CAOS POLITICO IN SICILIA PER LE PROSSIME ELEZIONI REGIONALI. MA IL PD CI FA O C’È?

” Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, era scritto nel Gattopardo; ma possiamo affermare che nelle elezioni siciliane di novembre prossimo, il detto si è evoluto in nulla deve cambiare, tanto all’elettore sta bene tutto così.

Basterà solamente fare qualche polemica, qualche distinguo, poi stringersi la mano, felici e contenti di aver raggiunto un accordo, e tutto è esattamente come prima.

Le elezioni siciliane sono un bel banco di prova, perché le ultime prima delle possibili elezioni politiche venture; un modo per testare l’appeal che i partiti hanno ancora su ciò che resta del loro elettorato, un test per sperimentare alleanze, già vecchie oppure di nuovo conio.

Ecco, già credere che le elezioni regionali siciliane siano un test è non dare alcuna importanza agli elettori che dovranno poi, convivere con quegli esperimenti, per cinque anni.

Poi se continuiamo a parlare di Sicilia come laboratorio politico, stiamo mancando di rispetto a chi dovrebbe recarsi alle urne; già Crocetta è stato frutto di un esperimento politico ed il risultato non è stato granché.

Ma veniamo ai fatti, e soprattutto prepariamoci a guardare una realtà fatta di ipocrisie, di sberleffi, in un teatro dell’assurdo, che genera caos, e rende ancor più evidente quanto la politica sia lontana dalla vita quotidiana dei cittadini.

Il Movimento 5 Stelle, già in estate, attraverso le primarie, aveva scelto il suo candidato: è il ragioniere Giancarlo Cancelleri, che già alla tornata precedente finì terzo, dietro appunto a Crocetta e Musumeci. Ci riprova, e ha parecchi pronostici positivi a sostenerlo, dopo la disgraziata esperienza di Crocetta.

A sfidarlo? Il centrodestra si stava spaccando su due nomi: Nello Musumeci e l’avvocato Gaetano Armao. Il primo, una vita in politica, sotto le insegne della destra rautiana e poi in AN, finché non c’è la rottura con Fini. È stato presidente della provincia di Catania, sottosegretario al Ministero del Lavoro, europarlamentare, e con questa sono tre le volte che tenta di conquistare la sua Regione. L’altro invece, è una folgorazione estiva del Cavaliere, convinto che la politica debba guardare alla società civile, usando volti nuovi.

Per non ripetere l’errore di Roma, presentandosi spaccati in due, gli sherpa hanno convinto i due probabili candidati ad unirsi in un ticket: Musumeci presidente, l’avvocato Armao, suo vice.

Così è felice la Meloni che ha sposato la candidatura di Nello Musumeci, è contento Salvini, che in Sicilia conta poco o nulla, ma la sua voce nel centrodestra pesa, e tanto, ed è contento pure il Cavaliere che spegne sul nascere i maldipancia di Forza Italia siciliana, senza rinunciare totalmente al suo candidato.

L’assurdo, se è stato evitato nel fronte destro, lo vediamo pienamente su quello sinistro.

C’è il buon Angelino Alfano, che dopo aver mutato il nome del suo partito da Nuovo Centrodestra in Alternativa Popolare, pur contando a livello nazionale quanto un prefisso telefonico, ha grossa importanza negli equilibri dell’attuale governo, e in Sicilia ha comunque un peso elettorale rilevante.

Si è messo al centro dell’agone, guardando a destra quanto a sinistra, per accettare solo l’offerta migliore. Non un programma politico, non inseguendo un’idea politica, ma chi gli offrisse maggiori garanzie. Alcuni di Forza Italia avevano tentato un ravvicinamento tra il figliol poco

prodigo ed il deluso papà Berlusconi, ma i maldipancia erano talmente tanti che è stato abbandonato al suo destino.

E, come uno sparviero, ci si è fiondato Renzi, il leader del PD, che lo ha imbarcato nella sua coalizione-ammucchiata, in cambio di seggi parlamentari garantiti nelle future elezioni politiche.

Il massimo, per chi si professava di destra, era il delfino del Cavaliere, aveva un partito di destra, che da stampella di governo del PD, è divenuto organico a Renzi. D’altra parte i simili si ritrovano!

Quindi, PD più Alfano che appoggiano il Professore Fabrizio Micari, Rettore dell’Università degli Studi di Palermo. Resta il nodo Crocetta, presidente uscente, ex uomo PCI, al governo regionale con il sostegno precario del PD, e promotore del suo movimento politico, il megafono.

Ad abdicare non ci pensa proprio, anzi, vuole ricandidarsi ed è arrabbiato con il PD che non lo ha preso in considerazione, sposando il Rettore Micari. Sa che la colpa è tutta del sindaco palermitano Leoluca Orlando, che oltre ad amministrare per la quinta volta la sua Palermo, vuole gestire anche gli affari in Regione. È stato lui a sponsorizzare il Rettore e a far sì che la candidatura abbia trovato sostegno nel PD, nonostante lui stesso si rifiuti categoricamente di etichettarsi come uomo del Partito Democratico.

Crocetta chiede le primarie, ma forse è un tantino tardi per farle; allora, breve consulto con Renzi, a Roma e si trova la quadra: lui rinuncia a candidarsi, appoggia Micari con il suo movimento, e in cambio Renzi garantirà seggi sicuri in Parlamento, alle prossime elezioni politiche. Il che non fa una piega, la politica è fatta di idee e programmi, idee, ossia come mi riciclo, e programmi, cioè cosa mi dai in cambio? Alla faccia dell’elettore che andrà a votare per questi figuri.

Ora Micari nella sua ammucchiata ha già il PD, Alfano e Crocetta; non resta che guardare a sinistra. Lì abbiamo l’ex sindaco milanese Pisapia, con il suo movimento Campo Progressista, e Articolo 1 – Mdp, il movimento di Bersani e D’Alema nato dalla scissione con il PD stesso.

In campo nazionale i due movimenti si annusano, trovando molteplici convergenze, in campo siciliano, invece, no. Bersani ha scelto di candidare Claudio Fava, perché non può stare in una coalizione che comprende pure Alfano. Pisapia, invece, vuole discutere sul nome del candidato, senza spaccare l’unità del centrosinistra, ma a quel punto salterebbe Alfano. E così, i due movimenti a sinistra della sinistra, mentre trovano accordi e progetti sul piano politico nazionale, su quello regionale siciliano, stanno ancora ai distinguo. Tant’è che lo stesso Micari, che di primarie non vuole sentirne parlare, minaccia di lasciare il banco.

E così mentre il M5S corre in solitaria, mentre il centrodestra, in tempi celeri ha ritrovato la sua armonia, nel centrosinistra invece, c’è l’ennesima redde rationem, su quanto allargare l’ammucchiata, che a poco meno di due mesi dalle elezioni, certamente non è un gran biglietto da visita per il loro elettorato, sempre più confuso.

Raffaele Zoppo

Related Posts

by
Previous Post Next Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

0 shares