Per aprire un albergo a Palinuro nel 1949 bisognava avere una certa ostinazione. Le strade erano poche, in alcuni punti si arrivava ancora in barca o sull’asino, e l’idea che qualcuno potesse scegliere questo tratto di costa per una vacanza sembrava a molti poco sensata. Pietro Pacelli fece il contrario di quello che ci si aspettava: prese la pensione di famiglia e la trasformò nell’Albergo Santa Caterina. Lo fece sapendo bene che intorno c’era chi parlava apertamente di follia. Anche il nome scelto restava dentro quel clima di scommessa: non una formula ornamentale, ma una risposta sottile a chi allora non riusciva a vedere più in là delle difficoltà immediate.
Quella decisione, però, non nasceva dal nulla. Già tra gli anni Venti e il secondo dopoguerra Palinuro aveva cominciato ad attirare artisti, pittori e viaggiatori stranieri, soprattutto tedeschi, incuriositi da un Sud ancora poco frequentato. Felice e Alessandra Pacelli, i bisnonni, accoglievano nella loro casa i primi ospiti di passaggio. Tra questi il pittore Walter Herzger e la moglie Gertrud, che soggiornarono a lungo in quella che sarebbe poi diventata la struttura storica della famiglia. Non era ancora turismo organizzato. Erano arrivi sporadici, ma bastavano a far intuire una possibilità. Anche Guido Piovene, nel suo Viaggio in Italia, lasciò un ricordo di quella ospitalità, del padrone di casa che raccontava il luogo e di una tavola dove convivevano sapori campani e veneti. Da qui prende forma la storia del gruppo: da un’abitudine all’accoglienza cresciuta insieme al territorio, prima che esistesse una formula alberghiera definita.
Dentro questa continuità si colloca la famiglia che oggi firma C&C Hotels. Il Santa Caterina resta il nucleo originario; poi arrivano il Grand Hotel San Pietro e il Villaggio Camping Odissea. In mezzo si inserisce anche Da Siena, bar e gelateria nato alla fine degli anni Quaranta quando Domenico Cerullo, insieme allo zio Pietro Pacelli, aprì un piccolo bar all’interno dell’hotel: da allora è diventato una presenza riconoscibile nel centro di Palinuro, con la terrazza affacciata sul mare che molti continuano ad associare al Santa Caterina. Il marchio tiene dunque insieme strutture diverse e attività che, pur avendo forme differenti, appartengono alla stessa vicenda familiare. Il Santa Caterina conserva il rapporto più diretto con la vita del paese; il San Pietro lavora su un soggiorno più raccolto e affacciato sul mare; l’Odissea si muove nella direzione della vacanza familiare, della pineta, della spiaggia
vissuta in modo diretto. La crescita del gruppo coincide con un allargamento progressivo dentro lo stesso tratto di costa, senza perdere il rapporto con il luogo da cui tutto è partito.
È da questa posizione, insieme familiare e operativa, che Pietro Cerullo guarda oggi alla storia del gruppo. Amministratore delegato di C&C Hotels e componente della famiglia che ne ha accompagnato la crescita, Cerullo non parla dell’ospitalità come di un settore incontrato a un certo punto, ma come di una realtà attraversata fin dall’infanzia. «È di famiglia», racconta. «Noi abbiamo cominciato negli anni Quaranta. Lo zio di mio padre e mia nonna trasformarono la casa dei bisnonni in albergo. Prima faceva già affittacamere per chi riusciva a venire a Palinuro». Il passaggio del 1949 trasforma quindi una consuetudine domestica in un’impresa più riconoscibile, con il ristorante, un piccolo bar e una forma di accoglienza ancora familiare, ma già capace di guardare più lontano.
In quella trasformazione, il ruolo di Pietro Pacelli resta centrale. Cerullo lo ricorda come un uomo che si muoveva, osservava, intrecciava rapporti anche fuori dal Cilento. «Era uno che andava in giro, guardava lontano, aveva amici albergatori in Costiera Amalfitana», dice. Da quelle relazioni nasce anche un collegamento oggi meno immediato tra Palinuro e Positano. Nei primi anni del Santa Caterina molti viaggiatori si spostavano tra la Costiera e il Cilento, scegliendo Palinuro come tappa di un itinerario più ampio. «Questa cosa è annotata anche sui registri degli alloggiati. All’epoca si annotava la provenienza e la destinazione. Molti erano di Positano: alloggiavano lì, venivano a fare qualche giorno qui e poi tornavano a Positano». È un dettaglio amministrativo, ma apre una piccola finestra su un turismo diverso da quello attuale: più lento, più affidato ai passaggi di parola, alle conoscenze personali, alle strade percorse con una misura che oggi sembra quasi estranea.
Anche il nome Santa Caterina, nella memoria familiare, resta legato al carattere di quella scommessa. Aprire un albergo in un territorio ancora lontano dai grandi flussi voleva dire esporsi al giudizio di chi non ne vedeva il senso. Cerullo riporta quella percezione a una frase molto concreta: «Qualsiasi iniziativa innovativa, in qualsiasi posto d’Italia, viene definita una scommessa. E chi la fa, perlomeno all’inizio, viene definito folle». Poi aggiunge il riferimento che dà al nome una sfumatura precisa: «In questa zona, e in parte del Sud Italia, Santa Caterina d’Alessandria è considerata la protettrice dei folli». La protezione invocata non riguarda la stravaganza, ma il coraggio di avviare qualcosa prima che il territorio sia pronto a riconoscerne il senso. A distanza di anni, quella presunta follia ha assunto la forma più solida della continuità.
La continuità passa anche dai genitori di Pietro Cerullo, in un intreccio in cui l’albergo è luogo di lavoro e insieme luogo degli incontri che costruiscono una famiglia. «Mia madre era la figlia della prima cuoca del Santa Caterina. Poi ha conosciuto papà», racconta. In poche parole entra un intero ambiente: il lavoro femminile in cucina, la vita interna dell’albergo, le relazioni che nascono dove le stagioni non sono soltanto calendario turistico ma tempo condiviso. Da qui viene anche una frase che Cerullo pronuncia con naturalezza: «Gli alberghi sono famiglie piene di storia, e gli alberghi di famiglia ancora di più». Nel suo caso, questa dimensione non appartiene soltanto al racconto delle origini, ma continua a
entrare nella gestione quotidiana. Accanto a lui ci sono la madre e le sorelle, che lo affiancano nel lavoro del gruppo, e c’è il supporto della moglie, che Cerullo considera indispensabile per reggere il peso di un’impresa familiare fatta di stagioni intense, decisioni continue e responsabilità condivise. Oggi, mentre molte strutture passano a holding, gruppi finanziari o proprietà straniere, questo dato familiare non funziona come richiamo nostalgico; pesa piuttosto come una forma di continuità concreta, perché ciò che è stato ricevuto va tenuto in vita senza lasciarlo immobile.
Il Grand Hotel San Pietro appartiene a una fase successiva della stessa vicenda. L’idea prende forma negli anni Sessanta e si lega ancora alla figura di Pietro Pacelli, che però non riuscì a vedere l’albergo concluso. «Questo albergo è nato successivamente, venne ideato negli anni Sessanta. Pietro Pacelli non lo vide finito e lo dedicarono a San Pietro», spiega Cerullo. La dedica diventa quindi un gesto di memoria, ma anche un segno di passaggio: dal primo nucleo familiare a una visione più ampia dell’ospitalità a Palinuro. Santa Caterina e San Pietro non si sovrappongono. Il primo resta il luogo delle origini, il secondo segna un momento di crescita, quando l’intuizione iniziale comincia a misurarsi con un’idea più strutturata di accoglienza.
Per Cerullo il rapporto con il Santa Caterina resta prima di tutto fisico. Non riguarda soltanto il lavoro, né un’eredità ricevuta da adulto. «Io sono nato nel Santa Caterina, come i miei fratelli», racconta. «Mia madre non amava partorire negli ospedali, quindi per me è stata sempre casa». Qui la biografia non viene aggiunta alla storia aziendale: ne è già parte. L’albergo non è stato un approdo professionale, ma l’ambiente in cui imparare presto i ritmi del servizio, la presenza degli ospiti, il rapporto tra chi arriva e chi resta a far funzionare tutto. Prima degli studi e delle scelte, c’è stata una familiarità quotidiana con il mestiere.
Il Grand Hotel San Pietro è la struttura in cui il mare entra più decisamente nell’esperienza del soggiorno. La posizione sul golfo di Palinuro conta, ma non basta a spiegare l’albergo. Contano anche il modo in cui sono pensate le camere e la coerenza con cui l’identità della struttura si costruisce senza effetti superflui. Le standard e le junior suite puntano su una misura comoda e chiara, alleggerita dalle maioliche vietresi e dai colori mediterranei. In diversi casi si aprono verso il golfo, talvolta con un balconcino, e mantengono una qualità semplice, leggibile, adatta sia alla coppia sia a chi viaggia in famiglia. Il fatto che esistano anche camere comunicanti, pensate per famiglie o gruppi di amici, chiarisce bene che l’albergo tiene aperte modalità diverse di permanenza.
Accanto a queste soluzioni, il San Pietro ha sviluppato una serie di camere e suite che portano nomi legati al mondo classico: Penelope, Creusa, Morfeo, Tersicore, Nausicaa, Thalassa. Qui il riferimento non pesa come un ornamento, perché a Palinuro il lessico del mito e della letteratura appartiene ancora al luogo. Penelope ha un piccolo soggiorno rialzato e un bagno che richiama le terme romane; Creusa è organizzata su due ambienti distinti; Morfeo aggiunge terrazzo solarium, vasca idromassaggio e doccia; Tersicore e Nausicaa insistono sull’ampiezza dell’affaccio verso Capo Palinuro, con terrazze che diventano una parte reale dell’esperienza della camera; la Deluxe Thalassa porta in stanza
una mini piscina d’acqua di mare con idromassaggio, geyser, lama d’acqua e cromoterapia, e può accogliere anche una cena privata in terrazza. È una suite pensata per chi cerca una sosta più raccolta, e infatti non è destinata ai bambini. In questo passaggio il San Pietro definisce con precisione la propria natura: una struttura che differenzia davvero l’esperienza delle sue camere.
Anche i servizi seguono questa impostazione. La piscina a sfioro con acqua di mare e impianto idroterapico è uno degli elementi più riconoscibili dell’hotel, così come la spiaggia privata raggiungibile attraverso novanta gradini. Il dato pratico, qui, dice già molto. La costa non è uniforme e proprio per questo conserva carattere. In basso si trovano ombrelloni, lettini, bar e area ristoro, ma soprattutto un tratto di mare segnato da piccole insenature e piscine naturali scavate nella roccia. L’albergo diventa così punto di accesso diretto a una costa frastagliata, fatta di anfratti, grotte sommerse e calette. Per chi vuole uscire dalla sola dimensione balneare, il San Pietro organizza escursioni in barca private o di gruppo, minicrociere di giornata, tour verso la Baia del Buon Dormire, Cala Bianca e la Costa degli Infreschi, oltre a immersioni e snorkeling nei fondali di Capo Palinuro. A questo si aggiunge il centro wellness con sauna, hammam, doccia bitermica, idromassaggio e una proposta ampia di trattamenti, dai massaggi ai rituali con alghe, fango marino, sale caldo e pietre laviche, con apertura serale il venerdì su richiesta. C’è poi il lato più operativo: bike room, piccola officina, area lavaggio, pezzi di ricambio, integratori, tour con guida e servizio lavanderia per l’abbigliamento tecnico. E ancora il centro congressi, con due sale modulabili da cinquanta a duecento posti, attrezzate per incontri, eventi e presentazioni. Il San Pietro riesce così a tenere insieme relax, attività, benessere e una componente business senza farle sembrare compartimenti separati.
Proprio sui servizi Cerullo lascia intravedere una parte del lavoro futuro. Guarda alle strutture come a organismi con caratteri diversi, da migliorare senza renderli uguali. Il Santa Caterina conserva una dimensione più raccolta e storica; il Grand Hotel San Pietro si colloca su un leisure di livello alto; Odissea segue la vocazione dell’aria aperta. Quando parla del benessere, il ragionamento resta pratico, ancorato agli spazi disponibili e agli interventi possibili. «Qui la spa è più piccolina», osserva riferendosi al San Pietro. «È stata fatta un po’ di anni fa. Mi piacerebbe realizzarne una grande, abbiamo gli spazi per farlo».
Nel San Pietro la ristorazione ha un peso reale. Il ristorante La Prua, con terrazza panoramica, costruisce buona parte della propria identità intorno ai prodotti cilentani e al legame con l’azienda agricola biologica Acqua del Lauro, nata nei terreni della famiglia Cerullo a Palinuro. Verdure di stagione, uova, olio d’oliva, frutta: non restano sullo sfondo del racconto, ma entrano nella pratica quotidiana della cucina. La stessa colazione segue questa direzione, con un buffet dolce e salato che accoglie miele, marmellate, formaggi, salumi, uova e altri prodotti del territorio, senza trascurare le esigenze legate a intolleranze, allergie o diete particolari. Anche il menu della Prua dice bene questa impostazione: carpaccio di tonno con nocciole, passion fruit e rucola di Acqua del Lauro; tentacolo di polpo arrostito con pomodori confit e spuma di patate allo zafferano; gamberoni rossi di Capo Palinuro con mozzarella nella mortella; paccheri con tonno rosso del mare di Camerota,
mandorle e polvere di liquirizia; spaghettoni alla cilentana con olive, capperi, aglio, pangrattato e alici di menaica; risotto con crudo e cotto di gambero rosso al profumo di limone. È una carta che tiene insieme cucina locale e impostazione attuale senza aver bisogno di dirlo a ogni piatto.
La posizione del San Pietro consente anche di leggere con immediatezza il territorio più ampio che gli ruota intorno. Palinuro resta il primo cerchio, con il promontorio, le grotte marine, i sentieri, l’Antiquarium. Poi il raggio si allarga verso Velia, Paestum, la Certosa di Padula, le grotte di Pertosa-Auletta, l’oasi WWF di Morigerati, Monte Bulgheria, il Cervati e il Cammino di San Nilo. Il soggiorno qui non è pensato come una parentesi chiusa nel perimetro dell’albergo. È piuttosto un punto di partenza ben attrezzato per muoversi tra costa, parco nazionale, archeologia, trekking e cultura materiale del Cilento. Anche la possibilità di prenotare tour in bici o uscite in mare alla reception rientra in questa logica.
Se il San Pietro guarda il mare da una posizione più appartata, l’Albergo Santa Caterina resta il punto in cui la storia dell’ospitalità a Palinuro si riconosce ancora con maggiore evidenza. Ha saputo attraversare il tempo senza perdere il proprio ruolo. È nel centro del paese e questa collocazione conta. Il Santa Caterina vive a contatto con la quotidianità di Palinuro, con il passaggio delle persone, con il ritmo meno isolato di una vacanza che tiene ancora insieme albergo e paese. La struttura, custodita nell’impianto originario e poi completamente ristrutturata, ha aggiornato spazi e servizi mantenendo quella qualità di albergo storico che il gruppo rivendica apertamente. Le camere, tra standard, camere con balcone e camere vista mare, lavorano su una misura precisa: maioliche vietresi, arredi contemporanei, comfort ben distribuiti, un’impostazione adatta a coppie, famiglie e gruppi.
Anche i servizi restano concreti e coerenti con questa posizione. Il parcheggio privato gratuito, le camere accessibili agli ospiti con disabilità, la boutique, la custodia bagagli, la lavanderia, il room service, i transfer, le escursioni in barca: sono elementi importanti, ma ancora più importante è il fatto che il Santa Caterina resta inserito nella trama di Palinuro, e non sopra di essa. Quasi ogni punto dell’hotel gode dell’affaccio sul golfo: le camere, il centro wellness sul tetto, la terrazza panoramica del bar e gelateria Da Siena. È una chiave utile anche per distinguere questa struttura dal San Pietro. Se il secondo prende un po’ le distanze e lavora sul raccoglimento, il Santa Caterina resta nell’abitato, lascia che la vacanza si mescoli di più alla vita del luogo, ai suoi passaggi, alle sue abitudini.
La parte gastronomica, qui, ha un valore doppio. Da un lato c’è il ristorante Al Pesce Turchino, posto al primo piano dell’hotel e attivo da oltre cinquant’anni, con una cucina di tradizione cilentana aperta anche agli esterni. La vista sul golfo, le proposte di carne e pesce, l’attenzione a bambini e ospiti con esigenze specifiche, la carta dei vini che affianca etichette locali, italiane e internazionali: sono elementi importanti, ma la cosa più interessante è il rapporto stabile che questo ristorante mantiene con la vita del posto. Conta poi il legame con Acqua del Lauro, da cui arrivano frutta e verdura, e conta il richiamo costante alla dieta mediterranea, che in Cilento è parte decisiva della sua storia culturale.
Dall’altro lato c’è Da Siena, bar e gelateria nel centro di Palinuro, legato a doppio filo alla storia della famiglia e alla vita quotidiana del paese. La sua origine risale alla fine degli anni Quaranta, quando Domenico Cerullo, insieme allo zio Pietro Pacelli, aprì un piccolo bar all’interno dell’hotel. Da lì nasce quella che il Santa Caterina indica come la gelateria più antica di Palinuro, cresciuta senza perdere la funzione di luogo di passaggio: per gli ospiti dell’albergo, per chi vive il paese, per chi sale sulla terrazza panoramica — conosciuta anche come terrazza del Santa Caterina — a prendere un gelato, un aperitivo al tramonto o un drink dopo cena. Il dettaglio delle carapine, dove i gelati vengono conservati per mantenerne freschezza, qualità e igiene, riporta il discorso su un gesto tecnico più che su una dichiarazione di stile. In località come queste, anche un bar può diventare memoria familiare: non perché debba raccontare qualcosa a ogni costo, ma perché resta lì, sera dopo sera, nella stessa traiettoria di mare e paese.
Anche il benessere, al Santa Caterina, prende una strada diversa rispetto al San Pietro. Il centro panoramico di circa centosettanta metri quadrati è pensato sì per la coppia, ma anche per piccoli gruppi e occasioni particolari. La vasca idromassaggio in terrazza, la sauna, il bagno di vapore, la cascata di ghiaccio, l’area relax e i trattamenti disponibili costruiscono una pausa meno appartata, più vicina al paese, alla sua luce, ai suoi rumori di fondo. È una spa che si presta anche a momenti condivisi, percorsi privati, soste pensate per chi vuole ritagliarsi un tempo differente senza separarsi del tutto dalla vita del luogo.
Quando gli si chiede a quale struttura sia più legato, Cerullo non sceglie in modo netto. Ogni indirizzo corrisponde a una parte diversa della storia e della sua sensibilità. L’Odissea, in particolare, conserva per lui una componente personale molto forte. «È nato come campeggio e rimane così nella denominazione. Oggi è un campeggio glamour, lo stiamo migliorando un po’ alla volta», racconta. Poi la memoria familiare torna a farsi concreta: «Lì c’è molto di mio. A mio padre piaceva tanto, e piace anche a me l’aria aperta». La struttura parla a un pubblico diverso rispetto agli alberghi, più vicino a un’idea di vacanza libera, informale, legata alla natura e al tempo trascorso fuori dalle camere. In questo senso, Odissea non sottrae spazio al Santa Caterina o al San Pietro; completa il quadro, intercettando un modo differente di vivere Palinuro e Marina di Camerota.
La terza presenza di C&C Hotels è, infatti, il Villaggio Camping Odissea, a Marina di Camerota, in località Mingardo. Qui il tono cambia subito. L’orizzonte non è quello dell’albergo tradizionale, ma quello di una vacanza familiare e più libera nei movimenti. L’Odissea si trova in una pineta secolare che arriva fino al mare e si affaccia su una spiaggia molto frequentata, con sabbia chiara e fondale che scende gradualmente. Il paesaggio del Mingardo ha una natura più elementare: pineta, duna, spiaggia, acqua. Il Lido delle Ninfe, spiaggia privata del villaggio, è attrezzato con lettini, ombrelloni e sdraio. Intorno si muove una piccola organizzazione quotidiana costruita per rendere il soggiorno pratico: il Bacco Bar per snack e aperitivi, il Mercatino della simpatia con generi alimentari, detersivi, prodotti da bagno, giornali, souvenir, prodotti tipici e altri articoli utili. In un villaggio, sono proprio questi aspetti a fare la differenza tra un soggiorno che funziona e uno che costringe a uscire per ogni necessità minima.
L’Odissea ha inoltre l’offerta ricettiva più ampia e articolata del gruppo. Ridurlo alla parola campeggio sarebbe impreciso. La struttura mette insieme formula hotel, formula residence e glamping. Nella parte residence rientrano le mobil home junior, standard e Mingardo, insieme al mobil bungalow Palinuro: soluzioni rinnovate, con bagno, angolo cottura o veranda a seconda della tipologia, aria condizionata, TV con Sky integrato, stoviglie e WiFi; nella tariffa sono compresi il servizio spiaggia, il posto auto, la biancheria da letto con cambio settimanale, acqua, luce e gas. La formula hotel comprende invece i tukul in muratura con bagno e senza angolo cottura, oltre ad alcune mobil home. A questo si aggiunge l’area glamping e camping a ridosso della spiaggia, ombreggiata naturalmente e artificialmente, attrezzata per tende, camper e caravan, con docce calde, lavabi per stoviglie e biancheria, lavatrici a gettoni e servizio di scarico per acque chiare e grigie. È una struttura che intercetta pubblici diversi senza dare l’impressione di voler essere tutto per tutti. Tiene insieme vari gradi di comfort, lasciando però al mare e alla pineta il ruolo principale.
Anche la ristorazione dell’Odissea segue una linea precisa. Il ristorante Zi Marco e la pizzeria Pomo d’oro, aperti sia agli ospiti del villaggio sia agli esterni, lavorano su una cucina tipica cilentana sostenuta ancora una volta dai prodotti di Acqua del Lauro per ortaggi, verdure e olio extravergine, mentre mozzarella e latticini arrivano dalle aziende locali. Questo aspetto evita che l’Odissea resti confinato all’immagine di semplice villaggio balneare. Attorno al cibo, poi, si sviluppa il lato più dinamico della vacanza: acquagym, padel, ping pong, beach volley, windsurf, miniclub dai quattro anni, laboratori, baby dance e spettacoli per i più piccoli. Qui l’ospitalità prende la forma della condivisione, dei tempi larghi della famiglia, delle giornate da riempire stando quasi sempre all’aperto.
A tenere insieme Santa Caterina, San Pietro e Odissea non basta la proprietà comune. A unirli c’è soprattutto un modo coerente di stare nel Cilento. Acqua del Lauro ritorna nei ristoranti e rende concreto un legame con la terra che altrove rischierebbe di restare solo dichiarato. Cerullo, negli ultimi anni, ha rimesso mano anche ai terreni agricoli della famiglia: campi veri, appartenuti ai nonni e ai bisnonni, rimasti per un periodo legati quasi soltanto alla raccolta delle olive. «Io ho ripreso quello che facevano mio nonno e il mio bisnonno», racconta. «Avevano questi terreni, poi ci eravamo ridotti un po’ solo alla raccolta delle olive. Li abbiamo ripresi. C’erano le vasche di raccolta dell’acqua, i pozzi per fare agricoltura, dei ruderi, vecchi depositi in muratura. Abbiamo ricominciato a riprendere tutto, anche le coltivazioni. Abbiamo anche la certificazione bio». Il collegamento con la cucina e con l’accoglienza nasce da qui, da un lavoro agricolo che precede il servizio e rende più concreta anche la parola territorio. Il chilometro zero, quando c’è una filiera reale alle spalle, smette di essere una formula comoda e torna a indicare una distanza effettiva, percorsa ogni giorno.
Tutte e tre le strutture sono pensate anche come punto di partenza per muoversi oltre il perimetro del soggiorno. A Palinuro questo significa escursioni in barca, snorkeling, immersioni, Grotta Azzurra, Baia del Buon Dormire, Cala Bianca, Costa degli Infreschi, sentieri lungo il promontorio e percorsi in bicicletta. Significa anche l’Antiquarium,
Paestum, Velia, la Certosa di Padula, le grotte di Pertosa-Auletta, Morigerati, Roscigno Vecchia, il Monte Bulgheria, il Cervati, il Cammino di San Nilo. Dal Santa Caterina questa apertura passa attraverso la centralità del paese; dal San Pietro prende una forma più organizzata, fatta di servizi, escursioni e attività prenotabili; dall’Odissea si legge più da vicino il fronte del Mingardo e di Marina di Camerota, con la pineta, la spiaggia e una parte di costa che conserva ancora una qualità netta.
Del proprio percorso personale, Cerullo parla senza costruire una vocazione a posteriori. L’albergo era già lì, presente nella sua infanzia, nelle conversazioni degli adulti, nei movimenti della giornata. «Non ho mai pensato a un’altra strada», dice. Quello che continua a interessarlo di più è il rapporto con le persone, perché nell’ospitalità la relazione non è un corredo gentile del servizio, ma una fonte di comprensione. «In termini di accoglienza, la cosa più bella è conoscere le persone», afferma. «Tutti i lavori imprenditoriali sono fatti di relazioni, ma nel turismo è indispensabile. Più persone conosci, più idee ti vengono». Il turismo, nella sua lettura, cambia attraverso i comportamenti degli ospiti: le passioni che guidano un viaggio, il bisogno di riposo, il lavoro, il desiderio di un fine settimana costruito attorno a un’esperienza precisa. Capire questi movimenti significa anche anticipare ciò che una struttura deve diventare.
La parte più faticosa del mestiere riguarda invece la stagionalità. Per una località come Palinuro, l’estate concentra il lavoro e l’inverno impone pause che non sono mai davvero semplici da gestire. «A me non piace chiudere», dice con chiarezza. «I periodi di chiusura sono difficili da gestire. La cosa più difficile è riavviare: è come avere un esercizio nuovo tutti gli anni. Io, infatti, vado sotto stress in questi periodi». Qui il racconto esce dalla superficie più gradevole dell’ospitalità e mostra il retrobottega della gestione: riaprire gli spazi, rimettere insieme le squadre, ritrovare il ritmo, riportare a regime ciò che per mesi è rimasto sospeso. Un albergo stagionale non si spegne e si riaccende senza lasciare tracce; ogni ripartenza chiede una nuova messa a punto.
Quando il discorso si sposta sulle persone a cui sente di dover dire grazie, Cerullo torna innanzitutto alla formazione ricevuta in famiglia, poi agli anni trascorsi nel collegio dei Monaci Benedettini. «Ho avuto una formazione da mia madre e da mio padre, mi hanno educato tanto», racconta. «Poi sono stato in collegio dai Monaci Benedettini. C’era un rettore, don Leone Molinelli, che mi ha dato tanto». Accanto a questa educazione più personale, cita anche un riferimento professionale del turismo italiano, Giancarlo Dall’Ara. «È un guru del turismo», dice. «Siamo amici, abbiamo un bellissimo rapporto. Ci conosciamo da più di quindici anni». Il suo percorso sembra costruito così, per stratificazioni: la famiglia, la disciplina ricevuta, gli incontri capaci di allargare lo sguardo, il confronto con chi conosce il settore da prospettive diverse.
Sul futuro, la risposta di Cerullo mantiene una certa inquietudine operativa. «Io non mi fermo mai con la testa», dice. «Mi piacerebbe tanto fare qualcosa al di fuori di questo territorio, oppure espandermi anche in queste zone». L’espansione resta quindi una possibilità aperta, senza diventare un annuncio. Crescere altrove o rafforzare ciò che esiste
nel Cilento sono due direzioni diverse, entrambe legate a una domanda di fondo: come far evolvere un gruppo familiare senza perdere il rapporto con i luoghi che lo hanno generato. Ogni ipotesi deve misurarsi con la realtà quotidiana dell’impresa: personale, manutenzione, investimenti, stagionalità, tempi di apertura e di chiusura.
In questo ragionamento sul domani entra anche il tema del passaggio generazionale, che Cerullo affronta senza trasformarlo in una pretesa. Spera che le figlie, un giorno, possano avere il desiderio di continuare il suo lavoro, ma non lega a questa speranza un obbligo o una delusione preventiva. Se le loro scelte dovessero portarle altrove, verso percorsi diversi, la accetterebbe come parte naturale della loro vita. Intanto si gode la presenza dei nipoti, figli di sua sorella, Alfonso e Simone. Alfonso ha una vineria ed è molto bravo; Simone, invece, è più vicino alla vita del gruppo e aiuta molto lo zio. Anche qui la continuità non viene descritta come una linea già scritta, ma come una possibilità che cresce accanto alle persone, seguendo inclinazioni, tempi e responsabilità diverse.
La clientela delle strutture C&C Hotels è in buona parte fidelizzata, italiana e straniera, con un profilo medio-alto e una consuetudine al viaggio che rende il giudizio degli ospiti particolarmente significativo. Nel momento dei saluti, racconta Cerullo, il riconoscimento non riguarda soltanto la posizione o la bellezza degli spazi. «Molti complimenti sono per il personale», sottolinea. È un dato che per lui conta perché sposta il valore dell’esperienza dalle sole caratteristiche della struttura al modo in cui quella struttura viene abitata da chi ci lavora. Una camera può essere ben fatta, una vista può restare impressa, una spa può aggiungere qualità al soggiorno; il personale, però, decide spesso la memoria concreta di una permanenza, quella che l’ospite porta via senza bisogno di nominarla subito.
Alla fine, C&C Hotels assomiglia meno a un insieme di strutture e più a una piccola geografia familiare costruita nel tempo. Il Santa Caterina custodisce l’origine e la prima intuizione di Pietro Pacelli. Il Grand Hotel San Pietro ne sviluppa l’eredità su una linea più panoramica e articolata, aperta anche al wellness, alla bici e agli incontri di lavoro. L’Odissea prende la stessa storia e la porta verso la vacanza in famiglia, il campeggio evoluto, il glamping, la vita in pineta. In mezzo resta Da Siena, che continua a ricordare come certe storie non si reggano soltanto sulle grandi scelte, ma anche sulle abitudini che resistono. Da una casa trasformata in albergo nel secondo dopoguerra a un gruppo che tiene insieme Santa Caterina, Grand Hotel San Pietro e Odissea, il filo passa attraverso dediche familiari, stagioni da riaprire, terreni recuperati, servizi da ampliare, figlie da lasciare libere e nipoti che già abitano, ciascuno a modo proprio, una parte di questo racconto. Forse è ancora lì, in quella vecchia idea di scommessa, che la famiglia Cerullo continua a trovare la sua misura: abbastanza radicata da non disperdersi, abbastanza inquieta da non restare ferma.
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