Il punto, per Royal Group Hotels & Resorts, non è mettere in fila quattro alberghi tra Napoli e Sorrento. Il punto è far convivere una piscina pensata da Gio Ponti al decimo piano di un edificio sul lungomare, un parco botanico cresciuto da un podere già appartenuto ai Gesuiti, un hotel sorrentino dal passo più agile e una tenuta agricola dove l’olio riposa in due cisterne romane. A renderla leggibile è una storia familiare che procede per passaggi di responsabilità: Roberto Fernandes, Teresa Naldi, Gianluca Picone. Tre nomi, tre stagioni diverse, dentro un’idea di ospitalità che cambia forma senza perdere il rapporto con il territorio.
Roberto Fernandes entra in questa vicenda nel secondo dopoguerra, quando investire nell’ospitalità significava misurarsi con città ancora ferite e con un futuro turistico da costruire. Nel 1949 acquista l’Hotel Royal des Etrangers, quasi distrutto dalla guerra, e immagina al suo posto un albergo moderno, con oltre trecento camere, piscina, roof garden, bar e ristorante. Gio Ponti viene chiamato per gli interni, lo stemma e la piscina; pochi anni dopo, lo stesso dialogo tra impresa e progetto si sposterà a Sorrento, nel futuro Parco dei Principi. Teresa Naldi, nipote di Fernandes e fondatrice del marchio Royal Group, raccoglie quell’eredità e la porta in una regia più ampia, fatta di alberghi, verde storico, ristorazione, eventi e responsabilità verso luoghi che hanno già una voce forte. Con Gianluca Picone, soprattutto al Relais Regina Giovanna, la continuità familiare trova un’altra misura, più legata alla terra, alla sostenibilità, a un soggiorno che non separa l’ospite dal paesaggio.
Il Royal Continental Napoli, inaugurato nel 1955, è il lato più urbano di questa storia. Affaccia su via Partenope, davanti a Castel dell’Ovo, in un punto della città dove la vista rischia facilmente di prendersi tutto. Qui, invece, il mare non basta a spiegare l’identità dell’hotel. Il Royal nasce come gesto di modernizzazione sul lungomare e, nel tempo, si salda alla storia del Continental, struttura risalente al 1911, poi abbattuta e ricostruita su progetto di Alberto Izzo e Camillo Gubitosi. Nel 1990 l’edificio viene acquistato dagli eredi Fernandes; nel 2003 l’unione dei servizi dei due alberghi dà vita all’attuale Royal Continental. Due corpi, due epoche, una facciata che non cancella del tutto le proprie giunture. A volte è proprio lì che un albergo smette di sembrare perfetto e diventa credibile.
La parte più nota resta quella legata a Gio Ponti. La piscina sul tetto finisce nel 1954 sulla copertina di Domus come Una piscina sul tetto. L’anno successivo inaugura il nuovo Hotel Royal, con ascensori, aria condizionata e arredi realizzati anche da Dassi Mobili Moderni. Ponti lavora su un comfort pratico, quasi domestico: testiere-cruscotto, comodini integrati,
specchi circolari, mobili pensati per risolvere la vita quotidiana della camera. Nel 2012, su impulso di Teresa Naldi, ventiquattro camere del primo piano vengono restaurate filologicamente e riportate al disegno originario, dando vita al Gio Ponti Floor, un piano museo aperto anche a visite guidate e iniziative culturali. La memoria, qui, resta dentro l’uso. Viene lasciata abitare.
Oggi il Royal Continental è un grande albergo di città, attraversato da pubblici diversi. Le camere e le suite, molte affacciate sul mare, tengono Napoli davanti agli occhi anche quando il viaggio nasce per lavoro; la parte meeting, con sale modulari e un auditorium da 500 posti, ne fa un indirizzo operativo per incontri, eventi e manifestazioni. Questa apertura emerge anche dal racconto di Gaetano Marco Corvino, Quality & Training Manager. Le 397 camere accolgono chi soggiorna in hotel, fa colazione, usa i servizi dell’albergo e poi sceglie, durante la giornata, anche ristoranti, bar e spazi comuni; accanto a questo pubblico ne esiste un altro, fatto di napoletani, viaggiatori di passaggio, ospiti internazionali e persone che arrivano dal lungomare, dai social, dal sito o da una ricerca online. Anche la colazione, nella sala Pulcinella, entra in questa soglia più fluida: non soltanto servizio per chi pernotta, ma esperienza aperta anche a chi vuole vivere, per qualche ora, l’atmosfera di un grande albergo affacciato sul Golfo.
La ristorazione lavora su registri diversi, sotto la regia food & beverage di Francesco Verde. Otto s.l.m., a otto metri sul livello del mare, è il ristorante in cui la cucina mediterranea contemporanea incontra Castel dell’Ovo e una ricerca costruita su materia prima, stagionalità, territorio e contaminazioni tecniche. Elements porta invece il rapporto con il lungomare su un terreno più informale e cosmopolita: si trova al piano terra, con ingresso diretto da via Partenope, dialoga con il mare attraverso una grande parete in vetro e affida al bancone di oltre otto metri, incorniciato dall’opera in rame di Quintino Scolavino, un’idea di cocktail bar pensata per accompagnare la giornata, dalla pausa più rapida all’aperitivo, dalla pizza in padellino ai drink serali. Desìo lavora su un’altra forma di quotidianità: gelato artigianale, gusti stagionali, pasticceria, snack salati, torte su ordinazione e caffè, con una proposta prodotta nella cucina del Royal Continental e accessibile anche dalla strada.
Dentro questa identità, la cucina ha un ruolo decisivo. A guidare Otto s.l.m. è Paolo Verolla, chef che conosce il Royal Continental dall’interno dopo quindici anni di percorso dentro l’hotel. È un passaggio importante, perché una cucina di albergo, soprattutto in una struttura di queste dimensioni, non può ragionare come un ristorante isolato: deve accompagnare colazioni, pranzi, cene, eventi, ospiti congressuali, clientela internazionale e pubblico esterno, tenendo insieme numeri importanti e attenzione al dettaglio. Verolla racconta una linea fondata sulla materia prima, sulla riconoscibilità dei sapori e su un rapporto con Napoli e con il Mediterraneo che non coincide con la semplice ripetizione della tradizione. Il territorio resta il punto di partenza, ma viene lavorato con una sensibilità contemporanea, capace di accogliere piatti di mare, proposte di terra e alternative vegetali senza trasformare la carta in una vetrina disordinata.
Il RisOtto ai frutti del mare, a cui lo chef è particolarmente legato, diventa in questo senso un piatto rivelatore: una preparazione apparentemente immediata, quasi familiare, che in realtà chiede precisione, scelta della materia prima, rispetto dei tempi e capacità di restituire il mare senza appesantirlo. La stessa linea attraversa gli spaghettoni di Gragnano con vongole e agretti, la pasta e patate all’astice del Mediterraneo, i ravioli al nero di seppia con cavolo cappuccio, crema di zucchine alla scapece e salicornia. Sono piatti in cui il mare entra con forza, ma senza diventare una formula unica. Accanto a questa parte, la carta lascia spazio al baccalà con crema di patate e asparagi, alla ricciola scottata con yogurt greco all’erba cipollina e scarole con uvetta e pinoli, al pescato della notte alla griglia o al forno con patate novelle alle erbe e verdure di stagione.
Il menu tiene insieme anche una parte più legata alla terra e alla memoria napoletana: la parmigiana di melanzane, gli ziti spezzati alla genovese di manzo con fonduta di Parmigiano Reggiano, i tubettoni ai piselli con soppressata artigianale, germogli di piselli e tuorlo d’uovo. La sezione Mare & Terra lavora su ingressi riconoscibili ma non banali, dalla caprese di mozzarella di bufala con pomodori di stagione e basilico alle alici ’mbuttunate con provola d’Agerola, mayo al peperoncino e scorzonera, fino al polpo a Santa Lucia con crema di pomodori e capperi e alla tartare di tonno con millefoglie di alga nori e ricotta agli agrumi. Anche la parte vegetale (green way) non viene trattata come alternativa di servizio: la millefoglie di zucchine con crema al caciocavallo e fiocchi di pomodoro, gli spaghettoni di Gragnano ai pomodori del Vesuvio, le polpette di ceci e orto con salsa al curry e la Melaviglia all’olio d’oliva con crema vanigliata, mela annurca e pepe Timut raccontano una cucina che prova a restare inclusiva senza perdere identità.
Il lavoro di Otto s.l.m. trova poi una sintesi nei percorsi degustazione, che permettono di leggere meglio le due anime della cucina. Il viaggio profondo mette insieme polpo a Santa Lucia, RisOtto ai frutti del mare, baccalà con crema di patate e asparagi e Vesuvio cheesecake alle albicocche pellecchielle; il viaggio elevato guarda invece alla parmigiana di melanzane, ai tubettoni di piselli con soppressata artigianale, al filetto di manzo con patate novelle e julienne di carciofi e al lemon curd in Costiera con meringa all’italiana e crumble al basilico. Il punto non è stupire a ogni costo, ma costruire piatti capaci di parlare sia all’ospite straniero sia a chi conosce bene Napoli e riconosce subito quando un sapore è rispettato oppure forzato.
Verolla insiste anche su un aspetto meno visibile, ma fondamentale: il rapporto tra cucina e sala. Il piatto non finisce quando lascia la cucina; continua nel modo in cui viene raccontato, servito, accompagnato. Per questo non può esserci rivalità tra chi cucina e chi accoglie l’ospite al tavolo. Cucina e sala devono camminare insieme, con la stessa attenzione e la stessa misura, perché l’esperienza gastronomica nasce proprio da quella continuità. È un principio che vale negli hotel come nei ristoranti di grandi dimensioni, dove numeri, tempi di servizio e organizzazione interna rischiano di separare ciò che per l’ospite arriva invece come un’unica esperienza. Nessun reparto può procedere da solo, e nessun dettaglio può restare fuori dal racconto complessivo.
La nuova cantina merita un discorso a parte, perché nasce da una scelta meno scontata rispetto alla classica divisione per regioni. Il lavoro non è stato quello di ordinare le etichette secondo una geografia amministrativa, ma di costruire una lettura verticale del vino, coerente con l’identità di Otto s.l.m. e con l’idea stessa degli otto metri sul livello del mare. Così come i menu degustazione parlano di viaggio profondo e viaggio elevato, anche la cantina prova ad attraversare il territorio per altezze, esposizioni, intensità e caratteri. Le bollicine, per esempio, non vengono lette soltanto come champagne, crémant o metodo classico italiano, ma come bollicine d’Oltralpe, di montagna, di collina, di mare: categorie che spostano l’attenzione dalla provenienza regionale alla struttura del vino, alla freschezza, alla sapidità, alla quota, al modo in cui un paesaggio entra nel bicchiere. Lo stesso schema prosegue con i bianchi e con i rossi, costruendo una carta che non chiede all’ospite di orientarsi solo tra Veneto, Piemonte, Lombardia, Campania o Francia, ma di scegliere una direzione di gusto. In questo modo il vino diventa parte del racconto gastronomico: accompagna il mare quando serve profondità, sostiene i piatti di terra quando occorre maggiore struttura, dialoga con le acidità, con le note vegetali, con la sapidità e con le diverse consistenze della cucina. La cantina, allora, non è un semplice ampliamento di etichette, ma una mappa in verticale: dal mare alla montagna, dalla collina all’Oltralpe, pensata per dare al cliente una possibilità di lettura più libera e più precisa.
A Sorrento, il Parco dei Principi cambia passo. La storia della proprietà comincia molto prima dell’albergo, quando il podere appartenuto ai Gesuiti passa a Paolo Leopoldo di Borbone, conte di Siracusa, che nel 1792 fa costruire la villa neoclassica Poggio Siracusa. Dopo l’Unità d’Italia arrivano i principi russi Cortchacow; la principessa Elena, appassionata di botanica, arricchisce il parco con specie esotiche raccolte nei suoi viaggi. Quando Fernandes acquista la proprietà nel 1959, richiama Gio Ponti. L’11 aprile 1962 inaugura il Parco dei Principi di Sorrento, uno dei primi design hotel al mondo, costruito su una relazione precisa tra architettura, natura e mare.
Qui il gruppo eredita una responsabilità diversa. Ponti interviene dalle fondamenta alle decorazioni, disegna camere, arredi, maioliche, pavimenti e rapporti cromatici. I blu e gli azzurri non decorano soltanto: portano cielo, mare e luce dentro il carattere dell’edificio. Le camere affacciano sul Golfo o sul Parco Botanico e conservano la funzionalità elegante del progetto, tra testiere-cruscotto, specchi rotondi, ceramiche diverse e superfici pensate per essere vissute. È un albergo che si guarda, certo, ma soprattutto si percorre. Nei corridoi, sulle terrazze maiolicate, nella discesa verso il mare, l’idea di Ponti continua a muoversi.
Il restauro filologico dei primi anni Duemila, seguito con la consulenza dell’architetto Fabrizio Mautone, ha restituito materiali, finiture e arredi; nel 2012, per i cinquant’anni, è nato un percorso museale permanente dedicato all’opera di Ponti. Eppure, il Parco non vive soltanto come luogo di studio. La piscina di acqua di mare immersa nel verde, la piccola spiaggia privata, la scogliera a mezzaluna, il Gio Ponti Bistrot, il Ristorante Poggio Siracusa e il Blu Bar compongono una quotidianità precisa: la colazione, la discesa al mare, il pranzo, l’aperitivo su una terrazza che porta ancora addosso il segno dell’architetto. In un luogo così iconico, la bellezza potrebbe diventare immagine pronta. Il lavoro più interessante sta nel mantenerla abitabile.
Il Parco Botanico aggiunge un’altra profondità. Oltre due ettari su un costone di tufo a picco sul Golfo di Napoli, più di quattrocento alberi, specie esotiche, felci, convallaria, antiche Agathis robuste, un passato che passa dal podere dei Gesuiti ai giardini borbonici, dai Cortchacow alla famiglia Fernandes. La manutenzione coinvolge ancora la famiglia Russo, legata alla proprietà da generazioni; dal 2022 il curatore Giovanni Masucci affianca questo lavoro con un progetto di gestione, tutela e valorizzazione. Alcuni esemplari sono stati iscritti nel Registro degli Alberi Monumentali d’Italia, e il Premio GreenCare 2025 al Parco Botanico, nella sezione verde privato, riconosce la costanza di questa cura. In un hotel così fotografato, molto di ciò che conta avviene lontano dall’inquadratura.
Sempre a Sorrento, So’ Lifestyle Hotel alleggerisce il tono. Si trova in via Rota 44, come il Parco dei Principi, ma parla a un viaggiatore diverso: chi cerca una base comoda, informale, mediterranea, capace di accompagnare un mini-break, una vacanza in famiglia, una fuga verso Capri, Napoli o la Costiera. Le sue 71 camere non portano il peso della memoria architettonica, e proprio questa leggerezza ne definisce l’identità. So’ lavora su spazi essenziali, colori chiari, materiali funzionali, un giardino rigoglioso e una piscina pensata per interrompere la giornata senza trasformarla in cerimonia.
Nel soggiorno, il suo carattere passa da cose semplici: camere essenziali, spazi leggibili, un tono vivace ma misurato, attenzione alla riduzione degli sprechi, produzione di energia pulita, limitazione del monouso, materiali ecologici, biodegradabili, riciclati e riciclabili. È l’indirizzo per chi vuole vivere Sorrento con più libertà, partire al mattino per un’escursione e rientrare in un luogo fresco, pratico, senza troppa solennità. So’ rende il viaggio più agile, e dentro un gruppo attraversato da storie così forti questa semplicità ha un suo peso.
Il Relais Regina Giovanna porta invece tutto verso la terra. In via Calata di Puolo, al Capo di Sorrento, oltre venti ettari affacciati sul mare raccolgono uliveti, orti, frutteti, filari di vite e tre case coloniche. La proprietà corrisponde all’antica pars agricola della Villa romana del Capo di Sorrento; i resti sul mare fanno parte dell’area archeologica dei Bagni della Regina Giovanna. Negli anni Sessanta l’ingegnere e imprenditore Nino Naldi acquista questa campagna per la produzione familiare e per i cavalli. Nel 2005 Teresa Naldi converte La Corte in struttura ricettiva e inaugura il Relais, allora agriturismo con dodici camere, entrato nel marchio Royal Group. Dal 2014 Gianluca Picone apre un nuovo ciclo, riorganizzando spazi, attività agricola, sostenibilità e rapporto con l’arte.
La sua identità nasce dal modo in cui accoglienza e lavoro agricolo restano vicini. Le sistemazioni si distribuiscono tra La Corte, antica casa colonica principale; La Casa, immersa nell’uliveto e adiacente all’orto; e La Villa, affacciata sul mare. La parte agricola dà sostanza al paesaggio: oltre quattromila ulivi della varietà locale Minucciola, alcuni patriarchi secolari, olio prodotto secondo disciplinare DOP, limoni coltivati secondo il disciplinare dell’IGP Limone di Sorrento, orti, frutteti, conserve, filari di Aglianico e Piedirosso. Due grandi cisterne di epoca romana, fresche e asciutte, custodiscono l’olio. È un dettaglio che sposta tutto: il passato non resta rovina da visitare, ma spazio ancora in uso.
Pane e Olio traduce questa materia in cucina, con ricette mediterranee e prodotti freschi; Il Fiordo, nella stagione estiva, accompagna la spiaggia privata con una proposta più leggera,
a pochi metri dalla riva. Il resto dell’esperienza segue la stessa logica: farm tour nell’orto biologico, degustazioni in vigna, yoga retreat, matrimoni ed eventi privati, passeggiate tra natura e archeologia. Anche gli interventi artistici entrano senza forzare il luogo: arredi in legno nato dalle potature, ceramiche e opere site specific. Il Relais ha un passo più lento, meno alberghiero in senso classico, più vicino alla manutenzione quotidiana di un paesaggio produttivo. Qui il soggiorno dipende anche da ciò che viene coltivato, raccolto, trasformato, conservato.
Nel suo insieme, Royal Group Hotels & Resorts tiene oggi circa ventidue ettari di verde tra il fondo del Relais Regina Giovanna e il Parco Botanico del Parco dei Principi. È un dato concreto, perché parla di cura continuativa: il lungomare, la memoria di Ponti e gli eventi del Royal Continental; il design e la botanica del Parco dei Principi; la freschezza più immediata di So’; la campagna abitata del Relais. Nessuna struttura riassume il gruppo da sola. Ciascuna ne sposta leggermente il baricentro.
La forza del gruppo sta proprio in questa mancata uniformità. Royal Group lascia che ogni indirizzo conservi il proprio passo: una piscina sul tetto che resta gesto tecnico e immaginativo, un piano museo che restituisce le camere al disegno originario, un Parco Botanico affidato a chi ne conosce le radici, un hotel giovane che rende Sorrento più facile da vivere, una tenuta agricola che produce prima ancora di accogliere. Tra Napoli e Sorrento, l’ospitalità non cerca una voce unica. Tiene insieme voci diverse, lasciando che ciascuna arrivi al viaggiatore con il proprio tempo.
Foto S.P.