Brexit. Il piano di Theresa May non convince molto, e trova più oppositori che favorevoli, sia in casa che a Bruxelles

Che il risultato del referendum sulla Brexit prevedesse un percorso successivo, difficoltoso e irto di problematiche, era abbastanza già chiaro a tutti; che a traghettare il Regno Unito fuori la Ue ci avesse pensato una pavida ed intimorita Theresa May, forse, è il guaio peggiore per gli inglesi e non solo.

La deadline è chiara a tutti: 29 marzo 2019, data in cui UK è fuori dall’Ue. Con le buone o con le cattive, è fuori comunque. Con le buone, attraverso un accordo tra Gran Bretagna e Unione Europea, che stabilisca nuove regole di vicinato; con le cattive significa uscita in blocco, senza accordi, con tutte le conseguenze catastrofiche in termini economici, e non solo.

E se la data appare ancora lontana, purtroppo per la May, non è così. I negoziati devono concludersi entro ottobre di quest’anno, affinché ogni Parlamento nazionale europeo possa poi, ratificarlo in tempo.

L’obiettivo finale è abbastanza evidente ad entrambe le parti: una Brexit non dolorosa, non traumatica, per non alterare troppo certi equilibri e destabilizzare i mercati.

E lo ricorda lo stesso negoziatore Ue per la Brexit Michel Barnier: “l’obiettivo è sempre stato un accordo con, e non contro” Londra.

Ma la May sembra non comprendere la gravità del problema, e pone condizioni dure da accettare per i negoziatori sponda UE.

Quattro sono le libertà sancite dai Trattati di Roma: libera circolazione delle merci, di servizi, di capitali e di persone. Queste quattro libertà sono state cancellate dal voto favorevole alla Brexit degli inglesi, per cui la May dovrebbe prenderne atto e agire di conseguenza.

E, invece, lei propone al Parlamento inglese un White Paper, un Libro Bianco, un documento di 98 pagine, che delinea una Brexit stile spezzatino, ciò che mi serve me lo tengo, ciò che non mi serve te lo lascio.

Come se UK si sedesse al ristorante UE e ordinasse a la cárte, in base ai propri gusti e richieste.

Una proposta, questa, che difficilmente troverà riscontri positivi in Europa, e che sta mandando in pezzi il suo stesso governo, con le dimissioni date dall’euroscettico ministro per la Brexit, Davis, e dal ministro degli Esteri, Johnson, già volto del fronte ‘Leave’ durante la campagna referendaria, più una serie di sottosegretari.

Sia Davis sia Johnson, considerati falchi della Brexit, giudicano negativamente il piano studiato da Theresa May; vorrebbero un piano più deciso, un piano più forte, un vero piano Brexit e non ciò che ha partorito la Premier britannica.

Il White Paper in discussione in Parlamento, e difeso a spada tratta dalla stessa May, prevede invece, un libero scambio commerciale tra UK e UE, soprattutto su prodotti agricoli e industriali, come se, in pratica, non ci fossero le dogane; un allineamento questo, che porrebbe molteplici interrogativi, primo tra tutti: ma se Londra è fuori da Bruxelles, le dogane allora ci devono essere, non può essere altrimenti.

La risposta della May è, più o meno, questa: funzionari doganali britannici farebbero da esattori, raccogliendo i dazi per poi passarli alla Ue, discernendo tra prodotti made in UK, non soggetti a dazi doganali, e prodotti made in Ue soggetti, invece, a dazi.

Il prezzo delle merci? Viene stabilito all’interno del libero mercato europeo, ma se Londra lo riterrà iniquo e dannoso per la propria economia, potrà modificarlo.

Inoltre, sempre nel documento partorito c’è scritto, nero su bianco, che la Gran Bretagna vuole continuare ad essere membro delle agenzie europee che stabiliscono le regole nel settore aerospaziale e su farmaci e prodotti chimici.

Ovviamente, con la libertà di stabilire le proprie tariffe e di negoziare eventuali accordi commerciali con Paesi terzi, se ciò che viene stabilito nella Ue potrebbe danneggiare Londra.

E sulle altre libertà? No, no, no. No alla libertà sui servizi, sui capitali e sulla libera circolazione delle persone.

Calcolando che i servizi, soprattutto finanziari, rappresentano l’80% dell’economia britannica, questo è un duro colpo per le aziende della City.

Infatti, la stessa May ammette che “ci saranno più barriere all’accesso ai mercati Ue di quante ce ne sono ora”, e comunque, tutto ciò pone fine al ‘passporting’, per cui le banche britanniche che vogliono operare in un altro Paese Ue, dovranno aprire una propria sede per operare su quei mercati.

E stop anche alla libera circolazione delle persone riprendendosi, così, il controllo delle frontiere. Accessi quindi, più difficili e selettivi, e soltanto per studenti e lavoratori meritevoli e qualificati, ci sarà un ingresso senza visto.

In pratica, se gli Inglesi hanno votato l’uscita del Regno Unito dalla Ue, la May, a dispetto di tutti, propone una exit-strategy che vede Londra con un piede dentro e un piede fuori da Bruxelles: laddove mi può essere utile, resto, laddove mi danneggia esco.

Una soluzione che piace poco agli inglesi stessi, agli operatori di mercato, e a una parte del suo stesso schieramento, che però non ha la maggioranza per sfiduciarla.

Una prospettiva che comunque apre scenari inquietanti se lo stesso ministro del Commercio Estero, Liam Fox, ha ammesso, in Parlamento, che questi “sono meccanismi che non sono mai stati messi in pratica e non è certo che le regole sarebbero accettate dall’Organizzazione mondiale sul commercio”.

E se il deputato conservatore Jacob Rees-Mogg, critica la proposta della May, perché il White Paper renderebbe la Gran Bretagna uno ‘stato vassallo’, proponendo ‘una Brexit di nome ma non di fatto’, dall’altra parte della barricata, a Bruxelles, non tira comunque, una buona aria per la Premier.

La proposta vista così, non piace, certe deroghe non sono per nulla ammissibili, le dogane o ci sono, o non ci sono, e, parole di Michel Barnier sul mercato interno, che “non deve né dovrà mai essere visto come un grande supermercato“, sono già abbastanza inequivocabili.

Oramai sta scadendo, per la May, il tempo per decidere su come agire, ed il rischio alla fine, è che ad uscire sia proprio lei…ma dal suo governo!

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