A Orvieto c’è un palazzo che racconta una storia particolare. Non quella solita del restauro d’epoca che ricrea ambienti museali, ma qualcosa di diverso: la storia di come si possa far rivivere un edificio del Quattrocento senza tradirne l’anima. Palazzo Petrvs nasce così, dall’incontro tra la visione di Raffaele Tysserand e il talento progettuale di Giuliano Andrea Dell’Uva, due persone che hanno saputo guardare oltre le macerie di un edificio abbandonato per immaginarne la rinascita.
Quando Dell’Uva si è trovato davanti ai resti del palazzo che un tempo apparteneva al notaio Petrus Facienus, ha fatto quello che forse pochi architetti avrebbero osato: invece di limitarsi a restaurare, ha deciso di far dialogare la storia con il presente. La sua fonte di ispirazione principale è stata la cattedrale di Orvieto, quel capolavoro del Duecento che domina la città con la sua facciata a strisce bianche e nere. Un’architettura che sfugge alle categorizzazioni, che mescola gotico e bizantino in un equilibrio che sembra quasi moderno. Dell’Uva ha preso quelle alternanze cromatiche di basalto e travertino e le ha reinterpretate in chiave contemporanea, creando un linguaggio architettonico che parla simultaneamente di passato e presente.
Il risultato è un boutique hotel di nove camere dove ogni ambiente racconta questa doppia appartenenza temporale. Gli affreschi quattrocenteschi riemergono dalle pareti come memorie riaffiorate, i soffitti a cassettoni mostrano i segni del tempo senza nasconderli, mentre gli arredi contemporanei – un tavolo di Sottsass, una chaise longue di Tito Agnoli – si inseriscono negli spazi con naturalezza disarmante. Non c’è quella sensazione di forzatura che spesso si prova davanti ai tentativi di modernizzare gli ambienti storici. Qui tutto sembra al posto giusto, come se fosse sempre stato così.
Dell’Uva ha lavorato esclusivamente con materiali del territorio e artigiani locali, non per un vezzo localistico ma per una precisa scelta poetica. I pavimenti in cotto bicolore presentano volutamente irregolarità superficiali che raccontano il lavoro delle mani, i lavabi dei bagni sono ricavati da blocchi di pietra grezza che mantengono la loro ruvida naturalezza, i mosaici esterni nascono dalla terra stessa di Orvieto. Anche le pareti, trattate con intonaco d’argilla, sembrano respirare, conferendo agli ambienti una qualità luminosa particolare che cambia con il passare delle ore.
La corte d’ingresso, con i suoi divanetti in cotto ispirati ai riad marocchini e la fontana centrale, introduce gli ospiti in un’atmosfera di raccoglimento che prepara all’esperienza successiva. Da qui una scalinata in pietra conduce al piano nobile, dove il dialogo con il Duomo si fa più esplicito attraverso l’uso del travertino e della basaltina. Ma è nella suite ricavata dall’antica torre che il progetto rivela la sua ambizione più grande: restituire agli ospiti quella sensazione di privilegio che dovevano provare i signori del Quattrocento quando guardavano la città dall’alto delle loro dimore. Il letto, disegnato appositamente e rivestito con tessuti a righe che richiamano il tema bicromatico, si affaccia direttamente sul Duomo attraverso grandi finestre che incorniciano la cattedrale come un quadro vivente.
Ugualmente affascinante è la storia del ristorante Coro, ricavato negli spazi di una chiesa sconsacrata del Cinquecento. Dopo un crollo che sembrava aver segnato definitivamente il destino dell’edificio, Dell’Uva è riuscito a farlo rinascere attraverso un intervento di grande sensibilità. Le volte originali, sostenute ora da una struttura in ferro invisibile agli occhi, creano uno spazio dove sacro e profano si mescolano in un’atmosfera unica. Le candele che illuminano i tavoli, le pareti in tufo che emergono dall’ombra, il silenzio solenne che avvolge la sala trasformano ogni cena in un’esperienza che va oltre la semplice degustazione gastronomica.
Ronald Bukri, lo chef che guida la cucina di Coro insieme al socio e General Manager, Francesco Perali, porta in questo spazio suggestivo una filosofia culinaria maturata attraverso esperienze internazionali di primo piano. Dal suo passaggio da Pierre Gagnaire a Londra alle collaborazioni con Paolo Lopriore e Terry Giacomello, Bukri ha sviluppato un approccio che lui stesso definisce come “memoria e invenzione“. I suoi piatti nascono dalla tradizione locale ma si aprono a contaminazioni che li rendono contemporanei senza tradirne l’autenticità. La sua cucina sa essere confortevole e audace allo stesso tempo, familiare eppure sorprendente, esattamente come l’ambiente che la ospita.
Anche Gocce, il bar bistrot ricavato nella corte interna, riflette questa filosofia dell’equilibrio. I divanetti in cotto che richiamano la facciata del Duomo, le piante che addolciscono gli spazi, l’illuminazione soffusa che accompagna il passaggio dal giorno alla sera: tutto concorre a creare un’oasi urbana dove fermarsi diventa un piacere genuino. I cocktail che preparano raccontano storie attraverso ingredienti selezionati con cura, trasformando l’aperitivo in un momento di scoperta.
Ma Palazzo Petrvs non si limita a offrire ospitalità raffinata. La sua posizione privilegiata nel centro storico ne fa un punto di partenza ideale per esplorare Orvieto e i suoi dintorni attraverso esperienze pensate per chi cerca l’autenticità. I walking tour guidati svelano angoli nascosti della città medievale, mentre le visite alle cantine del territorio permettono di conoscere da vicino il lavoro dei viticoltori locali. Particolarmente interessante è la collaborazione con Marino Moretti, ceramista di fama internazionale che nel suo laboratorio della Rocca di Viceno continua una tradizione secolare reinterpretandola con sensibilità contemporanea.
Per chi desidera un contatto più diretto con la natura, le passeggiate a cavallo nella campagna umbra offrono panorami che sembrano dipinti, mentre le escursioni in barca sul Lago di Bolsena permettono di visitare le isole Martana e Bisentina, piccoli gioielli naturalistici spesso trascurati dai circuiti turistici tradizionali. Le lezioni di yoga negli spazi del palazzo, i massaggi negli ambienti storici, le degustazioni private guidate da sommelier esperti completano un ventaglio di proposte che trasformano il soggiorno in un’esperienza multisensoriale.
Il riconoscimento arrivato dalla Guida Michelin conferma che questo approccio ha saputo trovare il giusto equilibrio tra conservazione e innovazione. Ma forse il vero successo di Palazzo Petrvs sta proprio nella sua capacità di far sentire gli ospiti partecipi di una storia che continua. Non spettatori di un museo, ma protagonisti temporanei di una narrazione che si arricchisce con ogni nuovo arrivo. Ogni camera racconta episodi diversi di questa storia, ogni affaccio offre prospettive inedite sulla città, ogni pasto diventa occasione per scoprire sapori che affondano le radici nella tradizione senza rinunciare alla creatività.
Dell’Uva e Tysserand sono riusciti in qualcosa di molto difficile: creare un luogo che parla simultaneamente agli amanti dell’arte, ai cultori dell’architettura, agli appassionati di gastronomia e a chi semplicemente cerca un’esperienza di viaggio autentica. Palazzo Petrvs non imita nulla e non forza alcuna nostalgia. Semplicemente esiste, con la naturalezza di chi ha trovato il proprio posto nel mondo, offrendo a chi lo visita la possibilità di condividere, anche solo per qualche giorno, questa rara armonia tra passato e presente.