Castel Viscardo, la doppia cura di un territorio: abitare il presente, custodire la storia

Castel Viscardo è uno di quei paesi che non si esauriscono in una definizione. Le fornaci e il cotto appartengono ancora a un lavoro vero, prima che a una tradizione; le tracce etrusche affiorano nel territorio insieme ai castelli, alle campagne dell’Alfina, alle frazioni che conservano storie proprie e alle dimore che hanno attraversato generazioni diverse. Qui ogni elemento sembra trovare posto accanto agli altri, senza prevalere davvero. È questo intreccio a dare carattere al paese: un luogo dove ciò che è stato continua a lasciare segni concreti nella vita di oggi.

 

Per leggere Castel Viscardo senza ridurlo a borgo dell’Orvietano, bisogna partire dalla continuità tra terra e governo del territorio. Al centro dell’esperienza amministrativa di Daniele Longaroni e Massimo Tiracorrendo sembra esserci lo stesso nodo: come si tiene insieme una comunità piccola, stratificata, con un patrimonio molto più ampio della sua dimensione demografica? La risposta sta nella geografia concreta del Comune: il castello principale, Monterubiaglio, Viceno, l’altopiano dell’Alfina, la valle del Paglia, le necropoli, Coriglia, le fornaci, il Museo Etnografico del Cotto, le strade lente che legano frazioni e campagne. È qui che l’amministrazione diventa parte del paesaggio, quando decide quali tracce rendere leggibili e quali connessioni riattivare.

 

Longaroni, confermato alla guida del Comune, raccoglie una storia amministrativa attenta al patrimonio locale. Tiracorrendo, già sindaco per due mandati e oggi figura centrale nella continuità istituzionale del paese, rappresenta una memoria operativa preziosa: conosce la trama minuta dei luoghi, le priorità delle frazioni, la necessità di trasformare i beni culturali in occasioni reali di conoscenza. La storia del territorio, i percorsi che lo attraversano, l’ex Aeroporto Orvieto-Castel Viscardo, Coriglia e le aree meno note del Comune rimandano tutti allo stesso tema: la capacità di tenere insieme luoghi, memorie e funzioni diverse in un racconto coerente.

 

Accanto alla tradizione delle fornaci e ai percorsi che attraversano l’Altopiano dell’Alfina, del resto, non mancano altre tracce significative del passato locale. Il centro del paese si è sviluppato attorno al Castello di Madonna, eretto nel XIV secolo e legato prima ai Monaldeschi della Cervara, poi agli Spada Veralli e ai duchi di Montevecchio, un nome che tornerà anche nella vicenda della Torricella. Anche l’ex Aeroporto Orvieto-Castel Viscardo aggiunge un tassello significativo: le sue aviorimesse furono progettate da Pier Luigi Nervi e realizzate in cemento armato, dettaglio che rende ancora più forte il senso della recente rigenerazione immaginata per quell’area. Accanto a queste tracce maggiori, resta una cultura popolare altrettanto rivelatrice, come quella del complesso bandistico “G. Verdi”, fondato nel 1886 da musicanti che lavoravano in campagna e, nei mesi caldi, anche nelle fornaci. In un paese come Castel Viscardo, perfino la musica sembra avere avuto a che fare con l’argilla.

 

Questa continuità trova riscontro in alcune azioni recenti della giunta, utili a leggere il lavoro amministrativo oltre la formula generica della valorizzazione. Il piano di rigenerazione dell’ex Aeroporto Orvieto-Castel Viscardo, approvato nel 2025, interviene proprio su questa eredità storica e paesaggistica dell’Altopiano dell’Alfina, immaginando percorsi ciclopedonali, spazi espositivi, un Museo della Civiltà Contadina, una sala dedicata alla memoria dell’aeroporto, parcheggi di interscambio e servizi pensati per una fruizione più lenta del territorio. L’Anello delle Caldane, finanziato nell’ambito della Strategia Aree Interne Sud-Ovest Orvietano, procede nella stessa direzione: ripristino del sentiero, cartellonistica, riqualificazione della sorgente delle Ficonacce, area di sosta presso la necropoli. Sono interventi diversi, ma appartengono a una stessa grammatica: rendere accessibile ciò che esiste già, senza strapparlo alla sua misura.

 

Anche la vita quotidiana entra in questa traiettoria. Il nuovo asilo nido comunale sostenuto da fondi PNRR, il buono “Scuola Rinasce” pensato per rafforzare le iscrizioni alla scuola media locale, gli interventi su viabilità e parcheggi tra capoluogo, Monterubiaglio e Viceno, il programma per censire e recuperare beni abbandonati e beni comuni raccontano una cura meno appariscente, ma decisiva. Una biblioteca che riceve nuovi fondi per i libri, amplia attività per ragazzi e adulti e diventa anche Punto Digitale Facile vale quanto un sentiero riaperto, perché mantiene abitabile il paese mentre lo rende visitabile.

 

La materia che più di ogni altra restituisce questa continuità è il cotto. Prima di diventare immagine identitaria, il laterizio è stato lavoro fisico, economia familiare, conoscenza della terra, pazienza del fuoco. A Castel Viscardo i documenti fanno risalire la tradizione dei fornaciai almeno al Medioevo, e ancora oggi lo stampaggio dei mattoni conserva il gesto manuale che ha attraversato i secoli. L’argilla viene cavata, impastata, modellata, asciugata, cotta, selezionata. La sequenza è tecnica, ma anche morale: alcune forme di qualità hanno bisogno di lentezza e di ripetizione, due parole che la contemporaneità pronuncia volentieri solo quando diventano eleganti.

 

Il MUSEC, Museo Etnografico del Cotto di Castel Viscardo, nasce dentro questa restituzione. Allestito in una sede recuperata da un antico fontanile e costituito dal Comune con il sostegno del Gal Trasimeno-Orvietano e della Regione Umbria, appartiene al circuito dell’Ecomuseo del Paesaggio Orvietano e si lega al Sentiero della Creta, che connette borghi accomunati dalla manifattura laterizia. La sua funzione più interessante è ricomporre un mondo di gesti: immagini, documenti, attrezzi del fornaciaro, testimonianze della produzione, ricostruzioni della fornace, laboratorio didattico, reperti. Il finanziamento ottenuto attraverso il bando “Museo Smart”, destinato a catalogo, conservazione, audioguide, documentazione e racconto delle fornaci contemporanee, conferma questa direzione. Nel museo la terracotta torna a essere linguaggio di comunità, traccia domestica, oggetto d’uso, immagine votiva, memoria di mani.

 

Il passaggio dalla fornace all’archeologia allarga ulteriormente il racconto. La mostra “Il Volto del Passato” porta nel MUSEC reperti provenienti dalla necropoli etrusca delle Caldane e dal sito di Coriglia. Le Caldane restituiscono corredi funerari del VI secolo a.C.; Coriglia, nell’area di Monterubiaglio, racconta una frequentazione legata anche alle sorgenti termali e a una stratificazione dall’età etrusca al Medioevo. In questi passaggi il territorio diventa meno ordinato, più vero: una tomba, una sorgente, un frammento ceramico, un tratto di strada, una fornace, una casa colonica. A Castel Viscardo il passato non resta chiuso nei musei o nei siti archeologici, ma continua a emergere nei luoghi e nelle attività che fanno parte della vita del territorio. Anche la valorizzazione digitale del borgo si inserisce qui, quando accompagna il visitatore a comprendere perché un pozzo seicentesco, un anello pedonale, una chiesa, una pineta, una necropoli o una fornace appartengano allo stesso discorso.

 

Dentro questa rete di storia, materia e governo del territorio, La Torricella ha un posto particolare. Si trova in una delle aree più antiche del territorio, là dove la memoria di Selci, i nomi di Santa Maria e San Bartolomeo, la cisterna romana, le ipotesi legate a un antico tracciato viario, le fornaci e i poderi compongono una mappa più profonda della superficie. Sorta sui resti di un’antica torre di guardia medievale e cresciuta nei secoli come organismo rurale, La Torricella ha conosciuto passaggi familiari importanti: dai duchi di Montevecchio ai Visconti di Modrone, quindi ai Fabiani Colonna di Cesarò, fino all’attuale proprietà del notaio Marco Anellino di Roma.

 

La sua storia recente è legata in modo profondo a Verde Visconti, che ne fece un rifugio umbro e una casa capace di parlare a un immaginario internazionale. La torre, gli archi, i cortili, i giardini, gli ambienti stratificati da oggetti, libri, tessuti, memorie e viaggi non costruivano un effetto scenografico, ma una forma di appartenenza. Verde lasciò che le stanze conservassero una certa irregolarità, quella libertà severa che appartiene alle case vissute davvero.

 

La figura del notaio Marco Anellino entra in questo racconto con un peso che va oltre l’acquisto di una proprietà storica. Negli ultimi anni il professionista romano ha seguito alcune tra le operazioni immobiliari più significative realizzate in Italia, spesso legate a beni di particolare interesse storico e artistico e quindi sottoposti alle tutele previste dal Codice dei beni culturali e del paesaggio. È dentro questo percorso, più che dentro una scoperta occasionale, che matura il suo rapporto con l’Orvietano. Prima della Torricella, infatti, il notaio Anellino aveva incontrato il territorio attraverso l’operazione relativa alla storica Badia di Orvieto, acquisita da Pellicano Hotels Italy, gruppo guidato da Marie-Louise Sciò e sostenuto dal fondo internazionale Aermont Capital. Un passaggio importante per l’area, anche per la portata dell’investimento, superiore ai 43 milioni di euro tra acquisizione e restauri, e per la prospettiva di restituire all’antica abbazia un ruolo di rilievo nell’hôtellerie internazionale.

 

Quella vicenda permette di leggere meglio anche la Torricella. Per Marco Anellino l’Orvietano non arriva soltanto come paesaggio da abitare, ma come territorio osservato attraverso contratti, vincoli, destinazioni d’uso, restauri, interlocuzioni finanziarie e responsabilità di tutela. In operazioni di questo tipo il valore di un immobile non si esaurisce nella firma: si misura nella capacità di comprenderne provenienza, consistenza giuridica, memoria architettonica e possibilità future. La competenza notarile, quando incontra beni storici di tale natura, richiede anche la capacità di capire quando intervenire e quando, invece, lasciare che siano lo studio e la conoscenza del luogo a venire prima di ogni decisione. La casa comprata è anche una casa ricevuta. Nel caso della Torricella, Marco Anellino sembra aver riconosciuto proprio il carattere stratificato del luogo: non un bene da normalizzare, ma un organismo da comprendere prima di intervenire.

 

La presenza del notaio Anellino nel racconto di Castel Viscardo acquista interesse soprattutto perché mette in relazione una dimensione privata con una storia collettiva. La Torricella non è soltanto una residenza storica: è uno dei luoghi attraverso cui il territorio continua a essere letto, conservato e reinterpretato. Da una parte c’è un paese vivo e abitato, con famiglie, attività, frazioni, scuole, servizi, museo, percorsi, fornaci e laboratori; dall’altra una proprietà storica che, pur restando privata, appartiene all’immaginario locale e ne porta il nome oltre i confini. Questi due piani possono parlarsi. La valorizzazione di un Comune passa anche dalla qualità delle presenze che lo attraversano, dalle case salvate da restauri frettolosi, dallo sguardo di chi sa cogliere il valore storico e culturale di un luogo e sceglie di investirvi attenzione, competenze e risorse. In questo senso, la presenza di figure come Marco Anellino rappresenta una forma di contributo alla lettura del patrimonio locale.

 

Il paese, intanto, continua a tenere insieme la propria doppia natura: borgo amministrato e territorio disseminato, luogo di produzione e luogo di memoria, comunità quotidiana e paesaggio capace di attirare sensibilità esterne. Come si impedisce che la tradizione del cotto diventi folklore? Come si trasforma il museo in un centro vivo, capace di dialogare con scuole, associazioni, artigiani, studiosi, visitatori? Le risposte stanno in una serie di atti piccoli e coerenti: nella capacità di prendersi cura dei luoghi senza musealizzarli, di rendere comprensibili le tracce del passato, di coinvolgere le nuove generazioni e di mantenere un legame concreto con chi continua a lavorare la materia e ad abitare il territorio. Anche il patrimonio storico più prestigioso conserva valore solo quando resta parte di una storia viva e non viene ridotto a semplice immagine da contemplare.

 

Castel Viscardo ha dalla sua una materia che resiste alle semplificazioni. Il cotto, l’archeologia, i castelli, la Torricella, il lavoro amministrativo di Longaroni e Tiracorrendo, il MUSEC, le frazioni, i sentieri e le campagne dell’Alfina compongono un racconto che chiede precisione più che enfasi. La bellezza, qui, rischia quasi di distrarre dalla cosa più importante: la capacità di un territorio di continuare a produrre senso attraverso ciò che conserva, usa, trasforma e affida. Castel Viscardo diventa più interessante proprio qui: quando smette di apparire come luogo da visitare e comincia a mostrarsi come luogo da decifrare, una soglia dopo l’altra, con l’argilla ancora da qualche parte, in attesa che qualcuno la tocchi.

 

Foto S.P.

 

 

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