Prossima fermata: Notte di Giampaolo Giudice.Le parole sono emozioni

Per molti critici la poesia è un genere ormai obsoleto, superato. Sicuramente, se si paragona il tempo presente al passato, il linguaggio poetico ha perduto quelle caratteristiche di esclusività e universalità che possedeva. Ma, come affermato da un grande poeta e letterato, la poesia è ciò che siamo, l’essenza stessa della nostra esistenza. Non ci sono codici scritti, linguaggi più comprensivi della poesia, che esprime, dalla notte dei tempi, quel che di umano c’è nell’uomo. Molti sono ancora gli adepti dell’arte di Euterpe ed Erato, che affidano la loro anima e i loro sentimenti ad un verso. Tanti anche i giovani poeti, a testimoniare l’immortalità del genere, inteso come un enorme flusso che attraversa i secoli. Giampaolo Giudice è un poeta, uno che ha scelto la tradizione dei versi per dare sfogo alla sua sensibilità e ispirazione. Il suo libro, Prossima fermata: Notte, è un ossequio al cuore stesso della poesia e ai suoi interpreti più grandi, il riferimento ai quali non può sfuggire, tra i versi, ad un occhio attento. Nel componimento di apertura, Taglio, si intravede un omaggio alla grande canzone trecentesca, di Petrarca e Boccaccio, ma anche un richiamo all’opera e alla vita di Ungaretti. Nella personificazione di un anziano saggio e maestro di vita, il volume si offre come dono al lettore, per poterlo guidare nei momenti di crisi e dargli forza in quelli di debolezza. La metafora, semplice ma efficace, rinvigorisce l’immagine e il significato della poesia. Il lato oscuro della luce, appare come un atto di ossequio a Montale, anche se lo scenario descritto, lunare e desertico, quasi metafisico, si discosta dalla tradizione paesaggistica del poeta ligure. È un richiamo all’interiorità, la desolazione del lato oscuro è quella dell’anima, in cui tutti i colori e le forme si confondono e mescolano senza lasciare la possibilità di essere individuati. Questa grigia confusione rende inutili le decisioni, le direzioni da prendere, ‘dieci e zero valgono uno’ dice Giudice, una dura critica alla massificazione e al conformismo. L’anafora dell’avverbio “qui” all’inizio dei versi, rende più duro e quasi inevitabile il messaggio, donando anche una resistente armatura sintattica e ritmica al componimento. Particolarmente evocativa e commovente, infine, la poesia intitolata Papà. Essa è concepita come un invito del poeta al padre a raccontare la sua vita e la sua esperienza, in modo che possa essere di conforto e conoscenza, ma anche di esempio, per lui. Anche qui l’anafora dona pathos ed emotività alla poesia, in cui l’autore vuole ripercorrere le tappe della vita del genitore. Il primo amore, le origini siciliane, la gioventù e l’infanzia, ma anche la solitudine, gli errori e la malattia, per finire con la sua nascita, quasi a sancire il passaggio della vita da una generazione all’altra. Davvero un bellissimo fiore poetico. È molto confortante e inorgoglisce che la poesia abbia ancora degli interpreti così sinceri e appassionati, perché questo genere si nutre delle emozioni dei suoi interpreti e rappresenta l’emotività stessa nella sua essenza migliore. Un ottimo libro.    

 

Patrizio Pitzalis 

 

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