Dopo 30 anni ritorna sul grande schermo l’assurdo viaggio nel tempo dell’accoppiata vincente Tosco-Campana. Non ci resta che piangere fu un riuscito esempio di “spontaneismo comico” e, retorica permettendo, un solitario esperimento di successo fra due Grandi della comicità italiana. Irripetibile purtroppo, ma per fortuna riproponibile in ogni tempo
A trent’anni dalla prima uscita sul grande schermo, torna al cinema l’irresistibile coppia Benigni e Troisi. Per tre giorni, dal 2 al 4 Marzo, “Non ci resta che piangere” sarà nelle sale italiane in versione restaurata e rimasterizzata, grazie all’apporto di Mediaset, Melampo, Film&Video e Lucky Red, che distribuirà il film per un emozionante e imperdibile evento. E’ stato proprio Benigni a volere il ritorno e il restauro della pellicola.
Era il 1984 quando il film, scritto ed interpretato da Troisi e Benigni, fu campione di incassi spopolando nelle sale di tutta Italia. Il titolo Non ci resta che piangere nacque in modo particolare, lo stesso Benigni svelò: «a Troisi dicevo “ti leggo una poesia dimmi quale ti piace di più per il titolo”. Arrivato a Non ci resta che piangere mi fermò dicendo “questa mi piace“». Una scelta nata dall’empatia tra i due che si respira ogni volta che condividono lo schermo. E di certo non ci fu titolo più azzeccato visto che è rimasto impresso tanto da diventare un modo di dire. Leggenda vuole che Benigni e Troisi chiesero di ritirarsi a Cortina d’Ampezzo, a spese della produzione (Mauro Berardi e Ettore Rosboch) per scrivere la sceneggiatura.
Dopo un mese i due, non avendo trovato ancora lo spunto giusto, chiesero di trascorrere un certo periodo al mare; non ancora pronti, andarono per un certo periodo in Val d’Orcia. Alla fine si presentarono con due appunti: ci perdiamo nel Medioevo, andiamo a fermare Cristoforo Colombo. «Abbiamo lavorato a lungo, mesi e mesi, sulla sceneggiatura, abbiamo rigirato tutte le scene, quante volte.», dice Benigni, sembra perché spesso ridevano a crepapelle sul set. «Appena poi il film è uscito, improvvisamente, per strada, sono diventati proverbiali una quindicina di modi di dire del film, inaspettati. Ci arrivavano lettere come quella a Savonarola! – dice Benigni ricordando la scena esilarante omaggio alla lettera di Totò -, pensare che fu completamente improvvisata. Sono quelle scintille divine, diciamo così, di gioia».La trama narra della storia di Mario (Troisi) che di professione fa il bidello e Saverio (Benigni) un maestro elementare. I due, amici affettuosamente litiganti, stanno attraversando la campagna in auto e sono sorpresi da un temporale e si riparano in un casolare. La mattina, al risveglio, si ritrovano in un’epoca tra il Medioevo e il Rinascimento, nell’anno 1492, nel paese immaginario di Frittole. Mario trema di paura mentre Saverio affronta impavido la novità e dà consigli al compagno su come abbordare una ragazzina. Mario si finge musicista e spaccia canzoni come “Yesterday”, “Volare”, e “Fratelli d’Italia”, come proprie invenzioni. I due partiranno per la Spagna e cercheranno di impedire a Cristoforo Colombo di scoprire l’America. Durante il viaggio incontrano l’ingegnere Leonardo Da Vinci (Paolo Bonacelli) e gli suggeriscono come costruire il treno, il termometro, il semaforo e Mario gli insegna a giocare a scopa. Il film sembra avere anche retroscena e messaggi politici: I due protagonisti, infatti, tentano di impedire la scoperta dell’America, forse non solo perché in questo modo il fidanzato traditore americano della sorella di Saverio non sarebbe mai nato, ma probabilmente per una visione dei due artisti circa l’ideologia americana.Non ci resta che piangere però, ancora di più, è un incontro. Incontro tra due artisti straordinari il cui risultato è stato qualcosa di irripetibile. Molte scene del film non nascono dalle sceneggiature e dalle battute stabilite ma, come solo i veri artisti sanno fare, dall’improvvisazione. Questo ha permesso al film di essere qualcosa di assolutamente originale, unico.La comicità impacciata e genuina di Massimo si accosta, senza contrapporsi, a quella più sfrenata di Roberto. Da questi due opposti, infatti, più che incongruenza nasce perfetta coesione. I due sono opposti non solo per la differente tecnica di recitazione, ma anche per la tipologia dei personaggi interpretati. Laddove Benigni è immerso nelle sue idee e porta avanti, nel corso del film, l’amore per l’impegno e per le sue ideologie, Troisi ricerca l’immediatezza e la spontaneità. Provenienti da due universi comici diversi e con due retroterra artistici, culturali e sociali alquanto dissimili i due attori inseriscono agevolmente i loro personaggi in una struttura narrativa libera e vivace, che ne valorizza le reciproche virtù in un gioco verbale e mimico senza soste. In finale, “Non ci resta che piangere” è un film divertente, “teatrale”, semplice, profondo e soprattutto divagante attorno all’emozioni dell’animo umano.Fratelli figli di regioni diverse, Massimo e Roberto parlano la stessa lingua, che trascende le melodie del dialetto napoletano e l’accento di Vergaio: sono due comici gemelli, o per meglio dire complementari. O, più semplicemente, due amici. Questa è la formula magica di Non Ci Resta che Piangere, racconta Benigni: l’amicizia.
«Un film nato da quel sentimento che è così uguale e così distante dall’amore che è l’amicizia… nato proprio dal fatto che siamo invincibili, quando c’è questa armatura fragilissima, trasparente dell’amicizia, del volere costruire insieme una cosa. Eravamo allegri e ognuno poi si appoggiava sull’altro».
Grazia Mannna