«Sono figlio della libertà e a lei devo tutto ciò che sono», scriveva Camillo Benso Conte di Cavour. Una frase che, a Benso, non resta dichiarazione d’intenti ma diventa criterio operativo: scegliere, togliere, costruire una linea riconoscibile senza inseguire effetti. È da qui che prende forma un progetto che trova nella misura il proprio punto di forza.
A Forlì, il ristorante si presenta con un’identità visiva precisa. L’ambiente è essenziale ma non freddo, calibrato nei materiali e nelle proporzioni. Il legno introduce calore, il metallo definisce i contorni, le vetrate ampliano la percezione dello spazio e accompagnano lo sguardo verso l’esterno. I tavoli sono ben distanziati, la mise en place è pulita, mai invadente. Non c’è ricerca di scenografia: ogni elemento è pensato per sostenere l’esperienza senza sovraccaricarla.
Questa stessa chiarezza si ritrova nella cucina guidata dallo chef Davide Grumbianin, affiancato da Daniele Diessa e Andrea Bellavista. Grumbianin, classe 1980, si forma all’Istituto Pellegrino Artusi di Forlimpopoli e costruisce il proprio percorso tra diverse realtà della Riviera e dell’entroterra romagnolo, tra cui Locanda Appennino, Hotel Gradisca di Rimini, Bagno Anna di Cervia e Adria Hotel di Milano Marittima. Un percorso che mantiene sempre un legame diretto con la materia e con il territorio, senza perdere apertura verso linguaggi contemporanei. Diessa porta un’esperienza più ampia, maturata anche fuori dall’Italia tra Cesenatico, Mosca e Milano, contribuendo a una visione più dinamica. Bellavista lavora invece sulla parte finale del percorso, quella della memoria gustativa e della chiusura del pasto. Il risultato è una brigata compatta, dove i ruoli sono distinti ma perfettamente integrati.
Nel piatto, la lettura è ordinata e segue con chiarezza il ritmo della giornata. A pranzo la carta è diretta e ben costruita: negli antipasti si incontrano il Cavolfiore con miso e liquirizia, le Sarde fritte con raviggiolo e yuzu, le Capesante con sedano rapa, frutto della passione e caviale di seppia e la Battuta di manzo con peperoni arrosto e salsa d’acciughe, piatti che definiscono subito il linguaggio della cucina, fatto di contrasti precisi e accostamenti puliti.
I primi mantengono la stessa linea: dagli Spaghettini tiepidi con pomodoro, burrata e olive, più immediati, al Risotto con triglia, carciofi e camomilla, fino ai Tortelli di mortadella con burro, salvia, carne salada e crema di piselli. Nei secondi, il Trancio di pescato del giorno alla piastra con zucca, limone e pepe, il Vitello tonnato con millefoglie di patate e radicchio marinato e l’Arrosto di maiale con mela, cavolo cappuccio e sommacco completano una proposta coerente e leggibile.
I dolci chiudono il pranzo con continuità: Torta Sacher scomposta, Tiramisù con cioccolato, funghi e gelato alle castagne, Tarte Tatin al radicchio con lampone e chutney di melagrana, insieme a sorbetti e gelati di produzione propria.
Accanto alla carta, il pranzo offre diverse alternative. Il “pranzetto”, con due piatti a scelta, pensato per una pausa più veloce e due percorsi degustazione: il menu “Benso”, strutturato tra entrée, portate, pre-dessert e piccola pasticceria, e “Mano Libera”, sei portate a scelta dello chef. Le degustazioni accompagnano l’intera giornata.
Nel passaggio verso il servizio serale, l’aperitivo introduce un momento più informale tra calici e piccoli assaggi, preparando al cambio di ritmo della cena.
La sera la carta si amplia e si differenzia dal pranzo. Negli antipasti compaiono, oltre alla Zucca Delica arrosto con erborinato e kumquat e al Calamaro in bianco e nero, piatti come il Filetto di orata farcita con patate affumicate e caviale di rapa rossa, la Palamita scottata con carciofi, yuzu e aglio nero e il Cipollotto al barbecue con salsiccia di cinghiale, pecorino e fiori di sambuco.
Anche i primi seguono una linea più articolata: Tortelli di cicoria con caprino alle more e scalogno caramellato, Risotto al verde con seppia, olive e arachidi e Passatelli asciutti con lonzino di Mora Romagnola, cardi e alloro. Nei secondi, il percorso si approfondisce con il Trancio di baccalà con verza, funghi e uva, l’Agnello alla brace con topinambur, caffè e ricci di mare, la Guancia di vitello con broccoli, bergamotto e bagna càuda e la Bavetta di manzo con radice di prezzemolo, cime di rapa e mandarino.
Un dettaglio racconta bene la coerenza del progetto: il pane e la focaccia “no spreco”, preparati con una crema di pane del giorno prima che restituisce all’impasto una consistenza più soffice e cremosa, inserendo una scelta concreta all’interno del lavoro quotidiano del ristorante.
La carta dei vini accompagna questo percorso con una selezione ampia e coerente, costruita per dialogare con la cucina e seguirne il ritmo senza sovrastarla. L’impostazione privilegia un equilibrio tra territorio e apertura: una presenza solida dell’Emilia-Romagna – tra Albana, Sangiovese e realtà artigianali – affiancata da denominazioni italiane consolidate e da una scelta mirata di etichette internazionali. Il lavoro sui calici è puntuale e accompagna le diverse fasi del menu, mentre bollicine e vini macerati ampliano le possibilità di abbinamento.
Accanto ai vini, il capitolo dei distillati ha un peso reale. La proposta attraversa amari, liquori, grappe, distillati di frutta, whisky, rum, cognac e armagnac. Accanto ai classici italiani – Montenegro, Lucano, Fernet Branca – trovano spazio etichette più ricercate e una presenza significativa di prodotti legati alla tradizione erboristica. Nelle grappe emergono nomi come Capovilla, Poli e Pojer e Sandri, mentre la selezione internazionale include rum agricoli caraibici, whisky scozzesi e giapponesi, cognac e armagnac francesi. Il dopo cena diventa così parte integrante dell’esperienza.
Il servizio segue questa linea con naturalezza. È presente, preciso, mai invasivo. I tempi sono gestiti con equilibrio e la relazione con il cliente resta sempre misurata. Un’impostazione che ha portato Benso a essere segnalato anche dalla Guida Michelin per una cucina contemporanea capace di muoversi con equilibrio tra terra e mare.
Benso costruisce così un’identità solida, fondata su scelte chiare e continuità. Non cerca effetti, ma precisione. Ed è proprio in questa coerenza – tra spazio, cucina, ritmo della giornata e selezione dei distillati – che si definisce l’esperienza complessiva.