Ninety Percent of Everything: il porto di Genova racconta il viaggio nascosto delle cose

Prima di arrivare nelle nostre case, quasi ogni oggetto ha già alle spalle una storia molto più lunga di quella che conosciamo. Il telefono che teniamo in mano ha probabilmente attraversato un oceano e lo stesso vale per il caffè del mattino, eppure di quel viaggio non conserviamo quasi nulla. Le navi restano sagome lontane, mentre il lavoro e le attese scompaiono dietro la facilità con cui troviamo le merci a nostra disposizione.

Ninety Percent of Everything, l’installazione multicanale ospitata dal 4 settembre al 4 ottobre 2026 nella Sala Liguria di Palazzo Ducale, nasce dal desiderio di accorciare questa distanza. Ideato da U-BOOT Lab e curato da Maria Pina Usai, il progetto riunisce i collettivi Fish Tank e Fathom 30°, l’artista Tiziana Alocci, il laboratorio sonoro Stellare e il fotografo Simone Lezzi, chiamati a raccontare il porto oltre l’immagine consueta delle gru e delle portacontainer viste dalla città.

Il titolo viene dal libro che la giornalista britannica Rose George pubblicò nel 2013 dopo essersi imbarcata su una nave cargo per conoscere dall’interno il trasporto marittimo. Il «novanta per cento» racconta bene la vastità di questo mondo, sebbene non sia un dato immutabile, perché le stime delle Nazioni Unite indicano oggi che circa l’80 per cento del commercio internazionale di beni, calcolato in volume, viaggia via mare. Di questa realtà ci accorgiamo soprattutto quando una nave si ferma, una rotta viene bloccata o qualcosa che aspettavamo non arriva.

Per capire che cosa accade prima di quell’ultimo passaggio, gli artisti hanno trascorso due settimane nei luoghi in cui il viaggio delle merci prende forma. Dal 15 al 30 maggio 2026 hanno lavorato tra Palazzo Ducale e il porto operativo di Genova, raggiungendo la stazione marina sperimentale del CNR e salendo a bordo della nave cargo Grendi Star. Hanno così incontrato lavoratori e ricercatori, ascoltato i loro racconti e raccolto i materiali destinati all’opera, mentre lo studio del Ducale Spazio Aperto permetteva al pubblico di seguire la ricerca quando molte scelte erano ancora da compiere.

La residenza era stata preceduta dalla prima selezione internazionale di U-BOOT Lab, rivolta a collettivi under 35 che lavorano con il suono e i dati, mescolando liberamente linguaggi diversi. Fra candidature arrivate da diciotto Paesi, la giuria presieduta da Ilaria Bonacossa ha scelto Fish Tank e Fathom 30°. Jennifer Yue Yuen Yu e Shawn Pak Hin Tang, attivi fra Hong Kong e Brema con Fish Tank, si sono affidati all’ascolto, immergendo gli idrofoni nell’acqua e applicando microfoni alle superfici per cogliere le vibrazioni del metallo. Nelle loro registrazioni il porto e la Grendi Star assomigliano a grandi corpi attraversati da un movimento che da lontano non si vede, ma a bordo si avverte ovunque.

Fathom 30° ha preferito osservare che cosa succede quando quel movimento rallenta o si interrompe. Tamara Keller, Sofia Daniela Rudi Kent e Sun Woo Yoon, che hanno formato il collettivo all’interno del Centre for Research Architecture della Goldsmiths, University of London, hanno lavorato sugli scioperi e sulle sospensioni delle attività portuali, seguendo i momenti nei quali un sistema abituato a funzionare lontano dallo sguardo comune diventa improvvisamente visibile. Basta che un carico non parta o che una nave rimanga ferma perché affiorino il lavoro necessario a mantenere operative le rotte e la facilità con cui un problema nato altrove può raggiungere la nostra quotidianità.

Mentre i due collettivi seguivano queste tracce, Tiziana Alocci si confrontava con le informazioni prodotte ogni giorno dal porto, cercando di renderle leggibili anche a chi non ha familiarità con mappe e statistiche. Nata a Genova e residente a Londra, dove ha fondato lo studio NECESSITY.INK, da quasi quindici anni trasforma dati complessi in racconti visivi e sonori, mettendoli in relazione con le azioni e le memorie delle persone. Dal 2018 porta questo metodo, che definisce «cartografia comportamentale», anche nelle lezioni del Master in Data Visualisation della University of the Arts London, mentre a Genova torna a misurarsi con la città e il mare della sua infanzia.

Accanto ad Alocci ha lavorato Stellare, il laboratorio genovese fondato da Ale Bavo, FiloQ e Raffaele Rebaudengo, che ha trasformato i dati in materia sonora, mentre la biologa marina Francesca Garaventa ha curato la supervisione scientifica con il contributo del CNR. Itinerari Paralleli ha aiutato a tenere unite le diverse ricerche e Simone Lezzi ha ritratto le persone incontrate durante la residenza. Genovese e attivo a Londra, aveva già lavorato sulla comunità portuale con The Faces of the Port e torna ora sui volti di chi rende possibile il movimento delle merci.

Nella Sala Liguria i diversi contributi confluiscono in una grande proiezione su due canali, dove le immagini in movimento e le fotografie si mescolano alle registrazioni e alle testimonianze raccolte a maggio. I dati sulle rotte e sulle merci incontrano quelli relativi alla biodiversità marina, trasformandosi in immagini e suoni che avvicinano fenomeni difficili da immaginare. La scala del commercio mondiale perde così parte della sua astrattezza, perché dietro una cifra affiorano una voce o una giornata trascorsa in mare, mentre una linea sulla mappa torna a essere il percorso reale di qualcuno.

Due schermi sospesi mantengono aperto il legame con quanto avviene fuori dalla sala e si aggiornano in tempo reale. Uno riceve attraverso un’antenna i messaggi AIS delle imbarcazioni presenti nel porto di Genova, ovvero le comunicazioni automatiche con cui le navi trasmettono la propria identità e posizione, insieme alle informazioni utili alla sicurezza. L’installazione trasforma questi segnali in figure che cambiano con gli arrivi e le partenze, rendendo visibile una parte del dialogo silenzioso fra il mare e la costa.
Sull’altro schermo lo sguardo si allontana da Genova e segue il traffico delle navi merci nel mondo, mostrando il porto ligure come un passaggio dentro una rete molto più vasta. Le posizioni vengono aggiornate di continuo e la mappa cambia insieme a ciò che accade sulle rotte, perciò chi tornasse dopo qualche giorno troverebbe altre navi e nuovi spostamenti. Dietro ogni punto luminoso continuerebbero però a esserci un equipaggio e un carico destinato a qualcuno, magari proprio a una delle persone che stanno osservando lo schermo.

La tecnologia potrebbe facilmente prendere il sopravvento, se i ritratti di Lezzi e le parole ascoltate durante la residenza non riportassero il racconto alla sua dimensione umana. Anche la riflessione ambientale si fa più vicina, perché l’impatto del trasporto marittimo viene accostato alle condizioni di chi lavora e alle decisioni legate alla produzione e al consumo. Il porto non diventa così un colpevole sul quale scaricare ogni responsabilità, ma uno dei passaggi di un percorso che coinvolge anche chi acquista e ricorda come ogni oggetto possieda una propria geografia, anche se ne vediamo soltanto l’ultimo tratto.
Una sala adiacente conserva la parte più aperta del lavoro, affiancando alle cartografie e agli appunti i materiali scientifici, le prove e le domande ancora senza una risposta definitiva. Il progetto continuerà attraverso gli appuntamenti pubblici, a cominciare dalla visita del 5 settembre con gli artisti, seguita il 18 da quella con la curatrice e la referente scientifica. Tra il 18 e il 20 settembre il Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova proporrà con il CNR-IRBIM un workshop di scritture (in)disciplinari, mentre dal 2 al 4 ottobre le attività raggiungeranno il porto e comprenderanno altre visite e un incontro, oltre a una performance. Parte dei materiali confluirà infine in una pubblicazione bilingue.

Il desiderio di avvicinare il porto alla città accompagna da tempo U-BOOT Lab, nato nel 2008 tra Cagliari, Genova e Milano e diventato nel 2012 Associazione di Promozione Sociale. Il gruppo mette in comunicazione arte e ricerca scientifica con le comunità locali e da oltre dieci anni, attraverso Zones Portuaires Genova, lavora su un territorio molto presente nella storia cittadina ma in gran parte inaccessibile. La possibilità di entrare in quei luoghi e ascoltare chi li vive nasce da relazioni costruite negli anni, impossibili da improvvisare per una singola mostra.
Dopo il debutto genovese, tra ottobre 2026 e marzo 2027 Ninety Percent of Everything raggiungerà Cagliari, Marsiglia e Londra, incontrando altre comunità portuali e raccogliendo nuovi dati. Rimarrà la domanda che accompagna il progetto fin dall’inizio e riguarda da vicino anche noi, perché invita a chiederci quanto conosciamo del viaggio compiuto dalle cose che usiamo ogni giorno.

Alla fine della visita, la distanza raccontata dalla mostra è ancora lì, ma diventa più difficile ignorarla. Tra una tazzina di caffè e il mare attraversato per riempirla, come tra un acquisto immediato e le settimane necessarie a farlo arrivare, si apre un mondo di cui vediamo appena la superficie. Ninety Percent of Everything non pretende di spiegare tutta la complessità del commercio marittimo, ma ci porta abbastanza vicino da farci riconoscere le persone e i luoghi nascosti dietro quel viaggio, lasciandoci il desiderio di guardare meglio ciò che prima sembrava lontano.

La mostra è visitabile gratuitamente nella Sala Liguria di Palazzo Ducale, in piazza Matteotti 9 a Genova, dal 4 settembre al 4 ottobre 2026. È aperta da domenica a giovedì dalle 10 alle 19 e il venerdì e il sabato dalle 10 alle 20.

 

https://palazzoducale.genova.it/mostra/ninety-percent-of-everything/

 

Related Posts

di
Previous Post Next Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

0 shares