UN ALTRO RAGAZZO UCCISO IN DISCOTECA, PER UN FUTILE MOTIVO. MA È LA NOSTRA SOCIETÀ CHE È MALATA, O IL PROBLEMA SONO LE DISCOTECHE E L’USO DI DROGHE?

La notte tra venerdì 11 e sabato 12 agosto, Niccolò Ciatti è in una discoteca di Lloret de Mar, insieme ai suoi amici, per divertirsi, per ballare. La sua serata si concluderà, purtroppo, con la sua morte, ammazzato di botte da tre ragazzi, incrociati per caso, nel suo destino, che hanno, improvvisamente, scatenato una rissa, per futili motivi. Tre contro uno, calci e pugni per ridurre in fin di vita una persona, e lasciarlo esanime a terra.

Martedì notte, un altro ragazzo, Daniele Bariletti, era con i suoi amici in una discoteca di Jesolo; una serata di divertimento, quando improvvisamente, viene aggredito da uno sconosciuto; due pugni in pieno volto, e Daniele finisce in coma farmacologico. Motivo della rissa? Futili motivi, probabilmente, visto che gli stessi suoi amici si sono ritrovati nel pieno dell’atto aggressivo senza rendersene neanche conto.

Sempre mercoledì, un altro episodio inquietante: a Bitonto un banale incidente, un classico tamponamento, finisce in tragedia, quando un uomo sessantenne, sopraggiunto per caso sul luogo del sinistro, finisce per discutere con Giuseppe Muscatelli, il venticinquenne coinvolto nel tamponamento. La lite degenera, ed il giovane si trova con un coltello piantato in pieno petto, ferito a morte, senza un perché.

E subito la memoria corre ad un altro triste episodio, avvenuto ad Alatri, un piccolo comune nel frusinate, a marzo di quest’anno, quando il ventenne Emanuele Morganti venne pestato a morte, fuori da una discoteca, nel pieno centro cittadino. Anche qui una serata che doveva essere solo di solo divertimento, anche qui una rissa scatenata da futili motivi, anche qui un giovane ragazzo che perde la vita.

Emanuele, Niccolò, Daniele, Giuseppe, vittime di atti brutali, di violenze animalesche, scatenate da un nonnulla, ma anche vittime dell’indifferenza.

Già quella che ha permesso a molteplici persone di vedere, di assistere indifferenti al pestaggio senza muovere un muscolo, senza intervenire, come se la cosa non li riguardasse minimamente.

Eppure stiamo parlando per lo più, di discoteche, di luoghi frequentati da tantissimi giovani come le vittime, giovani che con una certa, preoccupante, superficialità assistono ma non intervengono.

Chi parla di discoteche come luoghi da chiudere, non vuole comprendere che il pericolo non è nel locale, ma nella testa di questa società.

Certamente, le discoteche, almeno nei casi citati, hanno dimostrato di non essere né luoghi sicuri, né a norma (basterebbe riflettere che la discoteca spagnola dove ha perso la vita Niccolò Ciatti, ha solo 19 bodyguard per un migliaio di persone che ospita regolarmente!), ma non possiamo liquidare il caso così semplicemente, scaricando la colpa sui luoghi di divertimento.

E chi cerca come scusante ai pestaggi brutali, l’assunzione di droghe o alcol, allora è un’altra volta in errore evidente. Le droghe, l’alcol non rappresentano una scusa causante, ma fungono d’accellerante; cioè, non è perché sei strafatto o ubriaco che allora, picchi brutalmente, ma

proprio perché non sei lucido, non riesci a controllare la propria forza, né il proprio istinto brutale.

Il problema semmai, è proprio nella testa di questi ragazzi, una mente debole, che trova la sua ragion d’essere nell’atto violento e brutale.

È come se, attraverso la violenza fisica, si possa affermare la propria esistenza, ed il proprio ruolo sociale.

Un raptus improvviso, scatenato dal nulla, che accende la fiamma dell’istinto brutale, scatenando la bestia che è dentro di noi.

“Viviamo in una società competitiva che scatena rivalità senza esclusione di colpi. E il comportamento aggressivo è come un modello per farsi largo nella vita”, disse il teologo Sergio Quinzio.

Ecco la competitività, il cercare il proprio spazio all’interno della società, il proprio status, e non trovarlo, vivendo in una sorta di limbo, sospesi sul baratro del nulla, aggrappati ad una esistenza priva di stimoli.

Una situazione che genera stress, ansie, frustrazioni che devono trovare una propria valvola di sfogo; ecco che la comunicazione verbale diventa sempre più aggressiva, ed i social network in ciò sono lo specchio di questa società, ecco che la rissa diventa brutale, animalesca.

Ma se osservassimo ulteriormente i fatti, dovremmo accorgerci che mentre si scatena la rissa, tutto il mondo intorno si ferma a guardare, senza intervenire. Perché?

Perché nessuno sente istintivamente il desiderio di mettersi in mezzo per sedarla? Perché nessuno sembra coinvolto da ciò che succede, divenendo spettatori passivi di tale orribile spettacolo, indifferenti per le sorti delle vittime?

Indifferenza, superficialità, scarsa empatia con il mondo che ci circonda sono elementi di una società egoista, una società dove ognuno pensa ed agisce per sé, non curante di ciò che lo circonda.

È la società dell’Io, questa, una società che ha smarrito i propri valori intrinsechi; e l’Io frustrato diventa aggressivo per ristabilire la propria esistenza.

Una società dove l’individuo non riesce più a relazionarsi con gli altri, non ha né le capacità né gli strumenti per costruire dei rapporti con gli altri. Ed è strano tutto ciò, proprio perché questa è la società che usa, o meglio, abusa, dei social, e lì vive la propria esistenza. Rapporti freddi, rapporti finti, rapporti mediati da uno strumento, che sia cellulare, PC o tablet, rapporti dove non c’è interazione, dove non c’è empatia. Per cui ci si costruisce un mondo artificiale, fatto di amici virtuali, senza conoscere realmente nessuno. Un mondo individuale, fatto ad uso e consumo per noi stessi.

Difficile che questo mondo, catapultato nella realtà quotidiana, sappia poi, gestire emozioni e rapporti, sappia interagire con gli tutti gli altri, normalmente, senza tirare fuori violenza e aggressività come unico linguaggio comune, per affermarsi.

Ed è difficile che questo mondo sappia relazionarsi con gli altri, viva empaticamente emozioni e situazioni, per cui senta dentro di sé, il desiderio di intervenire in difesa di una persona estranea che è in difficoltà. Se non riguarda direttamente me, la cosa non mi interessa, sembrano affermare quegli spettatori passivi ed indifferenti, mentre accadono risse brutali.

Ed è ciò che dovrebbe maggiormente preoccupare tutti noi: una vita, vissuta senza valori, non è in grado di concepire l’uccisione di un individuo, se non come un fatto ineluttabile dell’esistenza

stessa. Uccidere verbalmente o fisicamente un’altra persona, conta poco, se è l’unico strumento che si ha per affermare il proprio Io.

Psicologi e sociologi dovranno essere in grado di studiare attentamente questi fenomeni, e individuare le giuste strade per educare questa nostra società malata.

Perché, questa nostra società, che vive la precarietà come unica certezza della propria esistenza, è, come affermò il sociologo Bauman, una “società liquida”, una società costruita sul valore dell’individualismo sfrenato, dell’apparire a tutti i costi. Una società liquida, appunto, ma è un liquido che, purtroppo, sa uccidere, senza un perché.

Raffaele Zoppo

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