Non si nasce imprenditori per caso. Si diventa custodi di una storia, interpreti di un luogo, ambasciatori inconsapevoli di un’identità che prende forma tra le mani, tra profumi e impasti. Ciro Poppella, oggi nome indiscusso della pasticceria napoletana, non avrebbe mai immaginato da bambino che un giorno la sua firma avrebbe varcato i confini del Rione Sanità per diventare un simbolo della città. “Ero un sognatore, da piccolo mi divertivo con mio padre a inventare cose salate, ma non avrei mai pensato di arrivare a questo punto”. Eppure, quel punto, oggi, è una realtà affermata, un’impresa familiare solida, un’icona contemporanea nata nel cuore di un quartiere che un tempo non esisteva nemmeno sulle mappe.
La Sanità, per decenni dimenticata dalle istituzioni, ha assistito in silenzio alla metamorfosi della sua anima. “Dieci anni fa era un luogo abbandonato. Nessuno ci pensava, nessuno ci calcolava”, racconta. Ciro non solo ci ha pensato, ci ha creduto. Ha scelto di restare, di investire proprio lì, dove affondano le radici della sua famiglia. Una famiglia che da generazioni vive la città attraverso il pane e i dolci, iniziando con i nonni Raffaele e Giuseppina, soprannominati Papele e Puppnella, dai quali nasce il nome della storica insegna. Era il 1920 quando aprirono un panificio nel cuore del quartiere. Da allora, ogni generazione ha lasciato un segno.
Nel 2005, è il turno di Ciro. Figlio di Salvatore, eredita un’attività e un’identità, ma con uno sguardo nuovo. Da autodidatta, affina il mestiere tra le mani, apprendendo i primi segreti da un cugino del padre, Mario Casertano, pasticciere a Ponza. “Durante l’inverno veniva ad aiutarmi nel laboratorio. Era lui a crederci per primo, è stato la mia spinta. Mio padre credeva in me, ma Mario mi ha trasmesso la fiducia che serve per innovare”. Accanto alla figura affettiva e formativa di Casertano, Ciro non ha mai nascosto l’ammirazione per alcuni dei grandi maestri italiani. “Oggi ce ne sono pochi, ma ho sempre guardato con rispetto e ispirazione a nomi come Iginio Massari, Luigi Biasetto, ma anche Sal De Riso, che ha saputo portare l’eccellenza campana nel mondo. Sono persone che, partendo dal nulla, hanno raggiunto traguardi straordinari con disciplina, creatività e un’etica del lavoro esemplare. Anche da loro ho imparato quanto conti la costanza, l’equilibrio dei gesti, la cura del dettaglio, l’umiltà del mestiere”.
E innovare, in effetti, è quello che ha fatto. Nel 2015, da un’intuizione spontanea e da un gesto generoso, nasce il dolce che cambierà tutto: il Fiocco di Neve. Una brioche morbida, dal gusto delicato, ripiena di una crema bianca a base di ricotta di pecora e latte fresco. Un dolce pensato per essere semplice, accessibile, e che invece diventa un caso, un fenomeno. “All’inizio nessuno lo prendeva sul serio, sembrava una cosa da poco. L’ho donato a un’associazione di bambini disabili, dopo tre mesi la gente lo cercava ovunque. Non avevo nemmeno i soldi per comprare la materia prima”.
Il successo è stato esplosivo. Il dolce conquista palati e cuori, si diffonde prima nel quartiere, poi in tutta Napoli, quindi oltre. “Alcuni mi raccontano che sentono le stelle quando lo mangiano. Un bambino del Sud Africa mi ha detto che assomiglia al latte di sua madre. Sono parole che ti restano dentro”.
Accanto al dolce simbolo, l’offerta della casa si è ampliata nel tempo: babà, pastiere, sfogliatelle, il Calice di San Gennaro, la Bombetta di Totò, la torta Napulè, fino alla recente Perla Nera, creazione il cui nome è stato scelto dalla moglie Anna. “Pensavo fosse una follia da una settimana, ora ne produciamo migliaia a settimana. A lei, questa settimana, regalerò una vera perla nera”.
Anna è il pilastro silenzioso di questo viaggio lungo trentacinque anni. Insieme da quando erano giovanissimi, oggi condividono la gioia di essere nonni di cinque bambini. “Il primo successo è grazie a lei. Mi ha sopportato e supportato sempre”. L’impresa è ora nelle mani dell’intera famiglia: i figli Rita, Carmen e Salvatore lavorano tutti nell’azienda, insieme ai generi. Una collettività affiatata che rappresenta la quinta generazione di un percorso cominciato più di un secolo fa.
Nel tempo, le sedi si sono moltiplicate: da via Arena alla Sanità a via Santa Brigida, nel cuore turistico di Napoli, fino a piazza Cavour. Tre luoghi fisici e decine di bar e ristoranti in Campania che scelgono ogni giorno di servire le sue creazioni. E poi c’è l’ApePop, l’ape car brandizzata che gira la città come punto vendita mobile. Ma il fulcro resta uno: il quartiere. “Mi chiedono perché non apro a Posillipo. Ma la vera Napoli è nei quartieri. Questo, fra qualche anno, sarà il più bello del mondo”.
Un sogno che non si è mai interrotto, nemmeno quando la realtà ha presentato il conto più duro. Ciro ha affrontato minacce, ha denunciato. “Dopo quegli episodi, le istituzioni hanno iniziato a reagire. E io non ho mai avuto paura”. Oggi, se potesse incontrare chi ha premuto il grilletto, lo inviterebbe per un caffè. “Parliamo di felicità, non di rancori. Se posso aiutarti, ci sono”.
La visione è chiara, il futuro già tracciato. “Tra dieci anni mi vedo a crescere i miei nipoti. Quello che non ho potuto fare con i miei figli”. E mentre trasmette passione e tecnica anche ai ragazzi delle scuole alberghiere del quartiere, ammette senza esitazioni: “In mio figlio Salvatore rivedo me stesso. Nei suoi occhi vedo lo stesso incanto che avevo io quando guardavo il mio laboratorio da bambino”.
Non serve idealizzare, né cercare di sintetizzare un cammino tanto complesso in formule preconfezionate. Basta ascoltare, osservare, assaggiare. In quella brioche soffice, in quella crema bianca che è diventata emblema, c’è molto più di una ricetta. C’è la storia di un uomo, della sua famiglia, di un quartiere e della città a cui ha scelto di restituire valore attraverso la dolcezza.
Foto Simone Paris
