Con Alfons Mucha e le atmosfere art nouveau (10 dicembre 2015 – 20 marzo 2016), il Palazzo Reale di Milano ha avviato un programma di mostre dedicato all’arte europea della fin de siècle, che culminerà, in occasione del centenario dalla sua morte, con Umberto Boccioni (1882 – 1916). Genio e memoria (25 marzo – 3 luglio).
A creare un ponte fra l’Art Nouveau di Mucha e il Futurismo di Boccioni è ora anche Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra (3 febbraio – 5 giugno 2016), rassegna promossa dal Comune di Milano-Cultura, dall’istituzione Palazzo Reale, da «24Ore Cultura»/Gruppo 24Ore e Artemisia Group, curata da Fernando Mazzocca e Claudia Zevi, in collaborazione con Michel Draguet.Le circa 150 opere esposte, suddivise in 21 sezioni, provengono da alcune delle maggiori istituzioni museali e collezioni private d’Europa e sono accompagnate dalle note di Claude Debussy, di Richard Wagner e dai versi de I fiori del male di Charles Baudelaire.
Tale allestimento potenzia l’espressività delle opere esposte, esprimendo ideali e contraddizioni di un’epoca incerta circa l’avvenire, da cui riemergono infatti la dimensione mitica di Esiodo e la Musa (1891) di Gustave Moreau; l’onirismo fluttuante di Odilon Redon; l’atmosfera cupa e misteriosa di Arnold Böcklin; il capo mozzo dell’Orfeo morto (1892) di Jean Delville, emblema del connubio tra Eros-Thanatos; la sfinge protagonista de La Carezza (1896), di Ferdinand Khnopff. Accanto a questi figurano inoltre i pilastri dell’arte italiana, costituiti dalle opere di Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Galileo Chini e Giulio Aristide Sartorio, quest’ultimo presente con Il poema della vita umana (1906-’07), posto nella sezione dedicata alla Biennale di Venezia del 1907, che costituì un evento culminante per il Simbolismo in Italia. La mostra si chiude con il ciclo delle Mille e una notte, realizzato nel 1914 da Vittorio Zecchin.Tutti gli artisti proposti sono mossi dalla aspirazione a un’arte capace di andare oltre la superficie delle cose e di catturare lo spirito del tempo, facendo luce sul lato oscuro del progresso e della modernità. È il desiderio di porre fine alla stagione realista e impressionista a guidarli verso l’inizio delle Avanguardie, e la décadence, raffigurata da Il peccato (1908) di Franz von Stuck, costituisce perciò una soglia delle esperienze artistiche del periodo. In Italia, tuttavia, si rilevano atmosfere più tenui e naturali, che comunque, come spiega Mazzocca, contribuiscono al rinnovamento della cultura nazionale «facendola entrare nella modernità e anticipando il Futurismo». Lo stesso Mazzocca, inoltre, sostiene che «se Segantini e Previati hanno rappresentato le due anime del Simbolismo, una più legata alla dimensione della realtà naturale, l’altra a quella del sogno, Pellizza da Volpedo e Morbelli, dal canto loro, confermano come il Divisionismo italiano […] abbia raggiunto i suoi risultati più alti proprio quando, creando “l’arte per l’idea”, è passato dal Realismo alle istanze simboliste». Con queste premesse la mostra recepisce le differenze fra il milieu simbolista milanese e quello romano, nel quale, anche per l’influenza di Gabriele D’Annunzio, i grandi protagonisti, come appunto Sartorio e Adolfo De Carolis, hanno elaborato una pittura che si rifà al Rinascimento e al mito, seguendo le orme dei preraffaelliti inglesi, come Rossetti e Burne-Jones.
Box informazioni:
Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra
(3 febbraio – 5 giugno 2016)
Piazza Duomo 12, Milano
Lun 14.30 – 19.30
Mar, Mer, Ven, Dom 9.30 – 19.30
Gio, Sab 9.30 – 22.30
www.palazzorealemilano.it
Giada Sbriccoli
