IL PSG CHE ACQUISTA NEYMAR A CIFRE ASTRONOMICHE: È IL MONDO PALLONARO CHE STA PER IMPLODERE?

“Dallo stadio calcistico il tifoso retrocede ad altro stadio: a quello della sua stessa infanzia”, scrisse il poeta Eugenio Montale.

Il calcio è passione pura, tifo incondizionato, amato in tutto il globo terracqueo, dagli USA alla Cina, passando ovviamente per l’Europa, dove è nato, cresciuto e si è diffuso.

Il perché di tutta questa passione? La semplicità del gioco, un terreno di gioco, una palla, una squadra, composta da undici giocatori, divisi per ruolo, contro un’altra squadra di altri undici giocatori; l’obiettivo? Segnare più gol rispetto all’avversario per vincere la partita.

Giocare a calcio è un po’ tornare bambini, correre spensierati con una palla, dimostrando di essere forti, capaci, di avere qualità per superare l’avversario.

E per questo è lo sport più amato, perché qualsiasi tifoso, dentro uno stadio, davanti alla televisione, di fronte ad una partita, torna bambino, e ci crede, lo vive, lo respira, questo senso di appartenere ad una fede che unisce e divide, di essere spettatore ma allo stesso tempo protagonista dell’evento sportivo.

E, si sa, in ogni squadra c’è un eroe, il campione, quello che tutti gli altri ci invidiano, e di cui noi, invece, ci innamoriamo, per i suoi lampi di classe, per i suoi colpi di genio, perché fa gol o sa come farci vincere il match, illuminando con le sue giocate, i suoi compagni di squadra.

Ma nel calcio la popolarità è divenuta terra di guadagni; c’è entrato il business, il mercato, gli affari, e sono entrati imprenditori che non guardano più al senso pieno delle cose, ma semplicemente a far fruttare la propria impresa.

E così, l’eroe che tutti ci invidiano diventa la merce pregiata da vendere per far quadrare i conti, oppure il capriccio vezzoso di chi ha soldi e colleziona campioni come figurine di un album; e spesso lo stesso campione dimentica l’amore che gli hanno donato i suoi stessi tifosi, cercando altrove la felicità perduta; cerca nuovi stimoli, nuove esperienze da vivere, frasi di circostanza buttate lì ogni volta che cambiano maglia.

Fu così in passato, per eroi del calcio come Maradona, come Ronaldo, come Zidane, e l’elenco potrebbe essere lunghissimo, perché di trasferimenti cosiddetti del secolo ne abbiamo visti e vissuti tantissimi. E in un sistema calcio dove la componente business prende sempre più il sopravvento, questi trasferimenti clamorosi non dovrebbero più sorprenderci, oppure, forse, sì?

Questo 2017, per il mondo pallonaro, sarà ricordato come un anno particolarissimo: l’ultima bandiera italiana viene ammainata, con Francesco Totti che lascia il calcio per raggiunti limiti d’età. È la fine del ciclo naturale delle cose, e come tutte le più belle cose, tutto è destinato a terminare. Una vita trascorsa ad incantare gli stadi indossando sempre la stessa maglia giallorossa, quella che l’ha fatto crescere e diventare calciatore, questo è il senso pieno del calcio che fu, il calcio passione e amore, dove certi eroi restavano nella tua squadra per sempre, nonostante le sirene di ingaggi importanti o di esperienze da vivere altrove.

Ma questo 2017 verrà ricordato anche come l’anno del trasferimento dei record, quello di Neymar che lascia il Barcellona per vivere la sua nuova esperienza, in Francia, al PSG.

Un trasferimento che lascerà un segno per la cifra monstre con cui va via: tra acquisto cartellino e ingaggio faraonico si parla di circa 600 milioni di euro, spicciolo più, spicciolo in meno.

Una follia, che ha poco o nulla, a che fare con il calcio e molto, ma troppo, invece, con il business.

Una cifra così non dovrebbe comunque spaventare nessuno, visto chi c’è dietro questo trasferimento: lo sceicco Nasser Al-Khelaifi, ossia il Qatar, che attraverso ricchi fondi d’investimento gestisce il club parigino ed ha permesso di pagare la cifra che ha sciolto il contratto di Neymar con la squadra catalana.

Non dobbiamo spaventarci o indignarci, di un affare messo in piedi, come questo, né del fatto che il buon Neymar andrà a guadagnare più o meno un euro ogni secondo della sua vita, per i prossimi cinque anni; quello che dovrebbe farci riflettere è quale direzione sta prendendo il mondo pallonaro; una direzione dove la passione è stata sostituita con il dio denaro, una direzione dove non contano più sentimenti ed emozioni, ma solamente affari.

Così club vengono venduti ad avventurieri senza garanzia che li fanno fallire, così club si indebitano all’inverosimile per reggere la competizione, e alla legge del pallone si sostituisce quella della finanza.

Perché se non si vuole rompere il giocattolo, se non vogliamo vedere tifosi che ammainano bandiere ed abbandonano gli stadi oppure stracciano gli abbonamenti televisivi, le regole devono esserci per tutti, chiare e univoche. È vero che si parla comunque di libero mercato, che ognuno spende i propri soldi come meglio desidera, ma non è accettabile che ci siano squadre ricche, sempre più ricche, e squadre, povere, sempre più povere. E non per un senso di equità, che se non c’è nella vita reale, non si capisce perché debba esserci nel mondo pallonaro. Ma perché uno sport dove vincono sempre i soliti, alla lunga annoia, e annoiando perde interesse e tifosi, cioè quelli che mantengono in piedi questo carrozzone d’avanspettacolo; per cui esagerare in questo modo, non rende alcuna utilità, né allo spettacolo stesso, né a chi vende un prodotto che è palesemente taroccato, dal momento che sai già come va a finire.

Un calmierare i mercati, un mettere un freno agli ingaggi mostruosi e fuori da ogni civile logica, e ad acquisti faraonici, lo dovrebbero stabilire solo gli stessi presidenti dei club, proprio per non rompere il loro giocattolino; perché in un libero mercato è il mercato stesso che deve regolamentarsi.

Altri dovranno, invece, vigilare su chi c’è dietro un club, su chi sposta soldi da un punto all’altro del globo, attraverso opachi fondi d’investimento, che trovano casa in certi paradisi fiscali. È opportuno controllare tutto ciò per il bene della nostra società, per il principio di un’etica sacrosanta, dove non possono vincere sempre i più furbi.

Il Qatar ospiterà la prossima edizione del mondiale, ma sulla scena internazionale, dal punto di vista politico, sta subendo degli accerchiamenti che l’hanno messa all’angolo. Sfrutta il calcio, ed un acquisto sensazionale, per recuperare prestigio e spostare l’attenzione dalle vicende interne. Ecco questo non dovrebbe accadere: un club gestito da uno Stato è cosa di per sé scorretta. E su tutto ciò chi ha potere, dovrebbe vigilare, indagare o, magari, più semplicemente, indignarsi. Ma se per le istituzioni del calcio tutto è accettabile, salvo poi contraddirsi quando spuntano fuori certi scandali, se per il sistema calcio, se per i presidenti, tutto è accettabile, salvo poi lamentarsi e piangere quando i conti non tornano, e se l’unica cosa che sa dire il ministro francese delle finanze è sul valore eccezionale delle tasse che lo Stato riceverà dal

contratto firmato da Neymar, beh, allora, forse siamo giunti al punto di non ritorno, e nulla più salverà il calcio e la nostra passione, quella che ci fa tornare bambini.

Raffaele Zoppo

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