NOTTE DI TERRORE ED ORRORE A MANCHESTER: L’ENNESIMO ATTENTATO TERRORISTICO CHE DILANIA LA NOSTRA QUOTIDIANITÀ, E UCCIDE LE NOSTRE SPERANZE

Risvegliarsi con l’ennesimo orrore negli occhi, ed un senso d’impotenza che ti scuote tutto. Questo è successo stamani vedendo i notiziari riportare la tragedia di Manchester.

L’ennesimo attentato bastardo e terroristico alla nostra quotidianità, che in nome di una follia umana mascherata da religione, ha mietuto vittime innocenti, vittime sacrificali di una guerra assurda, in cui il nemico non è d’innanzi a te, armi in pugno, ma accanto a te, nascosto, mimetizzato tra la folla.

Una sola certezza per ciò che è accaduto a Manchester, mille dubbi, mille interrogativi ancora tutti da sciogliere. La certezza: una improvvisa esplosione nel foyer della Manchester Arena, un impianto da circa 20 mila posti, al termine del concerto di Ariana Grande.

Subito il pensiero corre alle stragi terroristiche, già purtroppo viste e vissute, non ultima quella parigina del Bataclan, e la conferma avviene da lì a poco direttamente dal capo della polizia Ian Hopkins: “Stiamo trattando l’accaduto come un evento terroristico e crediamo che l’attentato sia stato condotto da un uomo solo: la priorità è capire se abbia agito da solo o con una rete”.

Un uomo, morto nell’esplosione, si è fatto saltare in aria, poco dopo le 22.30, quando il concerto della pop star stava volgendo a conclusione, uccidendo 22 persone e ferendone una sessantina. Ma i numeri sono ancora incerti, molti i feriti gravi, tanti i dispersi, che possono far lievitare i numeri di questa ennesima tragedia, e tanti gli adolescenti, i ragazzi che hanno perso la loro vita, venuti semplicemente ad ascoltare il concerto di Ariana Grande, idolo dei teenagers.

La premier britannica Theresa May parla di “atroce attacco terroristico”, guardando con orrore le immagini della tragedia, mentre la polizia mantiene il massimo riserbo sull’eventuale identità del terrorista, invitando la stampa ed i media a non “fare speculazioni sulla sua identità o fare circolare nomi. Questa è un’inchiesta complessa e ampia ancora in corso”.

E dal web spunta un video, ancora tutto da verificare, in cui un uomo alza un cartello bianco su cui ci è scritto, in lingua inglese e araba, il nome di un luogo, con una data: “Manchester, 2017-05-22”, mentre esclama: “In nome di Allah, il misericordioso e il generoso, questo è solo l’inizio: i leoni dello Stato Islamico stanno cominciando ad attaccare tutti i crociati. Allah Akbar, Allah Akbar”. Appunto, un richiamo all’Isis, che al momento non rivendica né applaude il folle martirio, mentre i siti della propaganda jihadista esultano per il feroce attentato, collegandolo direttamente alle recenti operazioni militari inglesi, “Le bombe dell’aviazione britannica sui bambini di Mosul e Racca sono tornate al mittente”.

La certezza è che il folle gesto è l’ennesima dimostrazione di quanto siamo ancora vulnerabili ed impreparati, nel prevenire attentati terroristici, nonostante le recenti stragi francesi, quelle tedesche, quelle di Bruxelles, o le stesse di Londra.

Una intelligence che non riesce a dialogare tra di loro in modo celere e repentino, servizi segreti che non riescono a trasmettersi informative preziose, e, soprattutto l’assenza di una struttura capace di coordinare l’immenso ed immane lavoro di controllo, che i servizi segreti di ogni singolo Stato europeo, con abnegazione e con tutti i limiti possibili, svolgono quotidianamente.

Eppure, ai più dovrebbe essere noto che Manchester è comunque, una tra le piazze più vive di reclutamento jihadista, e che da qui in molti sono partiti per unirsi al sedicente Stato Islamico ed abbracciare le sue farneticanti dichiarazioni di guerra.

Sono stati, nel corso di questi ultimi anni, almeno 1500, le persone che hanno lasciato il Regno Unito per raggiungere le brigate fondamentaliste con la Bandiera Nera, in Siria e in Iraq. Ora in tanti stanno rientrando a casa, portando con se, odio, rancore e vendetta. È il problema dei foreign fighters, mai affrontato realmente con così grande scrupolo ed attenzione, altrimenti non si spiegherebbero le presenze quasi indisturbate di Khalid Masood, l’attentatore al Parlamento londinese, indagato dall’intelligence per “estremismo violento”, di Amedy Coulibaly, l’attentatore al negozio kosher francese del 2015, già conosciuto ed indagato per le sue continue frequentazioni con ambienti terroristici di matrice islamica, o di Abdelhamid Abaaoud e Salah Abdeslam, autori della strage parigina del 13 novembre 2015, combattenti jihadisti di cui si conoscevano ogni loro spostamento tra Europa ed lo Stato Islamico.

Esempi lampanti, questi, di come il vigilare continuo, l’indagine serrata, ma anche un appropriato coordinamento tra i servizi di sicurezza, potrebbe quantomeno, se non evitare, almeno limitare, il pericolo terrorista.

Perché qui è inutile chiedere più controlli alle frontiere contro gli immigrati clandestini, Khalid Masood, Amedy Coulibaly, Salah Abdeslam, sono figli di questa Europa multietnica e multiculturale, figli di seconde o terze generazioni, che vivono tutti i disagi giovanili di sentirsi reietti e rifiutati, mentre le farneticanti dichiarazioni di guerra dello Stato Islamico, li hanno resi vivi ed accettati.

E perché, questa che stiamo vivendo, non è una guerra di religione, non è una guerra tra Cristiani e Musulmani, tra Occidente ed Oriente, ma una guerra al terrorismo, e come tale va trattata, a maggior ragione, oggi che lo Stato Islamico, sul campo sta perdendo la sua battaglia territoriale, e ci avviciniamo all’inizio del Ramadan, la festa più sacra e pacifica per i veri musulmani.

Perché “se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato”, in questa società, dove “chi non terrorizza, si ammala di terrore”. E questo decadimento non possiamo più permettercelo, anche in nome di tutte queste, tante, troppe, vittime innocenti, uccise nella loro normale quotidianità.

 

 

 

 

Raffaele Zoppo

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