IL VIAGGIO DI ECUBA: CON ISABELLA GIANNONE, ATTRAVERSO IL MITO, RIVIVIAMO LE TRAGEDIE DEL NOSTRO PRESENTE

“Chi ha il potere, non deve spingersi oltre il lecito, chi è felice, non creda eterna la fortuna. Anch’io ero felice, e un giorno, uno solo, mi ha portato via tutto”.
Quello di Ecuba è un canto disperato, un grido di dolore, che strazia il cuore, che piange lacrime amare per essere la spettatrice del suo infausto destino.
L’Ecuba di Euripide è una donna che vive tutto il suo dolore per un fato avverso che la condanna ad essere schiava, dopo essere stata signora ed aver vissuto giorni felici, che è costretta ad invocare giustizia, a bramare vendetta perché vede morire i propri figli, a chiedere ad un dio, aiuto perché le venga restituita la dignità perduta.
L’Ecuba di oggi sono le tante madri siriane, ad esempio, che vivono la loro tragedia personale: in nome di qualcuno potente, giustificati da un dio cieco e sordo, vedono la loro felice quotidianità distrutta per sempre, diventano schiave di un destino che si fa beffe di loro, piangono i loro figli morti, urlano il loro dolore per una giustizia che è divenuta ingiusta, disprezzano la terra, perché le ha rifiutate.
È l’Ecuba portata in scena dalla straordinaria Isabella Giannone, nel monologo “Il viaggio di Ecuba”, di Gianni Guardigli, per la regia di Francesco Branchetti, andato già in scena al Teatro Tor Bella Monaca, in attesa delle prossime date della tournée autunnale.
Una Ecuba viva e possente, una Ecuba Mater Dolorosa, che si trascina stanca e appesantita dalla tragedia, con il suo carrello, unico bagaglio di tutta la sua esistenza, che urla la propria disperazione, che grida il suo dolore, che brama vendetta, e invoca giustizia, quel brandello di giustizia che solo le potrà garantire il giusto risarcimento.
È una Ecuba moderna, quella proposta, ma gli echi del suo dolore trovano radice nella tragedia greca di Euripide, in quel mito classico che viene riletto con gli occhi del presente, trovando così tante aderenze.
Un monologo forte, intenso, ricco di pathos, quello portato in scena da Isabella Giannone, vestita di nero, in un lutto che piange dolore e disperazione. È il suo grido di rabbia, perché straniera in una terra divenuta improvvisamente inospitale, donna senza radici e senza patria, in fuga dalla tragedia che l’ha travolta; è il grido di disperazione per vivere una condizione disperata, mentre è dolce il ricordo della sua casa, la più bella del villaggio, baciata dal sole mentre il vento caldo, furtivamente entrava gonfiando le tende; è il grido di dolore di chi ha solo gli occhi per piangere rabbia, perché intorno a sé non riesce più a sentire il soave profumo dei gelsomini, ma solo l’orribile puzza di morte; è il grido di disperazione di una madre che vede i suoi figli morire, ed è struggente l’accostamento tra Polidoro, il figlio dell’Ecuba di Euripide, inviato con una ricca dote, al re tracio Polimestore per essere protetto, e, invece da questi ucciso con l’inganno, solo per impadronirsi del denaro che aveva con sé, e i figli di queste tante terre martoriate, che vendono la loro vita a questi moderni Caronte, che promettono loro una fuga sicura in cambio di denaro, e gli regalano, invece, la certa morte in mare.
È un dolore indicibile, quello vissuto da Ecuba, quella di ieri quanto quella di oggi, che le squarcia il cuore, le solca il volto di lacrime, e la conduce ad abbracciare la pazzia, a cadere in un profondo baratro oscuro, senza spingerla mai al suicidio, visto come fine di ogni sofferenza, perché sostenuta comunque da una forza indicibile: il desiderio di una giustizia finalmente giusta.
E straordinaria Isabella Giannone nella sua magistrale modulazione del tono vocale, mescolando sapientemente due differenti registri: quello più classico, aulico, in cui è l’Ecuba di Euripide a parlare, e quello più naturale, con una superba mimica facciale e gestuale, per far parlare la lacerante disperazione dell’Ecuba di oggi.
Un’interpretazione che riesce a coinvolgere lo spettatore, a trascinarlo in questo vortice di profondo, oscuro dolore umano, a fargli vivere in pieno tutta la disperazione di chi continuiamo oggi, a definire gli altri, gli ultimi, o, più semplicemente, solo profughi.
Meravigliose poi, le musiche di Pino Cangialosi, che colorano lo straziante monologo di Ecuba, musiche arabe, a ricondurci immediatamente non a mondi antichi, ma a realtà vicinissime a noi e già smarrite, suoni melodiosi di una vita, di una cultura vera e viva, interrotti dai bruschi rumori di minacciosi aerei in volo che sganciano bombe di morte. Perché non esistono bombe buone e bombe cattive, esistenza le bombe, strumenti demoniaci che uccidono e basta, senza fare alcuna distinzione.
Ed il canto di dolore di Ecuba, ieri come oggi, è il monito severo per una società che continua ad uccidere se stessa, in una lotta fratricida senza sosta, di una società che sta smarrendo la pietas, che sta svuotandosi di umanità. Una società in cui l’uomo, in una cieca corsa al dominio e alla prevaricazione, diventa sempre più una belva che sbrana i suoi simili. Di una società che sta smarrendo il concetto di dolcezza e di bellezza, e questo nostro mondo, oggi, ha un bisogno disperato di bellezza per soffocare i suoi dolori.
Perché come disse anche Euripide: “Chi può sapere se il vivere non sia morire, e se il morire non sia vivere?”, e in questo nostro mondo, vivere puzza di morte e piange dolore, troppo dolore.

Raffaele Zoppo

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