Perugia si lascia scoprire lentamente, come fanno le città che non hanno bisogno di dichiararsi. Si avvicina con le sue pietre color miele, con il respiro profondo delle sue salite, con quel modo tutto suo di coniugare il ritmo antico delle mura etrusche alla vitalità di chi la abita oggi. Ogni passo è un’onda che porta altrove: un vicolo che si stringe, una terrazza che si apre, uno scorcio che sembra trattenere la luce del pomeriggio. È in questo scenario stratificato e vibrante che il Rosetta Hotel Perugia, Tapestry Collection by Hilton, ha ritrovato la propria voce. Una voce nuova, limpida, ricavata dalla memoria senza esserne prigioniera.
Per comprenderne davvero la rinascita, è necessario ripercorrere quasi un secolo di storia. Nato nel 1923, il Rosetta affonda le sue radici in una stagione in cui Perugia iniziava ad attrarre un turismo colto, fatto di viaggiatori, docenti universitari, professionisti e famiglie in cerca di un’ospitalità accogliente nel cuore dell’acropoli. Per decenni l’hotel è stato un riferimento affettivo per la città: luogo di incontri, cene, celebrazioni, conversazioni e rituali quotidiani. Negli anni Cinquanta e Sessanta, complice il boom economico, divenne un punto fermo della vita cittadina; negli anni Ottanta e Duemila subì vari aggiornamenti, pur mantenendo quell’anima rétro che la comunità continuava a riconoscergli.
Il passaggio alla famiglia Mencarelli nel 2015 segnò l’inizio di una nuova consapevolezza: l’edificio aveva un potenziale ancora inespresso. La svolta definitiva arrivò nel 2020, quando Rodolfo Mencarelli e Simone Fittuccia rilevarono la struttura con l’intenzione di andare oltre un semplice restyling. L’obiettivo era più ambizioso: trasformare la storica Rosetta in un hotel contemporaneo capace di dialogare con la scena internazionale senza rinunciare alla propria identità. Da qui la scelta della Tapestry Collection by Hilton, il brand che celebra le specificità dei luoghi e valorizza le strutture indipendenti.
È in questo momento di passaggio, tra consapevolezza storica e visione futura, che si inserisce il racconto di Simone Fittuccia, proprietario dell’hotel insieme al socio Rodolfo Mencarelli, che ripercorre le tappe di un percorso fatto di ascolto, responsabilità e scelte misurate.
«Il nostro è un progetto condiviso, con ruoli ben distinti: io mi occupo della visione complessiva della struttura, Rodolfo cura l’identità gastronomica, che per un luogo come questo rappresenta una parte fondamentale dell’esperienza.
La Rosetta è molto più di un albergo. È una struttura che nasce nel 1923 e che, nel corso della sua storia, ha rappresentato un punto di riferimento per la città. Negli anni Sessanta e Settanta ha vissuto una stagione di grande splendore, accogliendo ospiti illustri e distinguendosi anche per una proposta ristorativa di altissimo livello, capace di ottenere la stella Michelin. Era un luogo riconosciuto, autorevole, profondamente radicato nel tessuto sociale e culturale del territorio.
Con il passare delle generazioni, però, quello standard così elevato non è stato mantenuto. La struttura ha iniziato lentamente a perdere centralità, fino a diventare, negli anni, un albergo stanco, appesantito dal tempo e dalle trasformazioni del mercato. Eppure, anche in quella fase di declino, la Rosetta conservava qualcosa di molto raro: un’anima forte, generosa, una sorta di dignità silenziosa che aspettava solo di essere riconosciuta e riportata alla luce.
Quando siamo entrati noi, abbiamo avvertito subito questa doppia dimensione. Nel 2015 abbiamo iniziato prendendo in gestione la parte ristorativa; nel 2016 abbiamo esteso il nostro impegno anche alla gestione alberghiera; infine, nel 2020, abbiamo acquisito la proprietà delle mura. È stato un percorso graduale, che ci ha permesso di conoscere a fondo la struttura, comprenderne i limiti ma soprattutto il potenziale. Ed è proprio in quel momento che abbiamo sentito con chiarezza la responsabilità di ciò che avevamo tra le mani.
Restituire importanza alla Rosetta non significava semplicemente rinnovarla, ma assumersi la responsabilità della sua storia. Un luogo come questo non si può trattare come un foglio bianco: ogni scelta deve dialogare con ciò che è stato. La ristrutturazione è nata da questa consapevolezza ed è stata pensata come il gesto delicato di una “vecchia signora” che decide di rimettersi in gioco, di ritrovare eleganza e presenza senza rinnegare la propria identità.
Abbiamo lavorato per riportare la Rosetta all’interno di un mercato turistico italiano e internazionale, consapevoli che oggi l’ospitalità richiede linguaggi nuovi, ma anche profondità. Non volevamo un restyling fine a sé stesso, ma un progetto capace di restituire autorevolezza, comfort e carattere, mantenendo leggibile il passato.
Per quanto riguarda la ristorazione, la scelta è stata molto chiara fin dall’inizio. La stella Michelin non è un obiettivo. Non per mancanza di rispetto verso il riconoscimento, ma perché una stella comporta un modello preciso di esperienza e anche una selezione molto netta della clientela. Noi abbiamo scelto un’altra strada: creare un ristorante importante, di qualità alta e riconoscibile, ma capace di restare aperto, accessibile, vivo.
Vogliamo che il ristorante della Rosetta sia un luogo in cui si possano vivere momenti piacevoli non solo come ospiti dell’hotel, ma anche come cittadini. Crediamo che il valore di un luogo storico stia anche nella sua capacità di essere condiviso. Per questo i luoghi pubblici dell’hotel sono stati concepiti come spazi a servizio del territorio, non come ambienti chiusi ed esclusivi.
È una visione molto presente nella cultura internazionale dell’ospitalità, soprattutto anglosassone: gli spazi comuni devono essere vissuti, attraversati, riconosciuti dalla città. Un hotel funziona davvero quando smette di essere solo un contenitore per chi arriva da fuori e torna a essere un punto di riferimento anche per chi quel luogo lo abita ogni giorno. Storicamente, la Rosetta è sempre stata questo, e riportarla a quella dimensione è stato per noi un passaggio naturale.
Anche il progetto della spa rientra in questa logica di crescita graduale e consapevole. È un’idea chiara, presente, ma non immediata. Non rientra tra le priorità del brand Hilton, e soprattutto non vogliamo forzare i tempi. Non parliamo del 2026, ma di un progetto a tendere, intorno al 2028, quando la struttura sarà pienamente affermata sul mercato e in grado di sostenere un investimento importante.
I locali, però, sono già stati pensati in questa direzione. Esistono almeno due ambienti storici, collocati a livello strada e a un livello inferiore rispetto alla via sottostante, che si prestano perfettamente a diventare il cuore di una futura area wellness. Nulla è improvvisato: ogni passo viene progettato con una visione di lungo periodo.
In fondo, il lavoro sulla Rosetta non è mai stato un semplice “prima e dopo”. È un percorso fatto di scelte, di ascolto, di rispetto per ciò che è stato e di attenzione per ciò che potrà essere. Il nostro obiettivo non è riportarla a un’immagine idealizzata del passato, ma permetterle di tornare a essere, oggi, un luogo autorevole, accogliente e profondamente vivo, capace di dialogare con la città e con il mondo.»
A dare forma concreta a questa visione — emersa con chiarezza anche nelle parole della proprietà — è stato un lavoro di quattordici mesi guidato dallo studio Ovre.design. Gli architetti Giulia Delpiano e Corrado Conti hanno interpretato l’edificio come un organismo vivo, costruendo un linguaggio capace di tradurre intenzioni e memoria in spazio: materie locali come rovere, pietra e tessuti artigiani dialogano con tecnologie contemporanee e luci scenografiche. Ne nasce una narrazione diffusa che omaggia l’Umbria senza mai cadere nella replica nostalgica. La palette cromatica richiama i toni del Rinascimento, mentre dettagli realizzati da botteghe locali riportano in superficie il legame con la tradizione manuale della regione.
Il Rosetta si sviluppa oggi su cinque livelli e ospita settantaquattro camere distribuite su tre piani. Varcata la soglia, si percepisce un senso di equilibrio costruito con elementi essenziali ma accuratissimi: legni caldi, toni chiari, superfici morbide, geometrie sobrie. Il cortile interno — raccolto, quasi segreto — è una pausa naturale tra gli ambienti, un luogo silenzioso che riflette la stessa eleganza misurata del progetto.
Questa attenzione verso il passato, unita alla volontà di proiettare la struttura nel futuro, ha portato il Rosetta a ottenere la prestigiosa certificazione GBC Historic Building, riservata agli edifici storici riqualificati nel rispetto della loro identità. Non si tratta di un riconoscimento puramente tecnico: testimonia un equilibrio raro tra tutela del patrimonio, sostenibilità energetica e benessere degli ospiti.
È in questa fase di piena rinascita che entra in scena Angela Lollini, General Manager del Rosetta Hotel Perugia, con un percorso costruito tra esperienze internazionali, grandi realtà alberghiere e una profonda conoscenza del mercato corporate e leisure, chiamata oggi a guidare la struttura con uno sguardo che unisce visione manageriale, sensibilità relazionale ed esperienza maturata tra contesti nazionali e internazionali.
«Il mio percorso professionale nasce subito dopo la laurea in Economia del Turismo ad Assisi, conseguita nel 2001. Sono umbra fino al midollo, lo sono sempre stata: vengo da una famiglia profondamente radicata in questa terra e, proprio per questo, dopo l’università ho sentito il bisogno di fare l’opposto, di uscire, di misurarmi con altri contesti, altre lingue, altri modi di lavorare.
Avevo studiato inglese, certo, ma lo avevo fatto sempre restando qui. Non avevo mai vissuto davvero fuori, non avevo mai studiato lontano da casa. Sentivo che per crescere dovevo allontanarmi, anche dalla mia famiglia, e capire chi fossi professionalmente in un contesto diverso. Così ho iniziato con alcune esperienze stagionali: in Grecia e poi in Sardegna, dove nel 2002 sono approdata al Forte Village. È stata una prima vera palestra, un luogo che mi ha insegnato il ritmo, la complessità e l’organizzazione dell’ospitalità di alto livello.
Dopo quella esperienza ho sentito il richiamo dell’estero e sono partita per Londra, con l’idea di fermarmi più a lungo. In realtà il momento non era quello giusto: sono rimasta circa sei mesi, ma è stato sufficiente per capire quanto fosse importante per me confrontarmi con contesti internazionali. Tornata in Italia, ho deciso di puntare su Milano, la città che in quegli anni rappresentava il centro del mondo alberghiero business.
Nel gennaio 2004 sono entrata in Alliance Hospitality, una catena fortemente orientata al segmento corporate, business e MICE. Sono rimasta fino al luglio 2010, costruendo in quei sei anni e mezzo un percorso di crescita continuo, che mi ha portata a diventare Sales Manager. Lavoravo su Milano e Piacenza, con uno sguardo molto strutturato sul corporate, sugli eventi, sulle aziende.
Quell’esperienza è stata per me una seconda università. Alliance aveva un ufficio commerciale e marketing molto solido, con un Director of Sales di grande livello e un team estremamente preparato. Mi sono misurata con menti brillanti, con persone che ancora oggi considero punti di riferimento. È stato un imprinting fortissimo, che non mi ha mai lasciata.
A un certo punto, però, ho sentito che mi mancava qualcosa. Volevo spostare il focus dal solo mondo corporate e MICE al segmento leisure, che sentivo più vicino alla mia sensibilità. Io non sono mai stata una persona da “grandi salti”: faccio un passo alla volta, con discrezione, costruendo nel tempo. Così ho accettato una nuova esperienza sempre a Milano, lavorando per tre alberghi – il Doria, il Poliziano e l’Hotel Loreto – con un ruolo sales dedicato sia al leisure sia al corporate.
Dopo circa un anno e mezzo, a 33 anni, ho sentito che era arrivato il momento di tornare in Umbria. Un po’ per amore, un po’ per il desiderio di riavvicinarmi alla mia famiglia. Prima di rientrare definitivamente, ho però cercato una collocazione che fosse coerente con il mio percorso e sono diventata Sales & Marketing Manager in una struttura quattro stelle ad
Assisi. Era una realtà interessante, con buone prospettive, ma il rientro da Milano è stato un contraccolpo forte e mi sono fermata solo un anno e mezzo.
La svolta è arrivata con il Best Western Quattrotorri di Perugia, dove ho ritrovato il mio mondo naturale: corporate e MICE, ma in un contesto solido e strutturato. Sono rimasta cinque anni e mezzo, crescendo fino a diventare Assistant Director, lavorando a stretto contatto con la direzione e sviluppando una visione sempre più manageriale. Best Western mi ha dato anche l’opportunità di confrontarmi costantemente con Milano, attraverso corsi, formazione e scambi continui.
Nel 2018 mi si è presentata un’opportunità importante: la riapertura di un cinque stelle, Le Tre Vaselle a Torgiano, struttura storica fondata nel 1978 dalla famiglia Lungarotti, poi chiusa negli anni Novanta con l’idea di una ristrutturazione mai avvenuta. La riapertura del 2018 è avvenuta con una società di gestione e io ho accettato il ruolo di Resident Manager, vivendo la mia prima esperienza di direzione.
È stata un’esperienza complessa, anche dura. La struttura non era realmente ristrutturata e questo ha reso il lavoro molto faticoso. In più, per me, è stato un banco di prova anche umano: imparare a dirigere senza snaturare la mia natura, che è empatica, sensibile. Quando sei direttore devi costruirti una sorta di corazza, perché se sei troppo coinvolta emotivamente rischi di svuotarti.
Dal novembre 2020, in pieno Covid, sono entrata al Borgo dei Conti Resort, dove sono rimasta fino ad aprile 2025. Quattro anni e mezzo intensi, segnati dalla ripartenza post-pandemica, in cui ho potuto rimettere al centro le mie competenze commerciali e di sviluppo.
Proprio nel 2025 mi è stata segnalata un’opportunità: la direzione di un hotel di circa 70 camere nel centro di Perugia, il Rosetta Hotel Perugia, oggi Tapestry Collection by Hilton. All’inizio ho detto no. Non volevo tornare a dirigere. Ho provato a capire se nella struttura in cui mi trovavo ci fossero prospettive di crescita, ma quando ho compreso che non ce n’erano, ho deciso di rimettermi in gioco.
Ho incontrato la proprietà e tutto è stato molto naturale. Evidentemente, era il momento giusto.
Da aprile 2025 sono General Manager del Rosetta Hotel Perugia. Oggi sento di avere finalmente gli strumenti, l’esperienza e la consapevolezza per affrontare questo ruolo con equilibrio, senza rinnegare la mia sensibilità, ma trasformandola in una forza.»
È proprio questa visione, raccontata nelle parole della sua General Manager, a restituire al Rosetta una dimensione pienamente urbana. L’hotel, infatti, non vive in isolamento: la sua posizione — a pochi passi da Corso Vannucci, dalla Rocca Paolina, da Palazzo dei Priori e dalla Galleria Nazionale dell’Umbria — lo rende un naturale prolungamento della città. Da qui si può attraversare Perugia a piedi, coglierne i dettagli, seguirne il ritmo. È un osservatorio privilegiato, un punto di partenza e di ritorno.
Le camere raccontano un’idea di ospitalità raffinata e discreta, costruita intorno alla sensazione di essere accolti con naturalezza. Le singole e le queen sono intime, pensate per
chi cerca un rifugio essenziale ma curato nei minimi dettagli: superfici morbide, luci regolabili, doccia con soffione a pioggia, TV ad alta definizione e una palette cromatica che invita alla quiete. Le king, superior e deluxe ampliano la prospettiva, offrendo maggiore ariosità e una fruibilità più versatile, ideale per soggiorni più lunghi o per chi desidera una zona relax più definita. Le deluxe, con divano letto integrato, si adattano con eleganza anche alle piccole famiglie.
Le junior suite e le suite presentano ambienti più articolati, con zone giorno pensate per leggere, lavorare o semplicemente concedersi una pausa. Gli elementi di design dialogano con la struttura storica: scrivanie ampie, punti luce scenografici, toni caldi e materiali che richiamano la tradizione artigiana umbra. La Suite Rosetta, la più iconica, custodisce un soffitto cinquecentesco dipinto a mano, un frammento d’arte che non si impone ma accompagna. La sua ampiezza, la zona living integrata e la cura dei dettagli — dalla macchina da caffè espresso ai tessuti scelti con attenzione — la rendono un microcosmo prezioso, dove la storia entra in relazione con il comfort contemporaneo.
Accanto alle camere, la dimensione sociale dell’hotel si articola in ambienti che dialogano tra loro con naturalezza. Casa Vannucci rende omaggio alla cucina umbra con tecniche contemporanee; Sushi Umbro di Matteo Brunamonti, nasce dall’ambizione di rileggere i prodotti del territorio in chiave inedita, trasformandoli attraverso il linguaggio e la gestualità del sushi; The Cloud, affacciato sui tetti di Perugia, cambia volto durante la giornata, da spazio raccolto per la colazione a luogo aperto a ospiti e cittadini per brunch, aperitivi e momenti di lavoro. È una soglia, un ponte, un crocevia.
Il legame tra l’hotel e la città troverà ulteriore espressione nel futuro Jazz Club, destinato a trasformare i livelli sotterranei in un nuovo centro culturale: performance dal vivo, piccoli eventi letterari, incontri con artisti, collaborazioni con realtà locali. Il Rosetta non si limita a ospitare cultura: la genera, la ascolta, la restituisce.
La filosofia progettuale si riflette anche nella cura dell’esperienza ospite. I corridoi seguono l’impianto storico dell’edificio creando un percorso narrativo; le zone comuni sono concepite per bilanciare privacy e convivialità; la fruibilità è garantita da camere attrezzate per persone con disabilità motorie e da servizi come chiave digitale, concierge, fitness center, camere comunicanti. Anche la sostenibilità è un valore concreto: sistemi energetici efficienti, materiali durevoli, pratiche consapevoli per ospiti e personale.
Il Rosetta non è soltanto una struttura ricettiva: è un gesto verso Perugia. È il riconoscimento del suo valore culturale, la restituzione di uno spazio simbolico e la proposta di un luogo in cui passato, presente e futuro convivono senza fratture. Un hotel che non si limita a essere soggiornato, ma vissuto; che non cerca di impressionare, ma di restare.
Ed è forse questa la sensazione che accompagna chi se ne va: l’impressione di aver attraversato un luogo che ha saputo tradurre l’essenza della città in atmosfere, luci e narrazioni. Un luogo che custodisce, accoglie, racconta. Un luogo che resta.
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