Le fotografie haiku di Vivian Maier

Quando ti imbatti nelle foto di Vivian Maier, un’artista della quale sappiamo ancora pochissimo, vivi un’esperienza estetica intensa ed improvvisa. Fotografava di tutto, coglieva attimi di immensa poesia e poi archiviava i suoi scatti perché di diventare famosa non le importava nulla. Senza saperlo ha inaugurato molti dei generi fotografici della modernità e della postmodernità: lo scatto street-life, il selfie (l’autoscatto), la social photography. Si aggirava per le strade di New York e di Chicago con la sua Rolleiflex appesa al collo per testimoniare, attraverso le immagini, attimi di vita che hanno costituito il tessuto della società americana del ‘900. Sono ben centomila le fotografie della Maier che lo scrittore John Maloof ha acquistato e catalogato. La vicenda inizia nel 2007 quando un negozio dei sobborghi di Chicago viene sfrattato assieme ai suoi scatoloni che finiscono all’asta. Maloof ne compra uno, lo apre e dentro trova il suo tesoro. Si innamora della mano, dell’occhio e della mente dell’illustre sconosciuto che ha prodotto quell’opera. Compra anche le altre scatole e finalmente rinviene un nome: Vivian Maier. Cerca su google e scopre che all’età di 81 anni questa signora è morta qualche giorno prima. Di lei sappiamo solo che è nata nel 1926 a New York da padre austriaco e madre francese. Dopo il divorzio dei suoi genitori si trasferisce con la madre in un piccolo paese della Francia, Julien-en-Champsur. La coinquilina della madre, una fotografa professionista, la inizia all’arte dello scatto. Torna in America e inizia a lavorare come governante per alcune famiglie della borghesia più illuminata. Lei è la nurse ideale, visto che parla perfettamente francese, legge moltissimo, è appassionata d’arte e scatta tantissime fotografie. La Maier è politicamente progressista e femminista. Ama ritrarre in particolare i poveri, i derelitti e le donne. La realtà tutta è fonte di continua ispirazione. Nel 1959 riesce a pagarsi un viaggio intorno al mondo che la porterà da Hong Kong all’India, dalla Turchia all’Italia. Sola (oggi diremmo single), senza figli, senza parenti stretti, ha solo la sua Rolleiflex a farle compagnia mentre, nel tempo libero, si dedica al suo vero lavoro. Della sua formazione non sappiamo nulla. Alcuni critici hanno paragonato le sue fotografie agli haiku, brevi componimenti poetici della tradizione giapponese. In effetti la Maier coglie e raccoglie frammenti di realtà che hanno il potere di aprire uno squarcio di senso inedito agli occhi dell’osservatore. L’immediatezza delle immagini contribuisce alla loro potenza poiché fanno deflagrare mondi vitali, come li chiamerebbe il filosofo Jurgen Habermas, in ritratti essenziali. La Vivian Maier mania è già partita, tant’è che in rete le leggende sul suo conto abbondano. Speriamo che la ricerca e l’inchiesta giornalistica approfondiscano il profilo di quest’artista che potrebbe diventare la più grande fotografa del secolo scorso.    

 

Pasquale Musellafoto Vivian Maier

 

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