ELEZIONI POLITICHE IN INGHILTERRA E IN FRANCIA: CHI CERCA L’USATO SICURO E CHI CERCA UNA VERA RIVOLUZIONE

Nel Regno Unito e in Francia, le recenti elezioni politiche hanno sì, confermato ciò che era già stato pronosticato, ma il loro esito ha comunque, cambiato tutte le carte in tavola, aprendo nuovi scenari, tutti da decifrare.
Partiamo dall’Inghilterra: la May era succeduta a Cameron, dimessosi dopo l’esito della Brexit, ed aveva, comunque, un forte sostegno parlamentare, per cui non c’erano le necessità di chiedere elezioni anticipate, dovendosi preparare già ad affrontare le difficili trattative con la U. E. per la Brexit.
Eppure, cercando un consenso personale, volendo un’investitura popolare più forte, ha chiesto ed ottenuto le elezioni anticipate.
Risultato? Vince, ma perde, mentre il suo sfidante, Corbyn, perde, ma vince. Sono le alchimie del sistema elettorale inglese, ma per la May, c’è molto poco da festeggiare.
Ieri aveva una maggioranza parlamentare assoluta, oggi è costretta a costruirsi una coalizione di governo, ed è questo il suo più grande errore politico, una miopia politica che non le ha permesso di leggere gli umori del suo popolo.
Le elezioni inglesi, infatti, hanno evidenziato un cambiamento marcato nell’elettorato: i voti si sono concentrati sui due maggiori partiti, i conservatori ed i laburisti, che complessivamente hanno raccolto poco più dell’80%; il Partito nazionalista scozzese e l’Ukip, orfano di Farage, si sono praticamente, liquefatti.
Il popolo britannico, spaventato dagli ultimi attentati terroristici, terrorizzato dalle incertezze sul post Brexit, hanno preferito scegliere l’usato sicuro, piuttosto che inseguire gli estremismi populisti.
Così si spiega il crollo dell’Ukip, che dopo aver ottenuto il massimo con l’esito referendario sulla Brexit, sembra non raccogliere più stimoli nel suo elettorato.
Voti che, però, non si sono travasati, in blocco, nel partito conservatore, ma distribuitisi tra i due partiti maggiori, in modo abbastanza fluido; i politologi da marciapiede che sentenziavano questo travaso compatto, quelli che, nel post referendum sulla Brexit, definivano gli elettori dell’Ukip, come campagnoli di destra “brutti, sporchi e cattivi”, devono, alla luce dei risultati, ricredersi fortemente.
L’errore della May, invece, è stato quello di dimostrare tutte le proprie incapacità di leader. Voleva apparire come la nuova Thatcher, ma di lei non ha proprio la stoffa.
È capace, ha una buona dialettica, ma non ha carisma; infatti, non ha saputo leggere tra le pieghe della società, non ha saputo annusare i timori del suo elettorato, non è stata mai pienamente convincente, né rassicurante.
Pensava di fare una campagna elettorale concentrata sul tema Brexit, poi ci sono stati gli attentati di Londra, di Manchester e di nuovo Londra, ed è andata in confusione totale.
Di fronte ad un popolo impaurito che chiedeva sicurezza e certezza, lei si è nascosta: niente dibattiti televisivi contro i suoi diretti sfidanti, nessuna dichiarazione forte, decisa, magari pure di pancia, ma si è limitata al compitino, ripetere gli slogan elettorali che il suo staff le avevano cucito addosso, non cambiando in alcun modo il proprio registro verbale. Doveva andare all’attacco e invece, è rimasta sulla difensiva, facendo godere il suo avversario principale, Corbyn, che con il minimo ha ottenuto il massimo.
Oggi la May, più debole politicamente, anche con più nemici nel suo stesso partito, ha trovato un accordo parlamentare con Dup, gli unionisti nord-irlandesi, e in questo precario equilibrio si prepara ad affrontare i duri negoziati per l’uscita del Regno Unito dalla U. E., un terreno minato ed irto di ostacoli, che necessitava di una leadership forte, non di un premier acciaccato ed insicuro, ma purtroppo, la May, oggi, non sembra minimamente la Thatcher.
Altro discorso, invece, in Francia. Il neo eletto Presidente, Macron, ha incassato il massimo parlamentare, che questa tornata elettorale gli avrebbe potuto offrire: la maggioranza assoluta in Parlamento. Su 577 deputati dell’Assemblée Nationale, il movimento di Macron ne ottiene tra i 415 a 445. Non dovrà, così, cercare strane alchimie politiche, né accordi parlamentari per governare; ha la maggioranza piena per portare avanti il suo programma politico, la Francia gli ha dato fiducia piena, ed ora deve saper mantenere le sue promesse elettorali, proprio per il bene dei francesi stessi, dopo i fallimenti di Monsieur Hollande.
Anche qui, un terremoto elettorale che muta completamente la geografia politica della Francia: il Front National di Marine Le Pen, che era giunta al ballottaggio proprio contro Macron, si ritroverà ad avere non più di 10 seggi, pochi anche per costituire un gruppo parlamentare. Un crollo politico netto, forte e deciso: la Francia vuole partiti responsabili ma non estremisti, ed il Front National sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva.
Già la stessa Marine Le Pen, dopo la delusione al ballottaggio presidenziale, aveva dichiarato la fine dell’esperienza del Front National, per far nascere un partito di destra, sovranista sì, ma non più estremista, un partito sì d’azione, ma anche di governo, che sappia intercettare anche la fiducia dell’elettorato francese e non solo la sua rabbia.
Ora i tempi sono maturi per questa svolta, se Marine avrà la forza politica ed il coraggio del cambiamento.
Altro partito in fallimento? I socialisti, che dai suoi 280 seggi parlamentari della scorsa legislatura, oggi ne avranno tra i 20 ed i 35, che certificano la sfiducia completa nel partito che fu di Hollande, nelle sue politiche economiche, nelle sue politiche sulla sicurezza e sulle politiche migratorie e d’integrazione.
Addirittura sono stati sorpassati dal movimento La France Insoumise, del tribuno della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, che raccoglie un 12% dei consensi.
Invece, il centrodestra francese, i Républicains, confusi e divisi, pur con tutti i distinguo e le fratture interne, conquista un centinaio di seggi, dimostrandosi così, la seconda forza politica francese.
Se in Inghilterra, l’elettorato ha cercato il conforto dell’usato sicuro, in Francia invece, il popolo ha scelto di proseguire la rivoluzione politica già iniziata con l’elezione di Macron Presidente.
Una rivoluzione che ha terremotato tutti i partiti tradizionali, e che ha evidenziato un ricambio sostanziale politico, dando fiducia ad un movimento appena nato e sul quale oggi pesa una grandissima responsabilità per cambiare rotta alla Francia. E con una maggioranza parlamentare così forte, Macron non ha più scuse!

Raffaele Zoppo

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