Alcuni imprenditori, a un certo punto del loro percorso, smettono di costruire soltanto aziende e iniziano a costruire luoghi. Luoghi che non servono solo a produrre valore, ma a raccontare una visione, un’idea di mondo, un modo di stare dentro il lavoro e dentro il tempo. Nel percorso di Giuliano Canella, questo passaggio avviene quando l’esperienza maturata nella grande distribuzione incontra Venezia e si trasforma in MyVenice: non come un’operazione di stile, ma come l’evoluzione naturale di un modo di intendere il lavoro, il territorio e il Made in Italy.
Canella proviene da una realtà familiare solida, quella di Alì S.p.A., catena di supermercati fondata nel 1971. Quando entra in azienda ha soltanto diciannove anni, subito dopo il diploma in ragioneria. «Non sono un dottore, ma un umile ragioniere», ama precisare, quasi a voler marcare una distanza netta da ogni retorica manageriale. All’epoca i supermercati erano otto; oggi sono diventati centodiciotto. Una crescita che racconta molto più di un’espansione numerica e che, nel suo caso, trova nei reparti freschi il proprio cuore identitario.
È lì che Canella si forma davvero, in un apprendistato che non ha nulla di teorico: sveglie prima dell’alba, mercati generali, camion, fornitori, produzioni agricole che partono dal Centro-Sud e arrivano fino all’estero. «Mi alzavo alle tre e mezza del mattino per andare ai mercati generali», racconta. «Si viaggiava molto, soprattutto verso il Centro-Sud e anche fuori dall’Italia, tra Spagna e Olanda. È stata una scuola di vita impegnativa, che ha inciso anche sulla mia vita personale, ma che ha costruito il mio modo di lavorare».
Un’esperienza totalizzante, che incide sul tempo, sugli affetti, sulle scelte di vita – si sposa giovanissimo, a venticinque anni – ma che definisce un’impostazione precisa: attenzione maniacale al dettaglio, centralità del prodotto, rispetto per chi lavora e per chi acquista. Nel tempo, questo metodo diventa visione. I freschi arrivano a rappresentare circa il sessanta per cento del fatturato, una percentuale altissima, che racconta quanto il cliente identifichi il marchio nella qualità e nel servizio, prima ancora che nel prezzo, e che definisce una relazione di fiducia duratura.
È un’impostazione che Canella non abbandona mai, nemmeno quando matura il desiderio di diversificare. Anzi, è proprio quel bagaglio a spingerlo verso una nuova sfida. Il mondo del food lo mette in contatto con istituzioni, fiere, convegni, progetti di valorizzazione territoriale. Arrivano riconoscimenti, ma soprattutto arrivano domande. È possibile raccontare il Made in Italy in modo più ampio, non limitandosi al prodotto, ma includendo esperienza, cultura, accoglienza? «L’idea era quella di far vivere il Made in Italy non come un’estetica da cartolina», spiega, «ma come un’esperienza autentica. Ospitalità, stile, cultura del dettaglio, qualità e artigianalità sono valori che devono restare immutati, anche quando il brand viene esportato in contesti culturali diversi», senza perdere coerenza.
L’idea di MyVenice prende forma in questo contesto, ma anche in un momento personale complesso, segnato da una tragedia familiare che lo costringe a fermarsi e a ripensare le priorità. Proprio allora, alcune istituzioni locali – in particolare legate alla Regione Veneto – gli parlano di un marchio pensato per valorizzare Venezia e il territorio. Canella decide di acquisirlo privatamente e fonda la società nel 2019, poco prima che il mondo venga travolto dalla pandemia. Un tempismo che, a posteriori, si rivelerà decisivo per l’evoluzione del progetto.
Mentre il turismo si blocca, MyVenice inizia a lavorare sull’identità del brand partendo dal food: pasta, olio, prodotti selezionati, inizialmente online, senza una sede fisica. «A un certo punto ho capito che mancava qualcosa», racconta. «Mancava un luogo capace di dare corpo alla visione, di renderla tangibile». È Venezia a offrire la risposta, quasi naturalmente.
Durante il secondo anno di Covid, quando i valori immobiliari iniziano a scendere e la città si svuota come non accadeva da decenni, Canella intercetta un edificio che lo colpisce immediatamente: una vecchia locanda, un tempo casa privata veneziana. Ha quarantotto ore per decidere, ne bastano ventiquattro. «Non è stata un’operazione immobiliare», sottolinea, «ma una scelta di progetto. Se avessi voluto fare immobiliare, avrei venduto dopo una settimana. Invece ho scelto di crederci». Nasce così il Palazzetto MyVenice, primo tassello concreto di un’idea più ampia.
Non un hotel tradizionale, ma un boutique hotel pensato come estensione naturale del brand, luogo fisico in cui l’ospitalità diventa esperienza totale. Il Palazzetto prende forma in divenire, senza schemi rigidi. Le camere sono dieci, volutamente poche, perché l’intimità viene prima di tutto. «Dieci camere non sono un limite», osserva Canella, «sono una scelta precisa: qui l’ospitalità deve essere personale, quasi domestica».
L’idea di intimità guida ogni scelta progettuale. Canella osserva i migliori hotel, porta gli architetti a vedere ciò che funziona, sceglie materiali, pavimenti, volumi con un criterio preciso: non sbagliare, ma nemmeno imitare. «Per non sbagliare sono andato nei migliori hotel», racconta. «Ho portato gli architetti e ho detto: voglio questo pavimento, questo marmo, questa luce. Poi, su quella base, abbiamo costruito la nostra identità», senza compromessi.
Le camere diventano così microcosmi di quiete e appartenenza. I soffitti affrescati dialogano con arredi contemporanei mai invadenti; i pavimenti alla veneziana o in parquet a spina di pesce raccontano una continuità con la tradizione; la luce, naturale e artificiale, accompagna i ritmi lenti del soggiorno. «Volevo che ogni ospite sentisse di essere in un luogo intimo, non in un albergo», spiega, chiarendo l’intenzione profonda del progetto.
In questo disegno, il bagno assume un ruolo centrale e non accessorio. Docce ampie, spesso walk-in, vasche freestanding, materiali scelti con cura maniacale trasformano lo spazio in un luogo di vero benessere. «Ho investito moltissimo nei bagni», ammette Canella, «perché è lì che capisci se una stanza è davvero pensata per il benessere». Non è un dettaglio: è la traduzione concreta di una filosofia che mette al centro il tempo dell’ospite, la sua intimità, la qualità dell’esperienza, nel suo significato più autentico.
L’apertura del Palazzetto avviene il 3 febbraio, giorno del compleanno di Canella. Un gesto simbolico, ma anche estremamente concreto: il primo scontrino deve essere emesso quel giorno. L’inaugurazione ufficiale arriva qualche mese dopo, alla presenza del presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, che lo definisce «folle ma visionario» per aver investito in piena pandemia. Un giudizio che sintetizza con efficacia lo spirito del progetto.
MyVenice, tuttavia, non si esaurisce nell’ospitalità. Al centro resta il Made in Italy, inteso come esperienza viva, quotidiana, concreta. «MyVenice nasce a Venezia con il Palazzetto», afferma Canella, «ma l’ambizione è creare una rete internazionale capace di portare il saper fare italiano e il nostro modo di accogliere nel mondo, senza mai perdere autenticità», come principio guida.
È in questa visione che prende forma lo shop MyVenice, parte integrante del progetto e non semplice boutique accessoria. Gli oggetti raccontano un Made in Italy colto, raffinato, mai gridato: calici impreziositi da murrine veneziane, brevettati e realizzati in esclusiva, complementi d’arredo, accessori e manufatti nati dall’incontro con artigiani selezionati. «Non mi interessava vendere souvenir», chiarisce Canella. «Volevo che chi acquistava portasse a casa un pezzo di esperienza, qualcosa che avesse un valore culturale oltre che estetico». Ogni oggetto diventa così un ponte tra il soggiorno e il ritorno, tra Venezia e il quotidiano, prolungando l’esperienza oltre il soggiorno.
La stessa coerenza attraversa la proposta gastronomica. Il ristorante del Palazzetto MyVenice non nasce come esercizio accessorio, ma come parte integrante dell’esperienza. La cucina valorizza materie prime selezionate, spesso provenienti da piccole realtà italiane, e costruisce piatti che uniscono tecnica e riconoscibilità. «La tradizione per me non è mai nostalgia», osserva Canella, «ma una base solida da cui partire per raccontare qualcosa di contemporaneo». Il menu cambia con le stagioni, segue il ritmo naturale dei prodotti e si accompagna a una carta dei vini che privilegia le eccellenze italiane, senza rinunciare a qualche incursione internazionale, sempre misurata.
Anche gli spazi esterni partecipano al racconto. Il cortile affacciato su un canale diventa, nella bella stagione, un luogo sospeso e intimo, lontano dal rumore della città più affollata. È qui che il concetto di ospitalità di MyVenice si manifesta con maggiore evidenza: accoglienza calorosa ma mai invadente, servizio attento, atmosfera raccolta. «L’ospitalità deve essere spontanea», afferma Canella. «Non costruita, non forzata. Chi entra qui deve sentirsi accolto, non osservato», come in una casa.
Questo stesso principio – presenza discreta, attenzione reale, rifiuto della standardizzazione – attraversa l’intero progetto MyVenice e prepara naturalmente lo sguardo verso ciò che verrà.
Guardando al futuro, la direzione è chiara. La grande distribuzione resta il primo amore, un ambito che continua a dargli stabilità e soddisfazione. «I supermercati sono e resteranno il mio primo amore», dice senza esitazioni. MyVenice, invece, è il progetto che guarda lontano. «Non immagino un gruppo alberghiero tradizionale», conclude, «ma una collezione curata di luoghi, accomunati da una stessa visione dell’ospitalità».
Le strutture saranno medio-piccole, dieci o venti camere al massimo, pensate per dialogare con contesti internazionali senza perdere l’anima. Le prossime tappe guardano all’Europa, al Nord America, al Medio Oriente, seguendo un criterio preciso: identità culturale, attrattività internazionale, affinità con i valori del Made in Italy.
In questa prospettiva, il Palazzetto MyVenice resta il punto di origine, la matrice da cui tutto prende forma. Non un modello da replicare pedissequamente, ma un manifesto di stile, di metodo, di visione. Un progetto che tiene insieme impresa e cultura, esperienza e racconto, quotidianità e sogno, e che dimostra come, ancora oggi, sia possibile costruire un’idea di ospitalità capace di parlare al mondo senza rinunciare alla propria anima.
Questa anima si riflette anche nel modo in cui MyVenice immagina il proprio pubblico. Il Palazzetto non nasce per intercettare un turismo di massa, ma per accogliere viaggiatori consapevoli, spesso internazionali, che cercano un rapporto autentico con la città e con ciò che rappresenta. «Il novantacinque per cento dei nostri ospiti è straniero», sottolinea Canella in più occasioni, «e questo non è un dato casuale». Venezia, nell’immaginario globale, è già un simbolo: MyVenice sceglie di lavorare su quel simbolo senza banalizzarlo, offrendo un’esperienza che non semplifica, ma approfondisce.
È anche per questo che il progetto mantiene una dimensione volutamente contenuta. Dieci camere permettono un rapporto diretto, quasi personale, con l’ospite. Il servizio non è standardizzato, ma costruito sull’ascolto, sull’attenzione ai dettagli, sulla capacità di leggere i tempi e le esigenze di chi arriva. «L’ospitalità non deve essere invadente», ribadisce Canella, «ma presente. Devi esserci quando serve, e fare un passo indietro quando non serve». È una filosofia che deriva ancora una volta dalla sua formazione imprenditoriale: conoscere il cliente, capire cosa cerca, anticiparne i bisogni senza trasformare l’esperienza in un rituale artificiale.
Lo stesso principio guida la selezione dei partner e dei fornitori. Che si tratti di prodotti food, di oggettistica o di servizi, MyVenice lavora con realtà che condividono una visione comune, spesso radicate nel territorio. Murano, con le sue murrine, diventa emblema di questo approccio: non un richiamo decorativo, ma una collaborazione reale, che porta alla creazione di oggetti esclusivi e brevettati. Allo stesso modo, l’idea di ampliare l’offerta verso i servizi – esperienze, percorsi di viaggio, proposte su misura – nasce dalla volontà di costruire un ecosistema coerente, capace di accompagnare l’ospite oltre il soggiorno.
Questa capacità di tenere insieme livelli diversi – prodotto, esperienza, racconto – è ciò che rende MyVenice un progetto aperto, non concluso, per sua stessa natura.
Accanto all’attività imprenditoriale, Canella porta avanti anche un impegno culturale e umano attraverso la fondazione Memoria Audiovisiva del Cattolicesimo Italiano (MAC), di cui è socio fondatore. Un’esperienza che lo conduce fino al Vaticano e a un’udienza privata con Papa Francesco. «È stato un incontro profondamente umano», racconta. «Il Papa si è interessato personalmente al percorso di ciascuno di noi. Nel mio caso, ho mostrato anche una fotografia della mia famiglia. È stato un momento semplice, ma di grande significato», anche umano.
È proprio questa dimensione valoriale, maturata anche attraverso esperienze umane e culturali profonde, a orientare il modo in cui Canella guarda all’espansione internazionale. Non si tratta di esportare un format, ma di adattare una visione. Ogni futura apertura dovrà dialogare con il contesto locale, pur mantenendo intatti alcuni pilastri: qualità, artigianalità, senso del luogo, cura dell’ospite. «MyVenice deve restare un brand internazionale», osserva, «perché quando all’estero pensi all’Italia, la prima parola che viene in mente è Venezia. Ma proprio per questo bisogna trattare quel nome con rispetto», prima di tutto culturale.
Alla fine, MyVenice racconta una storia di continuità più che di rottura. La grande distribuzione resta il primo amore, la base solida su cui Canella continua a investire. Il boutique hotel, lo shop, la ristorazione, le future aperture internazionali non sono deviazioni, ma declinazioni diverse di uno stesso modo di intendere il lavoro. Un modo che parte dalla concretezza e arriva alla visione, senza mai perdere il contatto con la realtà, che resta il suo punto di partenza.
È forse questo il tratto più interessante del progetto: la capacità di tenere insieme disciplina e immaginazione, rigore e sensibilità. In una città spesso raccontata per immagini stereotipate, il Palazzetto MyVenice prova a restituire Venezia come luogo vissuto, non solo osservato. Un luogo in cui l’ospitalità diventa linguaggio, e il linguaggio, a sua volta, diventa esperienza condivisa.