IUS SOLI, IUS SANGUINIS, QUALE SOCIETÀ STIAMO COSTRUENDO?


Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza”, affermò Socrate. Ma questa nostra società sembra, oggi, sempre più assomigliare ad un luogo dove chi meno sa, più si sente in diritto di reggere e governare le sorti del mondo, urlando sempre più fortemente i propri slogan stantii e vuoti, per mettere così a tacere quei pochi che invece, qualcosa sanno e vorrebbero pure dirla.

A questo aggiungiamoci poi, che i toni del dibattito diventano sempre più apocalittici, sempre più inaciditi, che la discussione diviene sempre più scontro ideologico tra fazioni contrapposte, che lottano tra loro senza neanche conoscerne il perché della lotta, e allora abbiamo la fotografia di ciò che sta accadendo oggi in Italia, nelle aule parlamentari e non solo.

D’altra parte, lo stesso filosofo francese, Jean de La Bruyère, affermò che “è la profonda ignoranza a suggerire il tono dogmatico”, e qui, in questo dibattito sullo ius soli, il puzzo di dogmi è tanto forte quanto inutile a comprendere pienamente la discussione in essere.

La gazzarra avvenuta recentemente in Senato, con la Lega e Fratelli d’Italia che urlano e strepitano, e con CasaPound che manifesta fuori dal palazzo, con il PD che si arroga il diritto di cambiare una legge basandosi, però, su principi errati, e avvitandosi ad essi, per una seppur minima propria sopravvivenza politica, con il Movimento grillino che si oppone, ma senza neanche sapere il perché, e con la Chiesa che dall’alto pontifica, fa morali, lancia anatemi, invece che occuparsi delle proprie coscienze, allora si comprende facilmente che su questo spinoso argomento troppi fanno discussioni fuori luogo sulla pelle dei più deboli, che come al solito, non hanno voce in capitolo, e se gliela danno è solo per strumentalizzarli.

A scanso di equivoci, è vero che possiamo considerarci tutti figli dell’universo, e, per chi ha anche una profonda fede, aggiungere pure un Dio come padre di tutti noi, ma resta il fatto che tra tutti noi ci sono fondamentali differenze identitarie e culturali che andrebbero rispettate e salvaguardate comunque.

Per cui, senza trascendere nell’esaltazione della razza, è naturale affermare che un italiano, per cultura ed identità storica non è uguale ad un tedesco, o ad un americano, o a un cinese o a un africano, ed è un bene, nel rispetto delle altrui differenze, valorizzare queste peculiarità.

E infatti, qui parliamo di Nazione, che è un concetto giuridicamente totalmente diverso da quello di cittadinanza in discussione nelle aule parlamentari.

Quindi chi boccia a prescindere il testo parlamentare, tirando fuori discorsi su razza, popoli e differenze culturali, o è in errore, per ignoranza, o è in malafede, sfruttando l’ignoranza altrui.

La cittadinanza è, invece, un diritto che uno Stato concede ad una persona fisica, riconoscendone il pieno godimento di diritti e doveri, sia civili che politici.

Tale diritto può essere riconosciuto perché nati da un genitore già in possesso della cittadinanza (ius sanguinis o diritto di sangue), oppure perché si è nati sul territorio dello Stato (ius soli o diritto del suolo), oppure, attraverso lo strumento della naturalizzazione, con un’adozione o un matrimonio, ad esempio, nel quale l’autorità competente riconosce la cittadinanza alla persona richiedente, traslandola dalla persona già in possesso.

Quindi anche una persona non nata su un determinato territorio, ma lì stabilitasi da tempo e perfettamente integratasi nel tessuto sociale, può richiedere eventualmente lacittadinanza.

A scanso di equivoci: lo ius sanguinis, ha insito in sé il concetto di basarsi sul sangue, sull’etnia, sulla lingua, sulla cultura di una determinata Nazione, ed è quello più diffuso in Europa. Invece, lo ius soli, non ha questo intrinseco legame, ed è adottato, ad esempio, dagli USA.

Nel primo caso, la cittadinanza si trasmette da una generazione all’altra, nel secondo caso è un diritto che si acquisisce semplicemente nascendo in un determinato territorio, a prescindere dalle proprie origini.

Chiarito ciò, possiamo affrontare il disegno di legge in discussione in Parlamento.

Ad oggi, in base alla legge promulgata nel 1992, il diritto di cittadinanza per nascita è legato allo ius sanguinis; un bambino straniero, laddove almeno uno dei suoi genitori non possiede già la cittadinanza italiana, anche se è nato in Italia, può richiederla solamente, al compimento del diciottesimo anno d’età, dimostrando di aver risieduto legalmente ed ininterrottamente in Italia.

Cambiando oggi la legge, verrà introdotto una sorta di ius soli temperato, ossia, non è un diritto già acquisito con la semplice nascita sul territorio italiano, ma devono essere anche soddisfatti dei requisiti: i genitori, o almeno uno dei due, devono essere sul territorio italiano legalmente da almeno 5 anni, e se non europei, devono dimostrare di avere un reddito, un alloggio idoneo e conoscere la nostra lingua.

Oltre allo ius soli, il testo di legge introduce anche lo ius culturae, valido per i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro il loro dodicesimo anno d’età, e che abbiano comunque frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato quindi almeno un ciclo scolastico.

Chi promuove questa riforma parla, e a sproposito, di porre fine al disequilibrio della bilancia demografica, cioè, visto che gli Italiani fanno pochi figli, e che molti nostri cittadini fuggono all’estero, allora garantiamo anche ad altri la cittadinanza così si pareggiano i conti.

Un mero calcolo politico vestito di morale etica, dal momento che si parla di una platea approssimativa di circa 800 mila persone potenzialmente coinvolte.

Peccato che non ci dicono un altro particolare: il minore che ha ottenuto, mediante ius soli temperato, la cittadinanza italiana, può, al compimento del suo diciottesimo anno d’età, chiedere la revoca di tale diritto; inoltre, sempre per una questione etica, può venir fuori una condizione in cui in una famiglia si ha, magari, una madre con la carta di soggiorno, grazie alla quale richiede il diritto di cittadinanza per suo figlio, un padre che invece ha solo il permesso di soggiorno, che prevede quindi, un rinnovo in base al soddisfacimento di certi requisiti, un figlio non nato in Italia e che non ha ancora terminato un ciclo di studi, quindi straniero, ed un figlio nato in Italia, e, per lo ius soli, quindi italiano; un bel guazzabuglio, questo, che non rispetta minimamente il nostro caro art. 3 della Costituzione, che recita che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E, allora poi, come la mettiamo?

A chi invece, parla dello ius soli, come utile strumento d’integrazione, siamo certi che tutti i cittadini stranieri che giungono in Italia, qui vogliono restare per tutta la loro vita? Oppure, forse, non capita più frequentemente, che la stragrande maggioranza di essi vivono qui perché qui hanno una reale possibilità di migliorare la propria condizione economica, e la propria formazione culturale e professionale, e che un giorno poi, essi torneranno nel loro Paese d’origine per far fruttare i risparmi e le conoscenze apprese?

Noi, italiani, quando siamo emigrati in America, in Argentina, in Venezuela, in Belgio o in Germania, ad esempio, lì abbiamo scelto di restare, non abbiamo mai pensato di ritornare a casa, quindi evitiamo anche i fuorvianti raffronti con le nostre migrazioni dello scorso secolo.

Lo ius soli, lo ius sanguinis non sono diritti che si danno a caso, così, in base ad una pietas o seguendo l’umore delle genti.

Lo ius soli determina l’allargamento della cittadinanza anche ai figli degli immigrati nati sul territorio dello Stato, per questo è adottato da quei Paesi, come gli USA, l’Argentina, il Brasile, il Canada, ad esempio, soggetti ad una forte immigrazione, ma che hanno anche un territorio in grado di ospitare una popolazione maggiore di quella residente, garantendogli comunque le opportunità per una condizione di vita soddisfacente.

Lo ius sanguinis, invece, è stato adottato da quei Paesi interessati da fenomeni di forte emigrazione, per non smarrire, così, le proprie origini, e da quei Paesi che non riescono a garantire, o per grandezza territoriale, o per opportunità, a tutti gli immigrati condizioni di vita dignitose; Paesi come l’Italia, la Spagna, l’Irlanda, la Svizzera ad esempio.

Discorso ben diverso, invece, se iniziassimo a discutere seriamente, di una riforma dell’attuale diritto di cittadinanza, magari stabilendo che dieci anni di vita ininterrotta qui in Italia siano troppo eccessivi, e magari li riduciamo, così come possiamo snellire tutta la pratica burocratica per ottenerla, semplificando i procedimenti, ricordandoci sempre che la cittadinanza è comunque un diritto non un obbligo, per cui una persona deve non solo richiederla ma anche essere meritevole di riceverla.

Piuttosto, perché lo Stato non inizia a favorire serie azioni politiche che consentano alle famiglie già italiane di fare più figli? Perché non s’impegna nel creare vere condizioni affinché chi è già cittadino italiano non sia costretto a cercare fortune altrove?

Forse è più comodo lasciare le cose così come stanno, e allargare le braccia per accogliere altri, in un travaso di popoli, identità e culture, che la globalizzazione sta sempre più esasperando.

Ma poi, non lamentiamoci se figli trattati da figliastri, prima o poi sfogano tutto il loro disagio contro uno Stato matrigna che li ha accolti ma non amati. È già accaduto in Francia, in Inghilterra e in Belgio, ed i recenti attentati sono solamente la dimostrazione di una politica miope, che tende piuttosto a nascondere la polvere sotto al tappeto piuttosto che affrontare seriamente il problema.

 

Raffaele Zoppo

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