 1361: un’attestazione di enorme valore scientifico, creduta dispersa fino ad oggi, nei depositi capitolini.
La mostra termina con la figura della nobildonna romana, Jacopa dei Prefetti di Vico, portata via dal convento e data in sposa al fratello di papa Bonifacio IX, Andrea Tomacelli molto più grande di lei.
Il Sarcofago con Muse rilavorato e reimpiegato come sepolcro della giovane, del primo quarto del terzo secolo d.C., è sempre nei Musei Capitolini.
Bonifacio IX, salito al soglio pontificio nel 1389, ripristinò l’autorità papale abolendo l’autonomia comunale conseguita nel corso del XIV secolo, finisce così a Roma l’epoca del Comune medioevale.
L’esposizione si distingue attraverso i protagonisti che hanno determinato e raccontato la storia e la società di tale periodo con descrizioni di testimonianze straordinarie dell’antica città, cuore pulsante della cristianità e crocevia di arte, fede e storia.
