ADDIO STEFANO RODOTÀ, INSIGNE GIURISTA, DIFENSORE STRENUO DEI DIRITTI INDIVIDUALI E SOCIALI

“I diritti parlano, sono lo specchio e la misura dell’ingiustizia, e uno strumento per combatterla”, scrisse Stefano Rodotà, intellettuale laico, difensore del diritto, fine giurista, morto ieri, all’età di 84 anni.
È stato a suo modo, un protagonista della nostra vita pubblica, un uomo libero nel pensiero, un intellettuale di valore, guidato da un profondo senso di difesa dei diritti civili, simboli di una piena democrazia, e di una società matura.
Nato a Cosenza, classe 1933, Stefano Rodotà ha vissuto più vite in una vita sola, ma sempre con lo stesso stile, sobrio, ma fermo e deciso.
Le sue passioni sono state sempre lo studio e la politica, vissute pienamente ed intensamente; “non c’è un giorno nel quale non abbia preso un libro in mano”, disse una volta, e questa sua passione lo lanciò verso una brillante carriera universitaria: la laurea in legge, e poi, già prima di compiere quarant’anni, docente ordinario di diritto civile presso l’Università La Sapienza di Roma. Ma insegnerà anche ad Oxford, in Francia, in Germania, negli Stati Uniti, viaggiando tantissimo, incontrando mondi culturali nuovi e ricevendo continui stimoli formativi.
Una passione, questa per l’insegnamento universitario, che non gli impedirà comunque, di scrivere anche sui giornali, soprattutto negli anni in cui gli accademici si rifiutavano di sporcarsi con la carta stampata, firmando articoli.
Ha iniziato, giovanissimo, collaborando con “Mondo” di Pannunzio, e questo lo avvicinò al partito radicale, e all’altra sua grande passione, la politica.
Ma nel 1979, quando entrò per la prima volta in Parlamento, non lo fece sotto le insegne radicali, ma sotto quelle del PCI, da indipendente; a Pannella, che quell’anno candidò anche Sciascia, preferì Berlinguer. Perché questo era Stefano Rodotà, un uomo libero, difficilmente incasellabile, un uomo che aveva come habitat culturale l’area della sinistra, ma sempre con le mani libere da legami e lagacci, sempre pronto a dire la sua, ad ammonire, a redarguire, a far valere le proprie idee e riflessioni.
Da indipendente nel PCI segue la svolta di Occhetto, divenendo persino tra i primi presidenti del nuovo PDS, anche se non la sentirà mai pienamente casa sua; resterà in Parlamento fino al 1993, quando deciderà di uscire fuori dal Palazzo, per far sentire meglio la sua voce.
Erano gli anni di Tangentopoli, la fine della cosiddetta Prima Repubblica, la crisi dei sistemi politici e partitici italiani, e a chi lo accusava di fuggire dalla politica, rispose con fermezza: “I tempi sono così pieni di politica che nessuno può tirarsene fuori con un gesto o una parola”.
E infatti, non fece mai mancare la sua voce nel dibattito culturale, su quei temi che, per tutta la vita, ha speso parole, scritto libri, dato voce: i diritti individuali e quelli sociali, perché, come disse “è da quelli che si misura la qualità di una società”, sui rapporti tra Stato e Chiesa, tra democrazia e religione, sull’etica, la bioetica, sulla libertà di stampa; voce fuori dal coro, ferma, decisa, puntuale e molto poco ampollosa, divenne, per una certa sinistra radicale, l’ultimo baluardo in difesa della laicità dello Stato, anche se Rodotà non fece mai mancare il proprio pungolo e stimolo a tutta quell’area politica, la sinistra, a cui spesso faceva riferimento; “sui diritti è debole, quasi che la chiesa cattolica abbia il monopolio delle questioni etiche”, disse ammonendo le scelte politiche dei partiti di sinistra, incapaci di veri slanci riformatori.
Fu Romano Prodi a nominarlo, invece, presidente della neonata Autorità Garante per la Privacy, nel 1997. Erano gli anni in cui esplose il fenomeno del web, e la sicurezza sui dati personali sembrava sgretolarsi, senza una normativa adeguata.
Uomo giusto, al posto giusto, lui che già dagli anni Settanta aveva iniziato a studiare l’argomento nello specifico, e che, fino al 2005, riesce ad intervenire con fermezza ed autorità, guidando l’azione politica sulla materia in questione, e spiegando con chiarezza termini e modalità, avendo sempre come punto fermo solamente il diritto e la sua stessa difesa.
Poi ci sono gli anni di lotta sui temi costituzionali, e sono quelli più recenti, prima opponendosi fermamente alle riforme berlusconiane, e poi dicendo No anche alla riforma targata Renzi.
Ad 80 anni, Stefano Rodotà si riscopre star del web, grazie al Movimento grillino che lo propose come candidato alla Presidenza della Repubblica, come successore di Napolitano.
C’erano anche le condizioni politiche perché si potesse infine convergere sul suo nome, se le scelte successive dei partiti non decidessero di proporre a Napolitano un bis.
Qualche frizione con Grillo e con il movimento stesso comunque ci fu, tanto da far dire allo stesso comico genovese che Rodotà era “un ottuagenario miracolato dalla rete”, quando lo stesso giurista avanzò delle perplessità sulla gestione della democrazia attraverso il web, segno, questo, contraddistintivo del movimento grillino.
Ma questo era Stefano Rodotà, un uomo libero nel pensiero, mai accomodante, mai facilmente inquadrabile con un’etichetta, lui che fu giurista, intellettuale, politico, uomo delle istituzioni, ma mai veramente legato ad un partito politico, perché in fin dei conti era un movimentista senza una vera casacca da indossare, uno che per tutta la vita difese il diritto strenuamente, e che amaramente riusciva ad ammettere: “Viviamo in uno stato di diritto, ma nessuno ci crede”.
Ed una voce libera e critica come la sua, oggi, in questa società così fragile, mancherà tantissimo.

Raffaele Zoppo

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