Dal lavoro in cantina a una holding produttiva: la sintesi matura di Vittorio Festa si chiama Origini

A un certo punto del proprio percorso professionale arriva una scelta che non ha a che fare con l’ambizione personale, ma con il bisogno di dare continuità a ciò che si è costruito nel tempo. Per Vittorio Festa quel momento coincide con Origini: un progetto che non inaugura una carriera, ma ne rappresenta la sintesi più matura. Dopo anni di consulenze, ricerca, lavoro in cantina e confronto quotidiano con produttori diversi, l’enologo abruzzese ha deciso di trasformare l’esperienza in sistema, immaginando una holding produttiva capace di accompagnare il vino lungo tutta la sua filiera, senza snaturarne l’identità territoriale. Origini prende forma da qui, come risposta concreta a un’esigenza reale del panorama vitivinicolo abruzzese.

 

Origini nasce con un gruppo di soci imprenditori – Mattia e Danielandrea Trusgnach, Gianluca Stornelli, Paolo De Iuliis e He Xiaodong – e ha un perno fisico preciso: Terre di Poggio, a Poggiofiorito, nel Chietino, rilevata e trasformata nel quartier generale operativo del progetto. Qui, in un unico polo, convivono tre edifici che raccontano un’idea di lavoro concreta e misurabile: una palazzina su tre piani di circa 180 metri quadrati; una bottaia di 600 metri quadrati; una cantina di 1.200 metri quadrati totalmente coperti, con una capacità intorno agli 8mila ettolitri; e infine una terza struttura da 300 metri quadrati destinata a diventare showroom con cucina, pensata per far incontrare produzione e racconto, tecnica e accoglienza.

Il cuore del progetto sta proprio nella parola “filiera”. L’obiettivo è racchiudere in un solo luogo competenze e strumenti, offrendo consulenza agronomica ed enologica, ma anche servizi operativi per chi non dispone di spazi, attrezzature o tempo sufficiente per seguire ogni fase. In un Abruzzo fatto anche di piccoli produttori e micro‑realtà, Origini prova a diventare un alleato: la possibilità di vinificare e imbottigliare, ma anche di presentare e commercializzare i propri vini senza essere costretti a rincorrere soluzioni frammentate, spesso costose, quasi sempre dispersive. In altre parole, un progetto che non si limita a fare vino, ma prova a rendere più accessibile e più solido il percorso che porta dall’uva alla bottiglia, fino al mercato.

 

Per comprendere la spinta più profonda, però, bisogna tornare a una storia personale. Vittorio Festa è cresciuto dentro l’enologia, grazie alla figura del padre Carmine, personaggio forte, sognatore e visionario, capace di anticipare – con intuizioni e contraddizioni – un pezzo di storia del vino abruzzese. Carmine è stato tra i protagonisti del primo consorzio della Doc Montepulciano d’Abruzzo nel 1968, ha sostenuto la nascita di molte cantine sociali negli anni Settanta e ha contribuito alla creazione del Consorzio cooperative riunite d’Abruzzo Citra nel 1973. Aveva anche, per i tempi, un istinto raro per la comunicazione: l’idea di legare il vino a un gesto simbolico e popolare, o di trasformare un progetto tecnico in un racconto capace di viaggiare, dice molto di quel modo moderno di intendere l’agricoltura come bene comune. In questa cornice si colloca anche il Centro Tecnico Enologico, laboratorio di analisi accreditato nato come presidio di competenza e controllo, diventato negli anni un supporto fondamentale alla professione di Vittorio.

 

La scomparsa prematura del padre non fu per Vittorio un passaggio lineare. Significò ereditare un nome e, insieme, una serie di aspettative e diffidenze. Ci furono difficoltà, delusioni, la sensazione concreta di essere stato lasciato solo proprio nel momento in cui servivano alleanze. Per un periodo pensò di cambiare completamente lavoro. A trattenerlo furono la passione e alcune presenze determinanti, ma anche una prova sul campo che segnò una svolta: un Vinitaly in cui le cantine seguite da Festa ottennero risultati importanti, trasformando un momento di fragilità in una legittimazione professionale. Da lì la scelta si fece più netta: concentrarsi sul vino, sottraendosi al peso di ciò che non era essenziale, e investire su un percorso in cui la tecnica doveva andare di pari passo con marketing e comunicazione, perché la qualità, quando non viene raccontata, rischia di restare confinata a pochi.

 

Origini nasce anche da questa maturità. Festa insiste su un punto: l’enologo, oggi, non può essere solo un tecnico del controllo. Deve entrare in empatia con chi cura quella vigna e quelle colline, deve guadagnare fiducia e costruire un linguaggio condiviso, perché il vino, alla fine, è identità. E identità significa anche responsabilità verso il territorio: sostenibilità non come formula, ma come attenzione reale al sistema, alle pratiche agronomiche, all’aspetto salutistico, alla tutela di ciò che rende una regione riconoscibile. In questo modo, la ricerca non è un vezzo, ma una necessità quotidiana, un modo per migliorare la qualità riducendo interventi inutili, e per restare fedeli a ciò che non cambia mai davvero: l’uva e l’uomo.

Su questa base, la holding disegna una geografia ampia: circa cento ettari complessivi disseminati tra le quattro province abruzzesi, con quarantaquattro ettari vitati a Poggiofiorito, una trentina ad Atri, due a Punta Aderci nel Vastese e il resto tra Loreto Aprutino e la provincia dell’Aquila. È proprio qui che l’idea iniziale del progetto rivela la sua evoluzione. In partenza c’era il desiderio di creare un vino iconico in omaggio a Carmine, unendo il meglio di quattro vigneti, uno per provincia. Poi, quasi naturalmente, l’orizzonte si è ampliato: non più un solo vino simbolo, ma un disegno capace di mostrare quante facce possa avere l’Abruzzo in base al terroir, e quanto il territorio, quando lo si ascolta davvero, sappia cambiare il timbro di un bicchiere.

 

In questo quadro si inseriscono anche le prospettive enoturistiche, pensate non come contorno, ma come parte della visione economica e culturale. Un esempio è il progetto di recupero sulla Valle del Moro, immaginato per coniugare visite in cantina e patrimonio naturalistico, con l’idea che una grande biodiversità vada preservata e raccontata. Puntare su questa dimensione significa anche generare un indotto che non resta chiuso dentro i confini aziendali, ma ricade su un’area più vasta, creando lavoro e attenzione per luoghi che, spesso, vengono attraversati senza essere davvero visti. Anche per questo Origini sta già uscendo dai confini del Chietino: con Tenuta Salterrae ad Atri, nel Teramano, dove la produzione biologica diventa un asse dichiarato, e con l’obiettivo di aggiungere un tassello in montagna nella provincia dell’Aquila, completando un racconto regionale che tenga insieme costa, colline e altitudini.

 

La concretezza di Origini, intanto, è già misurabile nei servizi. Terre di Poggio si prepara a essere una cantina di tutti: vinificazione e imbottigliamento, autoclavi per la spumantizzazione a disposizione dei produttori, e un lavoro in corso per il tiraggio del Metodo classico, segnale di un’ambizione che non cerca scorciatoie. A completare il cerchio, Festa trasferirà nel polo vitivinicolo anche il proprio laboratorio di analisi accreditato: un tassello decisivo per chiudere la filiera, offrire controlli, consulenza e verifiche, e rendere più solido il percorso tecnico che porta dal vigneto alla bottiglia. Parallelamente, Terre di Poggio continua anche a produrre con il proprio marchio, mantenendo vive etichette che hanno già costruito una presenza rilevante fuori dall’Italia, tra Stati Uniti, Cina, America Latina ed Europa: un doppio binario che, invece di contraddirsi, racconta bene l’idea di Origini come sistema aperto, capace di servire gli altri senza rinunciare alla propria identità.

 

C’è anche un rovesciamento interessante, in questa storia: l’enologo, figura spesso dietro le quinte, qui diventa regista e mediatore. Festa vede sommelier ed enologo come ruoli complementari: il sommelier, negli ultimi decenni, è diventato ponte tra produttore e consumatore e in alcuni casi un vero opinion leader; l’enologo resta il garante tecnico, ma se vuole interpretare il presente deve saper dialogare con comunicazione e mercato senza tradire la sostanza. Per questo rifiuta l’idea del vino costruito per aderire a modelli preconfezionati: il lavoro, per essere duraturo, nasce dal gruppo e non dall’ego del singolo, e il risultato migliore è un vino che rispecchi il produttore come un abito su misura, non una bottiglia perfetta per piacere indistintamente.

 

Anche durante la pandemia, quando molte filiere hanno vacillato, la vigna non ha concesso pause: la materia viva chiede cura continua. E proprio in quel periodo è emersa, con forza, la tenacia del comparto agricolo e vitivinicolo, la spinta delle nuove generazioni e la capacità di reggere l’urto, pur in mezzo a difficoltà economiche e a una burocrazia che raramente semplifica. È un’esperienza che torna oggi come memoria concreta: il vino non è un prodotto da vetrina, è un patto quotidiano con il tempo, con le stagioni, con i rischi che cambiano di anno in anno e con una tecnologia che può aiutare senza mai sostituire ciò che conta davvero.

 

Se c’è un’eredità che attraversa tutto, quella di Carmine e quella che Vittorio sta costruendo, è l’idea che il vino abruzzese meriti ambizione senza travestimenti, e che l’ambizione debba poggiare su studio, controlli e lavoro di squadra. Origini prova a mettere queste fondamenta a disposizione di una comunità produttiva, mentre Terre di Poggio continua con le proprie etichette, già presenti sui mercati esteri. Alla fine, il nome Origini non è nostalgia: è un punto di partenza che si rinnova vendemmia dopo vendemmia. È una competenza che accompagna, e un modo per far parlare l’Abruzzo con una voce moderna, capace di andare lontano restando fedele alle sue radici.

 

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