Prima di diventare alberghi, certi edifici attraversano una stagione meno visibile: perdono una funzione, restano per un tempo affidati ai ponteggi, cambiano destinazione senza recidere il rapporto con la strada che li ha custoditi. A Cremona, questa metamorfosi ha preso forme diverse e riconoscibili: la filiale di banca demolita da cui è nato il DelleArti, il Continental riportato a nuova vita all’ingresso della città, l’Impero custodito nella prossimità più diretta con Piazza del Duomo, l’Astoria di via Solferino che oggi cerca un modo più aperto di abitare il centro. Cremona Hotels è cresciuto dentro interventi molto diversi tra loro: muri recuperati, ingressi ridisegnati, spazi comuni da usare meglio, colazioni da ripensare, ospiti che arrivano con tempi e necessità diverse in una città ancora abbastanza raccolta da rendere visibile ogni scelta.
Il gruppo guidato da Silvio Lacchini riunisce quattro strutture nel centro cittadino, ognuna con un carattere riconoscibile e una funzione diversa nella mappa dell’accoglienza cremonese: Hotel Continental, Hotel Impero, DelleArti Design Hotel e Hotel Astoria. Non sono quattro indirizzi replicati con lo stesso marchio sopra la porta, anche perché Cremona non lo consentirebbe. Qui contano le distanze brevi, gli angoli, le abitudini di chi arriva per lavoro, di chi si ferma per un concerto, di chi cerca le botteghe dei liutai o il Museo del Violino, di chi entra in Duomo e poi torna in albergo con la sensazione che il centro abbia ancora qualcosa da mostrare. Cremona Hotels lavora su questa vicinanza: gli alberghi sono distribuiti tra Piazza della Libertà, Piazza della Pace, via Geremia Bonomelli e via Solferino, accanto ai luoghi che danno alla città il suo profilo più immediato, dalla Cattedrale al Torrazzo, dal Teatro Ponchielli al Museo Diocesano, dal Museo del Violino allo stadio Zini e ai poli universitari.
Lo sguardo di Lacchini sull’hôtellerie arriva da prima degli alberghi. Passa per una storia di commercio, di famiglia, di centro storico e di cambiamenti letti spesso con qualche anno di anticipo. Nella sua memoria tutto comincia da un nonno che portava il suo stesso nome, Silvio, e da una frase pronunciata davanti alla Casa di Bianco: «Silvio, da qua ce ne dobbiamo andare». Non era un cedimento, piuttosto la constatazione lucida che una stagione stava finendo. «Mio nonno era il padre di mio padre e si chiamava Silvio come me. È stato un precursore del commercio», racconta Lacchini. Veniva da una famiglia poverissima, dalla zona delle Colonne di San Lorenzo a Milano, «che oggi è una zona pregiata, ma all’inizio del Novecento era un quartiere molto povero». Nato nel 1903, fu assunto giovanissimo da Prada come commesso, in un momento in cui la guerra aveva ridotto la disponibilità di personale. «Dopo quattro anni di esperienza disse: “Io vado ad aprire il mio negozio”. Credo si sia spostato in bicicletta, poi ha aperto il primo negozio e dopo altri quattro o cinque anni ha portato la famiglia da Milano a Cremona».
La Casa di Bianco era molto più di un negozio. Era uno di quei grandi magazzini che entrano nella memoria concreta di una città: abbigliamento, lenzuola, tessuti, tappeti, articoli per la casa, una clientela che arrivava dalla provincia cremonese ma anche da Mantova e Brescia, sarti che cercavano stoffe quando i sarti erano ancora figure numerose e riconoscibili. «Il nome non dipendeva dal colore dell’edificio, ma dal tipo di merce: il bianco delle lenzuola, della biancheria, dei tessuti per la casa», precisa Lacchini. Nel racconto familiare, quel luogo diventa anche il punto in cui si misura la trasformazione del commercio italiano. L’arrivo dei centri commerciali, soprattutto dagli anni Novanta, cambiò il rapporto tra il centro urbano e l’acquisto quotidiano. Lacchini lo dice senza addolcire troppo: «È stata una trasformazione molto forte, imposta da nuove leggi del commercio e da un modello che, in qualche modo, veniva dagli Stati Uniti: il centro commerciale come luogo in cui concentrare tutti gli acquisti». Cremona, città con una demografia non espansiva e con molti giovani portati altrove per studio o lavoro, ne avvertì il peso in modo particolare.
Il passaggio successivo, oggi, è internet. Per Lacchini il digitale ha completato e ribaltato quella stessa trasformazione: prima i centri commerciali hanno impoverito i centri storici, poi gli acquisti online hanno cominciato a svuotare di senso anche molti centri commerciali. «Io credo che ce ne siano troppi e che diversi finiranno per fallire. Non si tornerà semplicemente ai negozi come prima, perché molti acquisti si faranno sempre più online. I negozi, piuttosto, diventeranno boutique, luoghi di dimostrazione, spazi in cui vedere e provare il prodotto». È una lettura che aiuta a comprendere perché, nel suo modo di pensare gli alberghi, l’accoglienza non sia mai separata dalla vita del centro. Se le vie storiche perdono commercio, possono riempirsi di bar, ristoranti, enoteche, luoghi di aggregazione; il punto è capire se questo passaggio produce solo consumo veloce o un modo più vivo di restare in centro. «Potrebbe anche essere una possibilità, se questi luoghi fossero curati e se la città sapesse dare loro una personalità».
Accanto al nonno, nella storia imprenditoriale della famiglia, c’è la figura del padre Luigi Lacchini, fondatore della Simel, comproprietario della Casa di Bianco, uomo legato alla musica e alla vita culturale cremonese, oltre che alla nascita e al recupero di alcune strutture alberghiere cittadine. Silvio Lacchini lo ricorda anche per questo, per la fiducia che rese possibile l’ingresso nell’ospitalità: «Da giovane, come capita a molti, ho avuto anche momenti di disorientamento. A un certo punto ho pensato: abbiamo qualche disponibilità economica, abbiamo credibilità bancaria, e a Cremona manca una vera ospitalità». La città aveva un albergo storico, il Continental, «condotto in maniera eroica dal signor Ghilardi», e aveva l’Impero, in una posizione straordinaria ma bisognoso di essere riportato a una piena leggibilità alberghiera. Poi arrivò il primo progetto nuovo: il DelleArti.
«Il primo è stato il DelleArti. Abbiamo iniziato a lavorarci nel 2000 e l’albergo è stato completato nel 2002, dopo un intervento importante di demolizione su un immobile in cemento armato. Non era una casa, come a volte si potrebbe immaginare: era una filiale di banca». La precisazione conta, perché spiega subito il tipo di operazione: non si trattò di adattare un contenitore già pronto, ma di affrontare una ricostruzione complessa, con una decisione architettonica netta. «È stata una demolizione complicata, dalla quale abbiamo ricavato anche un piano interrato con funzione di giardino interno. Questo ha consentito alle camere del primo piano di avere più luminosità. È nato così il DelleArti, che per Cremona è stato un progetto molto particolare». Su quella scelta intervenne anche la fiducia di Luigi Lacchini verso il figlio e verso un giovane architetto, Giorgio Palù. «Mio padre ha dato fiducia a me e a un giovane architetto, Giorgio Palù. Io lo conoscevo e lui ha realizzato il progetto iniziale del DelleArti. Quell’albergo è stato premiato nel 2002 come miglior nuovo design hotel in Europa».
DelleArti Design Hotel resta ancora oggi la struttura più dichiaratamente architettonica del gruppo. Si trova in via Geremia Bonomelli, alle spalle del Duomo, e porta già nel nome una scelta precisa: legare l’ospitalità all’arte, agli spazi espositivi, al design, all’idea che un albergo possa essere anche un luogo in cui fermarsi, guardare, sostare. Le camere, tra doppie Superior, Junior Suite e una tripla, sono pensate con un impianto contemporaneo e con dotazioni adatte sia al soggiorno business sia a quello culturale; la galleria interna ospita la colazione e, nella bella stagione, il dehor permette di portarla anche verso il giardino. C’è qualcosa di leggermente inatteso in questo albergo, perché sotto la compostezza del design si avverte ancora il lavoro tecnico che lo ha reso possibile: il giardino interno al piano interrato, la luce cercata per le camere, la privacy del patio su cui affaccia la zona fitness. Basta immaginare una colazione consumata nella galleria, con il centro storico pochi metri sopra e fuori, per capire perché Lacchini consideri quella struttura il primo vero gesto del gruppo.
Al DelleArti ospitalità, lavoro e piccoli riti di sosta convivono con naturalezza. La zona wellness e palestra, con attrezzature Technogym e cabina a infrarossi, risponde a una clientela che chiede continuità nelle abitudini anche quando viaggia. Le sale meeting, collocate nell’area espositiva della galleria d’arte contemporanea, possono accogliere riunioni e incontri fino a sessanta persone, con una sala adiacente per gruppi più piccoli e un mezzanino sopra la hall pensato come punto di lettura o business centre. A pochi passi, la Foresteria “Il Voltone”, ricavata nel prestigioso Palazzo Vescovile, amplia la capacità ricettiva con l’appartamento La Cattedrale e le camere Battistero e Torrazzo; prenotazioni e check-in passano dalla reception del DelleArti, che diventa così il punto di riferimento di una piccola costellazione di spazi nel cuore monumentale della città.
Dopo il DelleArti, l’Hotel Continental porta il gruppo su una soglia diversa, più urbana. Si trova in Piazza della Libertà, all’ingresso della città, in una posizione che intercetta chi arriva in auto, chi lavora con la fiera, lo stadio Zini, il PalaRadi, la stazione, ma anche chi vuole raggiungere il centro storico a piedi. Riaperto dopo una completa ristrutturazione nel 2012, è un quattro stelle moderno con sessantatré camere, alcune affacciate sulla piazza, altre con vista sul Torrazzo. Le camere sono luminose, dotate di scrivania, connessione ad alta velocità, TV Full HD con canali internazionali e Sky, frigobar, cassaforte, aria condizionata; le tipologie Superior, triple e quadruple dispongono anche di macchina per il caffè, un dettaglio semplice, ma molto vicino al modo in cui si viaggia oggi, tra autonomia, orari mobili e piccole necessità private.
Il Continental ha una vocazione anche congressuale. All’ultimo piano, le sale Stradivari e Boardroom hanno luce naturale, vista panoramica e tecnologie per meeting, formazione ed eventi: la prima arriva a una capienza fino a cento persone, la seconda è pensata per riunioni più raccolte. Nello stesso edificio la palestra panoramica al quarto piano e la presenza della Pizzeria D’Autore al livello della reception completano un impianto pensato per lavoro, permanenza breve, ristorazione informale e attenzione energetica. L’hotel ha infatti investito su impianto fotovoltaico, cappotto coibentante e pompa di calore, mentre per la sosta si appoggia al vicino parcheggio pubblico della Croce Rossa e dispone di una colonnina di ricarica per auto elettriche. In una città in cui il tema della mobilità e dei parcheggi torna spesso nel discorso pubblico, questi elementi contano, perché il rapporto tra albergo e città passa anche da qui, da ciò che facilita l’arrivo e rende meno faticosa la permanenza.
Proprio al Continental Lacchini guarda oggi anche come a un possibile luogo di nuove esperienze gastronomiche. «Una volta c’era il ristorante, adesso non c’è più, ma abbiamo questa location all’ultimo piano, questo attico con vista sul Torrazzo. Stiamo investendo per sistemarlo e valorizzarlo. Vorrei portare lì esperienze di catering o comunque momenti legati al cibo, per far provare alla clientela qualcosa di più rispetto al semplice pernottamento». La frase resta volutamente aperta, più ragionamento che annuncio: un attico, un affaccio, il Torrazzo quasi inevitabile nello sguardo, e l’idea che l’albergo possa diventare anche un punto d’incontro con ristoratori e produttori. Anche qui ritorna una parola cara a Lacchini, esperienza, ma nel suo discorso passa subito dal lessico turistico al lavoro quotidiano: il cibo, le colazioni, i produttori, le persone che devono preparare qualcosa di vero e sostenibile dentro l’organizzazione di un albergo.
L’Hotel Impero appartiene invece alla prossimità monumentale più immediata. Situato in Piazza della Pace, a pochi passi dal Duomo, dal Torrazzo e dal Museo del Violino, conserva un’atmosfera più storica, con cinquanta camere distribuite tra ambienti classici e una categoria Club che rilegge gli anni Trenta con velluti e superfici scure. Le camere dei primi piani richiamano lo stile dell’epoca e molte guardano verso la Cattedrale, la piazzetta pedonale e il Palazzo Comunale; il quarto piano, con le camere Club e la Suite, ha un’impronta più moderna e raccolta. La sua posizione non ha bisogno di essere spiegata troppo: si esce, si fanno pochi passi e ci si trova nel pieno della Cremona medievale, dove la pietra e il mattone continuano a lavorare anche quando non li si sta osservando.
Per chi arriva in auto, la posizione centrale porta con sé inevitabili vincoli: l’hotel si trova in zona a traffico limitato, consente il carico e lo scarico bagagli davanti alla struttura con indicazione della targa in reception e si appoggia poi al parcheggio sotterraneo convenzionato di Piazza Marconi, a breve distanza. La colazione viene servita in una sala luminosa al piano terra, con un buffet che tiene insieme dolce, salato, prodotti da forno, yogurt, succhi, cereali, salumi e formaggi. Gli ospiti dell’Impero possono inoltre usufruire della palestra e della zona benessere del DelleArti, che si trova a poche centinaia di metri. È un dettaglio organizzativo utile per capire il gruppo: ogni albergo mantiene una sua identità, mentre alcune funzioni si completano a vicenda, sfruttando le distanze ridotte del centro senza costringere ogni struttura a contenere tutto.
L’Hotel Astoria è il tassello più recente e, in questo momento, quello più legato al cantiere. La struttura, tre stelle, si trova in via Solferino e conserva il rapporto con vicolo Bordigallo, uno di quegli angoli cremonesi che possono apparire deliziosi o complicati a seconda dell’ora, del passaggio, dei tavolini, delle valigie. «L’ultimo è l’Astoria, che stiamo ristrutturando. È un piccolo gioiellino nel cuore del centro storico di Cremona, tra vicolo Bordigallo e via Solferino», racconta Lacchini. La storia dell’albergo sfiora anche la memoria letteraria della città: viene collegata al passaggio di Hermann Hesse, che nel 1913 arrivò a Cremona durante il suo viaggio in Italia e lasciò pagine dedicate agli scorci del centro e della piazza del Duomo. La suggestione è forte, ma Lacchini la lascia sullo sfondo, come una memoria in più, senza farne un alibi nostalgico. «È un albergo che porta con sé una memoria letteraria, ma oggi va anche ripensato rispetto alle esigenze di chi viaggia in questo momento».
L’Astoria, acquisito da CremonaHotels nel 2017, è entrato nel gruppo per ampliare l’offerta anche verso il mercato tre stelle, rivolgendosi a ospiti più giovani o a chi viaggia con maggiore essenzialità. Negli anni, però, quella funzione è diventata più articolata. La clientela è cambiata, Cremona ha rafforzato la propria vocazione universitaria, il lavoro da remoto ha modificato il modo di usare gli spazi comuni. Da qui la scelta di intervenire sull’ingresso, sulla zona living, sulle colazioni e sugli ambienti destinati a chi ha bisogno di fermarsi con un computer, una bevanda, un tavolo, una connessione, senza trasformare ogni minuto del viaggio in consumo. «Vicolo Bordigallo è un vicolo delizioso, piccolo, caratteristico. Però davanti all’albergo ci sono locali e bar che attirano molte persone e questo, per chi arriva con le valigie o deve entrare in hotel, diventa un problema di passaggio. Per questo ho acquistato un bar adiacente e abbiamo trasformato quell’area».
Il nuovo Astoria guarda quindi verso via Solferino, con un ingresso più leggibile e una zona che al mattino servirà per le colazioni e durante la giornata diventerà living, spazio di lavoro e di sosta. «Abbiamo inserito libri, giochi di società, bevande calde e fredde a disposizione della clientela durante tutto il giorno. L’idea è che l’ospite possa vivere l’albergo in modo più libero, fermarsi, lavorare, stare un po’ lì senza sentirsi costretto a consumare o a rientrare subito in camera». Anche la presenza del Bufét Burger al piano terra, con hamburger, birre e una proposta più informale, va in questa direzione: non il ristorante d’albergo tradizionale, ma un servizio adatto a chi soggiorna pochi giorni, a studenti, lavoratori digitali, clienti business, giovani viaggiatori. L’Astoria conta ventisei camere arredate in stile classico con un piccolo tocco di design; alcune guardano sulle vie caratteristiche del centro, tutte dispongono di bagno privato, climatizzazione, riscaldamento, TV e connessione wi-fi. La tecnologia entra soprattutto nella gestione dell’arrivo, con check-in online, chiave digitale sullo smartphone e possibilità di check-out da dispositivo.
Dietro il lavoro sull’Astoria c’è anche la nuova generazione della famiglia. «Diciamo che ho una mia visione. Poi in azienda lavorano anche due miei figli, che hanno percorsi di studio e sensibilità completamente diverse», spiega Lacchini. Giacomo, con una traiettoria più artistica, segue soprattutto i progetti legati agli arredi e agli immobili; l’altro figlio, Luigi, si occupa della parte commerciale, burocratica, amministrativa e gestionale. Il passaggio generazionale, qui, resta molto pratico. Si riconosce nelle scelte sugli arredi, nel modo in cui vengono ripensati gli spazi comuni, nelle soluzioni cercate per rendere più semplice l’arrivo degli ospiti e più naturale la permanenza in albergo. All’Astoria questo lavoro si vede soprattutto nel rapporto con la strada: il recupero delle camere procede insieme alla nuova lettura dell’ingresso, del living e di quell’area affacciata su via Solferino che deve diventare parte viva dell’accoglienza, non solo un punto di passaggio.
Con Lacchini, prima o poi, si torna sempre alla città. Parlare dei suoi hotel significa inevitabilmente parlare di Cremona, dei parcheggi, del decoro, della convivenza tra residenti, bar, ristoranti, alberghi, clienti di passaggio e ospiti che al mattino pagano l’imposta di soggiorno dopo una notte magari disturbata. «A volte intervengo in maniera anche molto insistente, e forse per questo non risulto simpatico a tutti», ammette. Poi aggiunge di avere personalmente un buon rapporto con il sindaco, che considera «una persona che ascolta», e riconosce la complessità della macchina amministrativa. La sua posizione, però, resta chiara: una città piccola, se vuole accogliere, deve curare anche le condizioni materiali dell’accoglienza. Monumenti, musica, storia liutaria e buone intenzioni aiutano, ma servono accessi, spazi, regole, manutenzione, una rete tra pubblico e privato che non lasci ogni operatore a difendere il proprio pezzetto di marciapiede.
Nel discorso di Lacchini torna anche il riconoscimento verso chi ha investito sulla città. Il riferimento più netto è al cavalier Giovanni Arvedi, che Lacchini descrive come un imprenditore capace di richiamare «l’idea di impresa coraggiosa» e di sostenere Cremona con un legame concreto. Il Museo del Violino, vicino alle strutture del gruppo e centrale nell’identità culturale cittadina, diventa una delle gemme da mettere davvero in rete con il Teatro Ponchielli, le botteghe dei liutai, la musica, la formazione, il turismo lento e colto che Cremona può attirare senza snaturarsi. «Cremona dovrebbe riuscire a fare rete su questi elementi. Io, come albergatore, posso assistere, dare suggerimenti, riportare quello che mi chiedono i clienti quando arrivano qui e magari hanno bisogno di essere orientati».
Questa idea di autenticità, nel discorso di Lacchini, non resta una parola gentile. Lacchini guarda con preoccupazione alle città travolte da un turismo che consuma l’immagine più che conoscere il luogo. Cita Bologna, Firenze, Milano: città amate, ma trasformate in modo tale da risultare, almeno in parte, meno vivibili. «Se vai in una città sommersa dal turismo, spesso trovi un’offerta costruita per turisti poco preparati e perdi l’autenticità delle persone e dei luoghi», dice. «Milano, che era la città della borghesia, è diventata una città per ricchi, quasi una Dubai». Cremona, per lui, ha ancora una possibilità diversa: restare sé stessa, difendere la propria misura, lavorare su ospiti capaci di apprezzare il centro storico, la musica, il cibo, una permanenza quieta, senza inseguire una spettacolarizzazione che la renderebbe più fragile invece che più forte.
Da qui nasce anche il nuovo lavoro sul cibo. «Per quanto riguarda i miei alberghi, voglio lavorare sull’esperienzialità del soggiorno. L’esperienza a Cremona io la vedo anche nel cibo. La ristorazione è difficilissima, lo so bene, ma vorrei cercare di fare rete con ristoratori e produttori per offrire qualcosa anche all’interno degli alberghi. Il cibo è un modo molto diretto per far capire un territorio, purché sia fatto con verità e non come una semplice formula turistica». Il primo passo riguarda il DelleArti e la collaborazione con Sara Bonvicini, giovane chef cremonese del San Gallo Bistrot, rientrata in città dopo esperienze significative e oggi impegnata con Nicola Masala in un locale che segue la stagionalità, la cucina del territorio e una sensibilità personale. «Abbiamo trovato bisogni comuni. È una chef delicata, attenta, intelligente, e l’ho apprezzata molto. Curerà le colazioni del DelleArti, che vogliamo portare a un livello più alto, con una proposta più curata».
Il progetto sulle colazioni pesa più di quanto sembri. Nella vita di un albergo, la colazione può diventare il momento più anonimo oppure quello in cui si misura davvero la cura della struttura. Lacchini immagina un piccolo menù alla carta accanto al buffet, una proposta più personale e costruita per chi desidera iniziare la giornata con qualcosa di diverso dalla pura standardizzazione. «Chi vorrà potrà scegliere una colazione più costruita, più personale, più di qualità. Lei ha un ristorante qui vicino, il San Gallo Bistrot, e lavora molto sulla stagionalità: adesso, ad esempio, sugli asparagi. È una cuoca deliziosa, con menù stagionali e una mano molto interessante». Il dato operativo è semplice: le prime linee guida sono già state viste e l’avvio è previsto in tempi brevi. Dietro, però, si intravede un lavoro più ampio: riportare il gusto dentro l’accoglienza senza trasformarlo in decorazione.
Cremona Hotels, visto nel suo insieme, è un gruppo alberghiero cresciuto più per stratificazione che per espansione lineare. Il DelleArti nasce da una demolizione difficile e da una scelta di architettura contemporanea; il Continental recupera una soglia cittadina e la rende funzionale a business, meeting, sosta urbana e ristorazione informale; l’Impero custodisce il rapporto più immediato con la piazza, il Duomo e la memoria storica; l’Astoria, ultimo arrivato, diventa il laboratorio più evidente del cambiamento in corso, quello che guarda ai giovani, agli studenti, ai nomadi digitali, alla necessità di spazi comuni meno rigidi e più abitabili. In mezzo c’è Silvio Lacchini, con una voce in cui convivono orgoglio e insofferenza, memoria familiare e attenzione pratica, amore per Cremona e impazienza verso ciò che potrebbe funzionare meglio. Una città piccola perdona poco a chi la tratta come una miniatura; chiede invece di essere capita nelle sue pieghe, anche quando quelle pieghe non sono comode.
Alla domanda su un eventuale quinto hotel, Lacchini non chiude la porta, ma rimette le cose nel loro ordine: «Prima devo finire di migliorare l’Astoria. Quello è il progetto su cui voglio concentrarmi adesso. Poi vedremo. In questo momento l’obiettivo è rendere più forti e più coerenti le strutture che abbiamo, lavorando sull’accoglienza, sugli spazi comuni, sul rapporto con la città e su quelle esperienze che possono far capire Cremona senza trasformarla in qualcosa che non è». È forse la frase più utile per leggere tutto il percorso. L’albergo, qui, non è un oggetto autosufficiente, ma un pezzo di città che ogni giorno deve aprire una porta, regolare un ingresso, preparare una colazione, rispondere a un ospite, suggerire una visita, sopportare un rumore, custodire un affaccio. Il resto, se arriverà, dovrà passare da lì: da Cremona com’è, e da quella parte di Cremona che ancora può decidere come accogliere chi viene a cercarla.
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