Si comanda con un joystick, da un monitor si controllano tutti i sistemi interni, la propulsione, la navigazione verificando rotta, fondale, traffico circostante e il meteo. Lo stabilizzatore elimina quasi del tutto il rollio. Resta ferma in un punto con l’ancora elettronica, che agisce sul satellite e sui motori. Arrivati in porto, c’è l’ormeggio assistito. Sì, attracca automaticamente.
La barca contemporanea sembra prescindere sempre più dall’esperienza marinara per concedersi a chiunque possa permettersela e voglia goderne. Salvo avarie, condizioni estreme, imprevisti che non mancano mai, quando ci si scopre soli, uomo e mare.
Si potrebbero cogliere delle analogie tra la nautica e l’automotive, per certi design muscolari, gamme di flotta diversificate e personalizzabili, le diverse assistenze di gestione e pilotaggio descritte. L’automobile, va da sé, è un mezzo di trasporto di massa necessario in molti casi. Il diporto resta ancora ascrivibile alla sfera del piacere o di una specifica passione, di sicuro non è di massa né necessario.
L’estetica nautica inizialmente sottostava alla funzione. Idrodinamica, distribuzione dei pesi, contenimento dei volumi, princìpi di vita a bordo che suggerivano smussature, arredi fissi e una precisa disposizione di qualsiasi elemento a bordo. Lo stile nautico, così evocativo perché identificabile, iconico ed elegante a priori, si è diffuso nell’Interior design di terra. I mobili “navy”, ruote di timoni, bussole e barometri, ebanisterie tipiche, elementi in teak connotano abitazioni, caratterizzano le case di villeggiatura, locali e alberghi litoranei. Finché non si è invertita la dialettica e le barche hanno cominciato a diventare ville. Tralasciamo il gigantismo dei super yacht, che rappresentano un settore vivace ma di estrema nicchia. Nel diporto (fino ai ventiquattro metri), i criteria sono analoghi. Da alcuni anni sono aumentati i volumi, prevalgono arredamenti free standing di produzione non dedicata, spigoli vivi, materiali di vocazione non sempre marinara, bagni quasi o del tutto regolari per dimensioni e forniture, generatori che alimentano potenti condizionatori, dissalatori dell’acqua, elettrodomestici performanti, sofisticati impianti di illuminazione.
Sembra che la barca non sia più il mezzo con cui vivere una passione, quella che impone il sacrificio non solo economico, come esporsi a eventi climatici o al disagio di un bivacco in montagna. Forse, dal piacere per il mare si è arrivati al mare per piacere, agli altri.
L’impatto percettivo e sensoriale sembra dominare le dinamiche di costruzione e di acquisto, condizionando il cantiere e l’armatore. Del resto, la funzione di status symbol è prioritaria. Quindi è ovvio che si voglia soddisfare chi cerca conferma del proprio prestigio, chi spera di adottare uno stile che non ha e chi, invece, è portatore di tradizioni specifiche e una vocazione reale. Il cafonauta, per quanto sgradevole da ritrovarsi accanto, è comunque un target e un’opportunità di business.
L’offerta è stimolata anche da impieghi inediti e diversificati. Il day cruiser o la chase boat, sono un supporto occasionale e prevalentemente diurno per una villa o un’imbarcazione più grande, che spingono il lusso e la personalizzazione a intervenire in categorie inferiori e ridefiniscono gli spazi esterni e la compartimentazione interna.
Di sicuro c’è molto spazio per inventare segmenti di mercato, assistenze post vendita come ulteriore assetto intangibile, servizi ausiliari per lupi di terra con molto denaro e poca esperienza. Come ce n’è per la ricerca e la sperimentazione a vari livelli, comprese prospettive di smaltimento e riciclo dello scafo non più utilizzabile. En passant, anche la barca a vela è un guscio di vetroresina colmo di teli e pinnacoli, non ce ne vogliano i sedicenti ecopuristi eolici.
L’oggetto barca, insomma, mantiene un impatto comunicativo complesso e molteplice come gli usi che se ne possono fare, testimonial prediletto di una classe socio-economica ristretta e per lo più solida, che nella scelta elabora e sintetizza attese ed ambizioni. Per questo resta sempre un simbolo eccellente non solo di agiatezza, ma di stile e vocazione. Chi compra, non pensa solo quanto e dove navigherà, ma risponde a un suo immaginario di fascinazione emotiva che parte dal marchio, passa per il design, l’innovazione tecnologica, l’equipaggiamento e culmina nella percezione sensoriale complessiva, dalla tattilità e il profumo dei materiali, ai minimi dettagli, fosse pure lo scatto di un portello alla chiusura. The difference between men and boys is the price of theirs toys (Malcom S. Forbes). E di questo si tratta, di un costosissimo giocattolo che deve appagare.
Da alcuni anni, poi, si impone la riscoperta di canoni tradizionali, dal navigare lentamente a un più diretto rapporto col mare consentito da piattaforme a pelo dell’acqua, sponde che si abbattono per diventare balconi sulle onde, beach club da cui tuffarsi e risalire facilmente. Dettagli di utilità e logica marinara tornano con orgoglio, come il parabrezza negativo, ovvero inclinato contro il senso di marcia, all’opposto di quello automobilistico.
Questa filologìa funzionale e stilistica, riscoprendo il core, la semplicità e la purezza della forma, ci ricorda che la barca, per usanza sempre viva, è meravigliosamente donna.
