VERTICE DI TALLINN E CRISI MIGRATORIA, IN EUROPA GLI EGOISMI HANNO ANCORA UNA CASA

Primo dato: secondo i numeri enunciati a Ginevra dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall’inizio del 2017 al 3 luglio, sono stati circa 101.210, i migranti e rifugiati che hanno attraversato il Mediterraneo; di questi, quasi l’85% è giunto in Italia (85.183), mentre il resto degli arrivi è suddiviso tra la Grecia (9.290), Cipro (273) e la Spagna (6.464), stimando pure che circa 2.247 persone sono morte in mare nello stesso periodo.

Secondo dato: di fronte alla richiesta italiana di una maggiore solidarietà tra gli Stati membri europei nell’accoglienza e nella gestione del fenomeno migratorio, tutti, a parole, sembrano capire e comprendere la gravissima situazione d’emergenza; ma, nei fatti, nessuno sembra voler fare uno sforzo in più. Dalla Spagna, il suo Ministro degli Esteri dichiara: “Le situazioni eccezionali richiedono misure eccezionali, ma dobbiamo discuterle fra tutti i Paesi”, lasciando, così, la palla all’Europa stessa; un discorso molto lontano da ciò che disse, solo il 29 giugno, il premier spagnolo Mariano Rajoy, quando affermò: “concederemo qualsiasi aiuto possibile all’Italia per evitare che si crei una situazione non più gestibile, drammatica”; un segno, questo, dei tempi che cambiano, e degli egoismi che affiorano.

La Francia, per bocca di Macron, parla di generiche “forme concrete” di solidarietà da offrire, ma con un secco rifiuto all’accoglienza dei migranti economici.

A questo aggiungiamo la struggente accusa del premier maltese, Joseph Muscat, rivolta proprio all’Europa, perché dimostra una scarsa solidarietà in tema di gestione del fenomeno migratorio, quando, poi, la stessa Malta è stata la prima a chiudere i propri porti alle navi che salvano le vite in mare; e aggiungiamoci, anche, la non tanto velata minaccia dell’Austria di mettere il proprio esercito davanti alla frontiera del Brennero, temendo che, non avendo porti da chiudere, possa correre il rischio di una migrazione via terra, dalla vicina Italia, oramai al collasso.

E possiamo chiudere, infine, con il soporifero dibattito avvenuto mercoledì, durante la plenaria al Parlamento europeo, che era talmente importante, per la tematica affrontata, i continui flussi migratori da gestire, appunto, da vedere così pochi parlamentari presenti in aula, una fotografia plastica, questa, del disinteresse dei membri dell’Unione nei confronti della problematica che sta schiacciando l’Europa stessa.

Una sessione parlamentare che è stata solamente ravvivata un po’ dallo scambio di battute al vetriolo tra il presidente della Commissione Juncker e il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, con il primo che vedendo l’aula praticamente vuota, attacca il disinteresse verso il tema della crisi migratoria con un “Siete ridicoli“, subito stoppato dal presidente Tajani che l’ha interrotto così: “Moderi i termini! è la Commissione sotto il controllo del Parlamento non il contrario”, ristabilendo le gerarchie istituzionali.

Comunque, un dato numerico allarmante e la fotografia, nei fatti e non nelle parole, di quanto interesse c’è tra gli Stati membri nel cercare una soluzione al problema dei flussi migratori, stanno a sottolineare semplicemente una realtà incontrovertibile: il totale immobilismo delle istituzioni europee su un tema che è presente già da anni, e che, di volta in volta, i movimenti populisti agitano e cavalcano, per manifestare tutta l’incapacità di questa Europa.

L’eroica Italia, come è stata definita dallo stesso Juncker, insieme alla Grecia, è dal 2015 che vede il fallimento di accordi sul ricollocamento di 40mila richiedenti asilo, presenti sul proprio suolo; e sempre l’eroica Italia da sola, deve affrontare i continui sbarchi provenienti dalla Libia, gestendo il salvataggio, la prima accoglienza e tutte le valutazioni del caso, tra coloro che hanno diritto a richiedere asilo e coloro che vanno, invece, espulsi.

Un sistema che sta, oramai, collassando su se sé stesso, mostrando tutte le fragilità politiche sia italiane che europee, che a parole tendono mani, ma nei fatti continuano a girarsi dall’altra parte per non vedere il problema.

In questa situazione così nebulosa, si è svolto, ieri, il vertice informale dei ministri dell’Interno della UE, a Tallin.

Un vertice che ha detto poco, e ciò che ha detto, lo ha pure detto male.

La proposta italiana di “regionalizzare” l’approdo dei migranti tratti in salvo nel Mediterraneo, che attualmente per l’85% finiscono nei nostri porti, non è stata discussa, perché fuori dai temi del giorno, e rimandata al vertice in sede Frontex (l’agenzia europea per il controllo delle frontiere), in programma a Varsavia, l’11 luglio.

Già comunque appare evidente, nelle dichiarazioni, che l’idea di ‘regionalizzare’ gli sbarchi piace poco o per nulla, tant’è che al NO spagnolo e francese, si sono aggiunti pure i NO del Belgio, dell’Olanda, del Lussemburgo e della Germania, tutti contrari all’apertura di altri porti UE per lo sbarco dei migranti.

E se era spuntata fuori, pure, l’idea di modificare la missione navale dell’Unione, Triton, anche questa è stata cassata, poiché molti Stati membri ritengono non modificabile lo stesso mandato della missione, forse un po’ migliorabile, ma bisognerebbe capire ancora come.

Ma su cosa, invece, i nobili Stati membri riunitesi a Tallinn hanno trovato l’accordo?

1 – maggiori fondi europei per installare in Libia un centro di coordinamento marittimo;

2 – un nuovo codice di comportamento per le ONG che operano salvataggi in mare;

3 – l’implementazione del fondo di garanzia Ue-Africa;

4 – il coordinamento per il rilascio di visti per i Paesi che si impegnano a contrastare l’immigrazione clandestina e a sottoscrivere accordi di riammissione con l’Unione;

5 – l’incremento delle quote di ricollocamento nei Paesi Ue dei richiedenti asilo sbarcati in Italia.

 

Calcolando che si possono anche aumentare le quote di ricollocamento degli immigrati, ma se poi gli accordi stretti non sono vincolanti e vengono disattesi, come è praticamente successo in questi due anni, se ognuno sceglie ciò che più gli aggrada, tipo solo siriani per la Germania, oppure migranti non economici per la Francia, allora, poi, tutto resta in alto mare.

Implementare genericamente, poi, il fondo di garanzia Ue-Africa, che ha una capienza di 2,6 miliardi ma che, fino ad ora, ha raccolto appena 89 milioni di euro, è un’idea che non ha con sé un progetto ancora ben chiaro.

Le nuove regole per le ONG da scrivere, invece, dovrebbero prevede questi paletti: il divieto d’accesso alla acque territoriali libiche; il divieto di spegnere i transponder, per non essere così, geolocalizzate; il divieto di segnalazione notturna con luci e razzi; il divieto di trasbordare i naufraghi su altri natanti; l’obbligo di fornire l’elenco con i nomi dell’equipaggio; l’obbligo di rendere noti i finanziamenti delle rispettive organizzazioni.

Un quadro di regole di comportamento che l’Italia scriverà per essere poi adottato da tutti gli altri Stati membri.

Infine, altri soldi, circa 46 milioni di euro, da dare a Tripoli per la costituzione di un centro di coordinamento marittimo.

Forse, visto che il problema è serio e non più procrastinabile né si può scaricarne più il peso sui soliti noti, non sarebbe il caso di portare seriamente avanti un vero piano Marshall europeo per il continente africano? Magari aiutandoli a casa loro a riscattarsi dalle miserie, ridurremmo la loro voglia di cercare fortuna altrove.

Si potrebbero creare dei centri di accoglienza lungo le direttrici subsahariane, magari gestite da organismi sovranazionali, questo al fine di evitare che profughi e migranti raggiungano le coste libiche, e non solo, dandosi così, in pasto alle tante organizzazioni criminali che gestiscono i traffici migratori e i costosissimi viaggi della speranza via mare, che sono solo portatori di morte.

Tutto ciò, in un periodo medio lungo, potrebbe portare una drastica risoluzione al problema della crisi migratoria. Nel breve, invece, tutti gli Stati membri devono farsi carico del dramma umano che ha trasformato il Mediterraneo nel più grande cimitero d’Europa, non lasciando sola l’eroica Italia, ma accogliendo in quota parte, sul proprio territorio, tutti i profughi che vengono raccolti in mare, gestendo la prima accoglienza, l’eventuale richiesta d’asilo o il loro rimpatrio.

Riusciranno gli egoismi europei a comprendere fino in fondo il problema?

 

Raffaele Zoppo

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