Hotel La Perla: un approdo di senso nel cuore delle montagne

Certi pensieri nascono in silenzio, lontano dal frastuono del mondo, e diventano il fondamento di un modo di vivere. All’Hotel La Perla tutto ha origine da uno di questi pensieri – semplice, radicale, quasi disarmante nella sua verità: l’ospitalità è un atto umano, non un’industria. È ciò che da sempre guida la famiglia Costa, molto più di linee guida, strategie o modelli di gestione. Qui non si cerca di stupire: si cerca di appartenere. Di prendersi cura. Di restituire al viaggiare quel valore antico che troppo spesso abbiamo smarrito.

È per questo che La Perla non appare mai come un hotel. Non vuole esserlo. È una Casa, nel senso più pieno e sincero del termine. Una Casa che riconosce l’ospite come persona, non come cliente; che mette al centro ciò che conta davvero: il ritmo della montagna, l’etica del quotidiano, la responsabilità verso la terra, la dignità delle relazioni.

Arrivare qui significa entrare in una filosofia più che in una struttura, accogliere una lentezza che non è mancanza di movimento, ma presenza. Le Dolomiti non fanno da sfondo: insegnano. E tutto ciò che accade dentro la Casa è figlio di questo dialogo costante tra natura e umanità. Una forma di ospitalità che non si esibisce, ma si offre. Che non ambisce, ma appartiene.

A Corvara in Badia, proprio dove le montagne sembrano respirare con lentezza, la Casa Costa si manifesta per ciò che è: un approdo di senso. Un luogo dove la bellezza non si mostra accade. Dove i gesti non sono protocolli, ma convinzioni. Dove l’autenticità non è un’estetica, ma una postura. E le guglie che svettano tutt’intorno ricordano a chi arriva che esiste una bellezza che non ha bisogno di spiegarsi, perché coincide con ciò che siamo quando smettiamo di fingere.

La Perla nasce nel 1956, quando Ernesto Costa ottenne la licenza per affittare sei stanze della sua casa. Da allora generazioni si sono alternate, gli spazi si sono stratificati come pagine che si sommano al racconto, ma il cuore è rimasto identico: l’ospitalità come valore, la bellezza come forma di rispetto, la montagna come maestra. In questo microcosmo dolomitico, la Casa è diventata un luogo riconoscibile, un rifugio di intimità in cui il sorriso non è un gesto di cortesia, ma il linguaggio naturale di chi vive l’ospitalità come vocazione.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Mathias Costa, maestro di sci e, insieme al fratello Michil, membro della famiglia Costa e titolare delle diverse strutture ricettive del gruppo. Le sue parole aiutano a comprendere dall’interno il percorso umano e imprenditoriale che ha dato forma a La Perla.

Questa storia nasce dalla vostra famiglia: come ha visto evolversi il vostro lavoro da quando era bambino?

“Ho sempre lavorato nell’azienda. Facevo il maestro di sci al mattino e poi al pomeriggio e alla sera lavoravo in casa. Papà ha iniziato nel 1956. Nel 1975 abbiamo avuto un grosso incendio: non si è mai saputo perché la casa abbia preso fuoco. Ci furono due morti e ottanta feriti, mi dispiace molto. La casa venne ricostruita per il Natale del 1976. Io sono del 1964, quindi ero piccolo, ma ricordo tutto benissimo. Sono cose che non dimentichi. Ancora oggi, a volte di notte, rivedo il fuoco. Sono esperienze terribili.”

Poi abbiamo avuto un altro incendio nel 1997, mentre rifacevamo il tetto: bruciò tutto il quarto piano e tutto il tetto. Con il fuoco non abbiamo proprio un buon rapporto.

E per quanto riguarda il turismo?

“La qualità è salita tantissimo. Anche le esigenze del cliente sono cambiate. Con quello che pagano da noi è giusto che siano esigenti. Noi proviamo a dare il massimo. Sappiamo benissimo che esistono strutture molto più belle delle nostre, con spa più grandi e camere più grandi, ma noi puntiamo tantissimo sulla tradizione, sul sorriso, sull’ospitalità, sulla personalità. È ciò che cerchiamo di trasmettere anche ai nostri ragazzi.”

Negli ultimi anni vi siete distinti per l’attenzione alla sostenibilità e per il ruolo centrale dei collaboratori. Come gestite oggi una squadra così ampia?

“Per noi i collaboratori – li chiamiamo così, non dipendenti – sono la cosa più importante che abbiamo, perché senza di loro non faremmo nulla. In tutte le strutture contiamo quasi 250 persone, con un ufficio risorse umane composto da sei persone. L’impegno è enorme: riunioni quotidiane, formazione prima dell’inizio stagione. Ogni anno circa il 35% del personale è nuovo. Il ritmo dell’inverno è intenso e non è per tutti.”

Cerchiamo anche di migliorare le condizioni di lavoro: puntiamo alle 8–9 ore al giorno e stiamo introducendo progressivamente più tempo libero. I ragazzi oggi guardano molto all’equilibrio tra vita e lavoro, ed è giusto così.

Dove vede il futuro della vostra famiglia e delle vostre aziende?

“Noi puntiamo tantissimo sull’ospitalità. Vorremmo diventare un riferimento, un faro. Vorremmo che altre strutture dicessero: “Andiamo alla Perla, vogliamo vedere come fanno ospitalità”. Questo è il nostro grande traguardo per i prossimi anni.”

È contrario all’overtourism?

“Assolutamente sì. Puntiamo alla qualità, non alla quantità. Quando arrivano troppi pullman insieme, l’esperienza perde valore, sia per chi visita sia per chi vive questi luoghi. La montagna va rispettata.”

Dopo aver ascoltato la voce di chi questa Casa la vive e la guida ogni giorno, varcare la soglia assume un significato ancora più profondo. Significa entrare in un universo che rifugge lo sfarzo e preferisce la sincerità delle cose fatte bene. Nessun marmo levigato, nessuna monumentalità da catalogo dell’alta gamma: qui il lusso è quello che non si ostenta, ma si riconosce nel tempo.

Il legno vivo delle stube, i tessuti antichi scelti da Anni Costa, i manufatti e gli oggetti di famiglia, le collezioni di cappelli, serrature, chiavistelli, teiere, gli arredi che sembrano custodire storie intere: ogni elemento ripete, a suo modo, la stessa promessa – che questa è una Casa vera.

Le camere sono un mondo a parte. Ognuna differente, ognuna segnata da un’identità che intreccia memoria, cura artigianale e quel particolare senso di serenità che solo la montagna sa infondere. Ma è solo entrando nei dettagli che si comprende davvero quanto questo luogo sia pensato non per il soggiorno, ma per l’esperienza.

Le Comfort, le più antiche della Casa, sono scrigni che custodiscono la storia: alcune conservano ancora soffitti appartenuti a stuben del XVII secolo, legni che hanno assorbito secoli di vita quotidiana e che oggi avvolgono gli ospiti in un profumo caldo, quasi fiabesco. Sono camere raccolte, intime, dove i velluti e le texture tirolesi non seguono una scenografia costruita, ma la naturale armonia dell’abitare ladino.

Le Comfort Dolomites, affacciate direttamente sulle guglie rosee delle montagne, aggiungono alla stessa autenticità un senso di apertura: balconi che si protendono verso il Sassongher, velluti morbidi, un’eleganza silenziosa che invita a rallentare lo sguardo.

Le Romantik, con o senza balcone, parlano la lingua della luce. Sono ambienti più ariosi, in cui i colori e il legno di cirmolo disegnano un equilibrio dolce: camere che respirano, che accolgono, che fanno della semplicità il loro valore più prezioso. Le Romantik vista Dolomiti regalano panorami che cambiano a ogni ora del giorno, un quadro vivente che accompagna chi vi soggiorna.

Salendo ai piani superiori, le suite mostrano il volto più contemporaneo della Casa senza tradirne lo spirito. La Suite Panorama e la Suite Alpina, completamente rinnovate, combinano spazi generosi, zone giorno e notte separate, bagni con vasca e doccia, balconi ampi da cui la vista è un invito costante alla contemplazione. Ambienti che mantengono intatto il calore ladino, pur dialogando con un design più leggero e moderno.

E poi c’è la Suite Ernesto, un omaggio sentito al fondatore della Casa: 75 mq dedicati alla luce, al legno naturale, alla quiete. La sauna privata rende questo spazio un rifugio intimo, una stanza che sembra voler raccontare – con discrezione – la vita e la visione di chi ha immaginato La Perla.

Infine la Suite Dolomites, all’ultimo piano: 120 mq concepiti come un vero luogo dell’armonia, pensata per chi desidera condividere tempo e bellezza. Doppie camere, doppi bagni, doppio balcone: un’idea di ospitalità generosa, che accoglie fino a sei persone senza mai rinunciare alla quiete.

In ogni camera – dalle più semplici alle più ampie – tornano i dettagli che definiscono l’anima della Casa: tazzine in ceramica della famiglia Costa, vecchie macchine da scrivere, quadri, orologi, sculture. Oggetti che non decorano, ma narrano. Pezzi unici che trasformano ogni stanza in un piccolo racconto abitabile, un luogo in cui il tempo presente dialoga con quello che è stato.

L’esperienza continua nella Spa, una nicchia di quiete che rifiuta l’idea dell’eccesso per tornare all’essenziale. Qui il benessere non è mai spettacolare, ma profondamente radicato in una visione che mette al centro l’equilibrio tra corpo, mente e ambiente. “Salus per aquam” non è un concetto evocato per tradizione, ma una pratica quotidiana che invita a rallentare, a sottrarsi al rumore, a riconnettersi con un tempo più umano e naturale.

Gli spazi sono pensati come un rifugio raccolto, avvolgente, dove la luce filtra con discrezione e i materiali dialogano con il paesaggio esterno. Il legno, la pietra, l’acqua e il silenzio diventano elementi terapeutici prima ancora che architettonici. Nulla è ridondante, nulla è superfluo: ogni ambiente accompagna l’ospite verso una condizione di ascolto profondo, del respiro e delle sensazioni.

La piscina interna è un abbraccio d’acqua temperata, concepita come luogo di distensione lenta. Nuotare qui significa lasciarsi cullare dalla quiete, mentre lo sguardo si posa sulle linee delle Dolomiti che entrano idealmente nello spazio, riflettendosi sulle superfici. È un’acqua che non stimola, ma accoglie; che non accelera, ma accompagna.

Il percorso delle saune segue la tradizione alpina del calore come strumento di rigenerazione. La sauna finlandese asciutta favorisce la distensione muscolare e la purificazione profonda, mentre quella aromatica lavora sui sensi, diffondendo essenze naturali che richiamano i boschi circostanti. Il bagno turco, con il suo vapore morbido e avvolgente, scioglie le tensioni più sottili, restituendo al corpo una sensazione di leggerezza diffusa.

Completa il percorso il cammino Kneipp, che alterna acqua calda e fredda secondo una logica antica di stimolazione e riequilibrio. Un rituale semplice e potente, che risveglia la circolazione e riconnette il corpo ai suoi ritmi naturali, ricordando quanto il benessere sia spesso una questione di gesti elementari, ripetuti con consapevolezza.

Grande attenzione è riservata ai trattamenti, concepiti come veri e propri rituali personalizzati. Le manualità sono lente, rispettose, mai invasive; i prodotti utilizzati valorizzano principi attivi naturali, oli essenziali alpini, estratti vegetali selezionati per le loro proprietà riequilibranti e rigeneranti. Ogni trattamento è preceduto da un ascolto, perché il benessere, qui, non è mai standardizzato ma cucito su misura.

Massaggi rilassanti, decontratturanti, rituali aromatici e percorsi dedicati al recupero dopo l’attività sportiva dialogano con la vita della montagna, accompagnando chi arriva da una giornata sugli sci, da un’escursione o semplicemente dal bisogno di fermarsi. È un benessere che non promette miracoli, ma restituisce centratura: un ritorno gentile a se stessi.

La Spa de La Perla non è un luogo separato dal resto della Casa, ma ne rappresenta una naturale estensione. Qui si ritrova la stessa filosofia che attraversa le camere, la cucina, gli spazi comuni: cura autentica, rispetto dei tempi, attenzione sincera alla persona. Un benessere discreto, misurato, profondamente coerente con l’identità della famiglia Costa.

Ma ciò che rende davvero unica La Perla è che il benessere non si esaurisce nella Spa. Qui, la montagna diventa esperienza quotidiana e la Casa un piccolo mondo da esplorare, dentro e fuori le sue mura. Nel parco, tra gli alberi, c’è una casa sull’albero: non un capriccio scenografico, ma un rifugio sospeso, un luogo dedicato all’ascolto, alla lettura, al silenzio. È

uno spazio che invita a riscoprire lo stupore infantile, quello che nasce quando lo sguardo si alza tra rami e cielo.

Accanto al prato, la Ciasa Vedla, l’antica casa ladina, custodisce la memoria autentica di queste valli. Entrarvi significa attraversare secoli di cultura alpina: legni vissuti, oggetti sacri e quotidiani, frammenti di vita che trasformano l’esperienza in un incontro con la storia. Non è un museo, è una casa viva, che ancora respira.

E poi c’è l’orto, il solarium affacciato sul verde, i percorsi esterni che collegano la Casa alla natura circostante: spazi in cui la vita procede con un ritmo più lento, dove il tempo non va inseguito ma accompagnato. La Perla non si limita a offrire servizi: offre modi di stare, di respirare, di ritrovare un equilibrio che spesso la vita quotidiana dissolve.

Ma è a tavola che la Casa rivela una delle sue anime più luminose. Perché qui il cibo non è una sommatoria di tecniche, ma un atto culturale. Ogni ristorante racconta una sfumatura diversa dell’identità ladina e della filosofia Costa: dal fine dining poetico della Stüa de Michil, alla convivialità calda di Les Stües, passando per l’energia contemporanea del Bistrot La Perla fino ai sapori genuini e un po’ fuori dal tempo del Berghotel Ladinia. Rispetto per la terra, stagionalità, filiera corta, vicinanza ai produttori, ricerca sincera della qualità: è questo il filo rosso che li unisce.

La Stüa de Michil – una Wunderkammer del Seicento ricostruita fedelmente in due antiche stube – è il regno dello chef stellato Simone Cantafio, che ha riportato a Corvara la stella Michelin intrecciando Oriente e Occidente in una cucina che vive nel respiro delle stagioni. È un luogo sospeso, quasi sacro, in cui il legno antico scricchiola come una voce che custodisce memorie, mentre ogni oggetto sembra parte di un racconto che si rinnova a ogni servizio.

“La terra è viva” è il suo motto, e non è soltanto una dichiarazione poetica: è un metodo rigoroso, una filosofia che orienta ogni gesto. Cantafio viaggia, osserva, ascolta. Dedica mesi all’anno a incontrare personalmente agricoltori, allevatori, raccoglitori di erbe spontanee, artigiani del cibo. Stabilisce con loro legami di fiducia, condivisione e confronto, costruendo una rete di relazioni che è il vero motore della sua cucina. Ogni piatto è la risultante di un rapporto umano prima ancora che gastronomico.

La sua è una cucina che non teme la sottrazione – preferisce esaltare ciò che esiste, anziché aggiungere ciò che stupisce. Così valorizza ciò che troppo spesso è considerato marginale: tuberi invernali, cavoli, ortaggi resilienti, erbe selvatiche raccolte tra i prati e i boschi delle Dolomiti, elementi che raccontano il territorio nella sua forma più autentica. Il risultato è una gastronomia che parla una lingua essenziale, vibrante, profondamente contemporanea pur restando profondamente radicata.

Per dare voce diretta alla filosofia che anima la cucina della Stüa de Michil, abbiamo incontrato Simone Cantafio e approfondito con lui il percorso umano e gastronomico, il legame con la famiglia Costa e la visione che guida il suo lavoro.

Chef, da quanti anni lavora per la famiglia Costa?

“Questo è il mio quinto anno qui. Sono arrivato subito dopo il periodo del Covid. Prima di approdare in Alta Badia mi trovavo in Giappone, dove ho trascorso cinque anni lavorando per la famiglia Bras, per Michel e Sébastien Bras, gestendo un po’ tutti i loro progetti in Giappone e soprattutto il ristorante gastronomico due stelle Michelin sull’isola di Hokkaido.”

Cos’è che l’ha spinta a rientrare in Italia?

“Sicuramente il desiderio di costruire qualcosa nella mia terra d’origine. Sono nato in provincia di Milano, a Rho, anche se tutta la mia famiglia è calabrese: mia mamma, ad esempio, era di Reggio Calabria. Quel richiamo alle radici si è fatto sentire forte.”

È stata la famiglia Costa a contattarla?

“Sì, sono stato chiamato da loro. Mi trovavo in Giappone e vivevo in un contesto molto naturale: Hokkaido è una delle isole più belle e selvagge del mondo, e la zona in cui lavoravo era montuosa, circondata da piste da sci. Mi ero innamorato di quell’ambiente così puro, così legato ai ritmi della natura. Sapevo che non sarei mai tornato in un posto di mare né in una grande città. Ho bisogno del contatto con la natura e soprattutto dei piccoli produttori.”

La stella Michelin è arrivata subito?

“È arrivata dopo due stagioni, quindi dopo circa otto mesi. Ora aspettiamo la seconda… e anche la terza. Ci stiamo lavorando.”

La vostra cantina è impressionante.

“Sì: in totale abbiamo circa 35.000 bottiglie.”

E siamo gli unici al mondo ad avere un vero e proprio “tempio del Sassicaia”.

Prima di entrare nel cuore della sua filosofia gastronomica, le chiedo: chef, come definirebbe oggi la sua cucina?

“Ho avuto la fortuna di lavorare con grandi maestri: Gualtiero Marchesi, Michel Bras, Georges Blanc. Tutti mi hanno trasmesso soprattutto la parte umana, quella d’istinto. La mia cucina oggi è leggibile, istintiva, rispettosa. Rispettosa sia del produttore che del prodotto. Cerco la valorizzazione senza troppe tecniche, senza forzature.”

Un piatto che la rappresenta?

“Oggi il piatto che più mi rappresenta è un brodo, con cui apro sempre i miei menu. Per me ha un valore profondo: mia madre ci teneva tantissimo. Io ho avuto una mamma straordinaria, e poi la sfortuna di perderla quando avevo 25 anni. Lei mi ha dato quel “click”: generosità, amore, cura. Il brodo era il suo gesto d’affetto.

Ho anche una bambina di sei anni. In Giappone ho trovato mia moglie — è giapponese — e loro iniziano quasi sempre i pasti con un brodo perché scalda, prepara, rilassa. La mattina, ad esempio, mia moglie mangia la zuppa di miso: la colazione è salata. Io mantengo le mie tradizioni, ma questa idea del brodo come apertura l’ho fatta mia.”

Parlando invece del rapporto con il territorio e con chi lo vive, le chiedo: vengono anche molti abitanti del posto. Per cosa vengono?

Vengono perché c’è una grande ricerca sulla materia prima. Sono un maniaco della qualità. Amo lavorare con piccoli produttori, seguire la filiera, dare valore a chi coltiva o alleva.

Perfino la pasta secca che utilizzate…

Sì, usiamo Mancini. Oltre alla qualità del prodotto c’è un rapporto umano molto forte. Vai in azienda e hai i campi letteralmente fuori dalla porta.

I clienti tornano soprattutto per lei, per la cucina.

“La sala e il luogo parlano da soli, certo, ma chi torna lo fa perché qui trova prodotti straordinari, lavorati il meno possibile. Non amo le esasperazioni né il cuoco che si mette al centro del mondo. Preferisco fare dieci passi indietro e lasciare al centro il maialino, la verdura, il manzo.

C’è poi un aspetto che riguarda non solo ciò che si mangia, ma anche il modo in cui viene presentato. A questo proposito: mi accennava alla sua attenzione per il contenitore-contenuto.

Questa l’ho ereditata tanto da Marchesi. Odio i cataloghi: non compro mai da catalogo. Le porcellane che vede durante la serata le ho disegnate tutte io e me le faccio realizzare da artigiani, tra Roma e il Giappone.

Quest’anno ho fatto creare un piatto da un vetraio giapponese di Hokkaido: gli ho chiesto di immaginare l’acqua e la vita che attraversano il vegetale. Ha creato qualcosa di fuori di testa.

Anche i bicchieri che ho visto sono particolari.

Sì, tutto nasce da una ricerca estetica che accompagni la cucina.”

Il suo percorso e le sue riflessioni l’hanno portata anche a un progetto editoriale. Mi racconti: parliamo del suo libro: “INCÖ”.

““INCÖ” significa “oggi” in ladino. Il progetto nasce da una riflessione maturata dopo tanti anni all’estero: dopo Marchesi e un periodo da Cracco a Milano, ho vissuto sei anni in Francia, due in Inghilterra, cinque in Giappone, poi Australia.

In Francia e in Giappone vedevo un’identità gastronomica fortissima. Tornando in Italia mi sono chiesto: perché dobbiamo sempre copiare? Ho cercato la risposta nella mia storia: mi sono innamorato della cucina grazie a mia madre, Patrizia, e a mia nonna, Vittoria.

Così è nato il tavolo INCÖ, nella saletta dedicata: un grande tavolo in noce nato dalle relazioni con i miei contadini. Ogni settimana dico loro: “Oggi datemi quello che per voi è il meglio”. Nascono ricette d’impatto, di pancia, senza tre giorni di studio.”

Ieri è arrivato un riconoscimento storico per il nostro Paese: la cucina italiana è stata ufficialmente inserita dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Che cosa ha rappresentato per lei questo risultato?

“Credo fermamente che non esista un “numero uno al mondo”. Ho girato il mondo e ogni cultura ha qualcosa che ti sorprende. A chi dice: “Dopo questo riconoscimento siamo i migliori”, rispondo: magari sediamoci e assaporiamo anche la magia delle altre culture.

Quando sono arrivato qui molti dicevano: “Farai cucina di montagna”. Io non ho la montagna nella mia storia. Quello che faccio è dare la mia prospettiva della montagna che sto vivendo oggi. L’importante è divertirsi.”

Infine, un ristorante vive delle persone che lo abitano ogni giorno. Per questo le chiedo: qual è l’ingrediente fondamentale di un ristorante?

“Il mio team. Sono tutti importanti. Poi ci sono quelli che mi supportano ogni giorno: Giancarlo, restaurant manager; Alessio, chef di cucina; Mattia, sous-chef; Francesco, sommelier di 20 anni; e Nicoletta, che racconta al meglio i miei piatti. In totale siamo circa venti persone, più me.”

Come è emerso dalle parole dello chef, la tavola pop-up Incö – riservata alle materie prime disponibili giorno per giorno – rappresenta l’apice di questa visione. Non un semplice format, ma un gesto consapevole: un inno alla cucina sostenibile, alla sorpresa, alla scoperta. Qui il concetto di menu fisso si dissolve e l’esperienza invita a sedere attorno a un unico tavolo, condividendo piatti concepiti seguendo il ritmo di ciò che la natura offre, senza forzature e senza compromessi. Un esercizio di sincerità che richiede coraggio, sensibilità e una profonda comprensione del territorio.

È in questo equilibrio tra rigore tecnico, creatività e rispetto che si manifesta la vera anima della Stüa de Michil: un luogo dove la cucina diventa racconto, dove il tempo si dilata, dove chi si siede a tavola non compie semplicemente un’esperienza gastronomica, ma un viaggio emotivo e sensoriale che tocca la memoria, la tradizione e il presente.

Accanto a questa esperienza gourmet, Les Stües rappresenta l’anima conviviale della Casa: sei stube del Settecento, colorate e scenografiche senza mai essere manierate. Qui la tradizione tirolese incontra la semplicità dei gesti quotidiani: zuppe, carni, piatti che riscaldano prima il cuore che il palato, serviti come in un museo abitabile in cui ogni dettaglio – cristalli, tessuti, tovaglie, legni – invita alla lentezza.

E poi c’è il Bistrot La Perla, il luogo in cui la convivialità si fa ritmo contemporaneo. La carta firmata dallo chef Riccardo Forzan guarda alla tradizione italiana e sudtirolese con una mano moderna: lumache alla bourguignonne, crudi di pesce, risotto ai porcini, tagliatella ripiena al tartufo, fino ai grandi piatti da condividere come il tomahawk frollato o il pesce del giorno in crosta di sale. Uno spazio in cui la cucina parla un linguaggio semplice e colto, accompagnato dalla sapienza dei cocktail del bar manager Antonio Virili e dall’eleganza della cantina Mahatma Wine, che conta oltre trentamila bottiglie.

La cantina de La Perla è un universo a sé: oltre trentamila bottiglie custodite come una biblioteca viva del vino europeo, una collezione costruita nel tempo con rigore, passione e una visione precisa. Per entrare davvero nella logica che sostiene una delle raccolte più

importanti dell’arco alpino, abbiamo raccolto la voce di Enrico Fusini, sommelier e responsabile della cantina dell’Hotel La Perla.

La cantina de La Perla è considerata una delle più importanti delle Alpi. Di che numeri parliamo oggi?

“Parliamo di circa trentamila bottiglie. È un numero che cerchiamo di mantenere costante: poi, in base agli ordini e alle rotazioni, può variare leggermente, ma l’obiettivo è avere sempre questa dimensione di cantina.”

Come avviene la selezione delle etichette?

“La selezione nasce prima di tutto dal nostro gusto, che si costruisce con degustazioni continue, visite in azienda, fiere e incontri con i produttori. Allo stesso tempo teniamo molto conto delle richieste dei nostri ospiti, che sono internazionali e molto curiosi: amano spaziare dai grandi vini dell’Alto Adige ai grandi classici italiani, fino alle grandi etichette francesi.

Lavoriamo esclusivamente con il cosiddetto vecchio mondo: Italia, Francia, Spagna, Portogallo, un po’ di Austria e aree limitrofe. Non trattiamo vini del Nuovo Mondo. Per quanto riguarda lo stile, in cantina convivono vini biologici, biodinamici e grandi classici convenzionali: ciò che conta davvero per noi è la pulizia del vino, l’equilibrio e il rispetto del territorio.”

Uno degli spazi più affascinanti è il cosiddetto “tempio del Sassicaia”. Di cosa si tratta?

“È uno spazio interamente dedicato al Sassicaia e ospita la collezione privata più ampia al mondo di questo vino, con oltre duemila bottiglie. È una quantità che per noi è quasi una regola: deve essere sempre superiore al numero dei cipressi di Bolgheri, che sono più di duemila.

La collezione parte dalla prima annata, la 1968, e arriva fino all’ultima uscita, il Sassicaia 2022.”

Da dove nasce questa passione così profonda per il Sassicaia?

“Nasce dal fondatore, il signor Ernesto Costa. Già prima che il Sassicaia diventasse celebre a livello mondiale, lui lo apprezzava moltissimo e iniziò ad acquistarlo in quantità importanti. Nell’85, quando il vino venne consacrato tra i migliori al mondo dalla rivista Robert Parker, la collezione prese una direzione ancora più strutturata.

Nel tempo si è consolidato anche un rapporto di amicizia e collaborazione con la famiglia Incisa della Rocchetta e con la Tenuta San Guido, che continua tuttora. Questo ci permette di mantenere il tempio del Sassicaia sempre completo e curato, ed è uno spazio che apriamo anche alle visite dei nostri ospiti.”

Come vede l’evoluzione del mondo del vino nei prossimi anni?

“Credo che il vino tenderà sempre di più a snellirsi, non tanto nel grado alcolico quanto nella percezione gustativa. Soprattutto tra i più giovani c’è una ricerca di vini più leggeri, più immediati, senza rinunciare alla qualità e all’armonia.”

Se dovesse scegliere un vino che la rappresenta maggiormente?

“È una scelta che cambia nel tempo, perché cambia il palato. Ad oggi, però, direi Barolo: non sono piemontese, ma è un amore profondo.”

Chiudendo la porta della cantina, il racconto non cambia direzione, ma respiro. Perché anche il vino, come la cucina e l’ospitalità, è parte di una visione più ampia, che si declina in forme diverse senza mai tradire la propria origine. È con questo stesso spirito che la filosofia Costa si esprime anche fuori dalla casa madre, in luoghi che ne condividono l’anima pur parlando linguaggi differenti.

Intimamente legato al suo stesso respiro, il Berghotel Ladinia è l’altra faccia dell’ospitalità Costa, qui a Corvara: una piccola locanda nel cuore del vecchio paese, con vista sul Sassongher, dove il tempo sembra procedere con passo più lento. Più che un hotel, è un rifugio per il corpo e per l’anima: legni che scricchiolano, pochi oggetti che parlano, luce che entra misurata dalle finestre incorniciate. A tavola, il menu è strettamente legato alle Alpi, costruito su una filiera corta che privilegia il territorio locale e l’intero arco alpino. La carta dei vini segue la stessa filosofia del “piccolo è bello”: piccole cantine, prevalentemente altoatesine e alpine, che lavorano nel rispetto della terra e con particolare attenzione al biologico e al biodinamico. Un luogo che racchiude, nella sua semplicità, l’essenza più pura della ladinité: pochi fronzoli, molta verità.

Alla base di tutto c’è una filosofia chiara: non proporre ciò che la natura non può dare. “Non crediamo alle fragole d’inverno” afferma la famiglia Costa, e non è solo un motto. La scelta delle materie prime segue una piramide etica: prima il biologico della Val Badia, poi quello altoatesino, poi i prodotti regionali, e solo in ultimo il resto d’Europa. Nessun frutto fuori stagione, nessuna verdura cresciuta in serra, nessun ingrediente che abbia attraversato oceani senza una ragione etica. Perché in questa Casa il rispetto della terra non è un valore aggiunto: è un principio fondante.

L’atmosfera, però, non sarebbe la stessa senza le persone. Dai figli di Ernesto e Anni – Michil, Mathias e Maximilian – ai collaboratori che vivono la Casa come una seconda famiglia, tutto ciò che accade a La Perla nasce da una quotidianità condivisa. L’ospitalità è un esercizio collettivo: richiede umanità, dedizione, presenza. E lo si percepisce in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni cura silenziosa.

La Perla non è un hotel da visitare: è un luogo da abitare. Un rifugio che ricorda a chi arriva che la montagna non chiede nulla se non rispetto, e che la bellezza più autentica è quella che non grida. Ci sono strutture che offrono comfort impeccabili. E poi ci sono Case – come questa – che offrono un senso. Qui, dove le Dolomiti affondano la loro radice nel cielo, ciò che resta impresso non è un servizio, ma un legame: con la natura, con il tempo, con ciò che siamo quando smettiamo di fingere.

In un mondo che corre, La Perla insegna a restare. A riconoscere che l’autentico lusso è poter dire: qui mi sento a Casa.

 

https://www.laperlacorvara.it/it

 

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